Gli oratori e la sfida dei maranza: «Le regole? Si possono (e si devono) insegnare»
di Marco Birolini
da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del 01 novembre 2026
Le violenze dei giorni scorsi viste da chi conosce bene gli under 18. Don Cesari (Salesiani): «Cercano adulti di cui fidarsi». Dassì (Anspi): «Sì all’inclusione, ecco come la costruiamo». Don Guidi (Fom): «Malessere materialista, non ideologico».-

Don Stefano Guidi
«I disordini e i saccheggi avvenuti nel centro di Milano hanno mostrato un volto inquietante e inedito del disagio giovanile. Le cronache e le testimonianze rivelano che i protagonisti di queste devastazioni non erano spinti da motivazioni ideologiche o da appartenenze politiche, ma da uno stile predatorio, dall’ansia di apparire prestanti e ricchi e, soprattutto, da una rabbia esplosiva e incontrollata». Per osservare da vicino la galassia degli under 18 conviene ricorrere a chi da tempo ha orientato il periscopio verso di loro.
Don Elio Cesari, presidente del Centro nazionale opere salesiane, è uno di questi. Sa che il pianeta giovani, se non ci atterri sopra, rischia di restare un mondo lontano e sconosciuto. Con il rischio di scivolare su analisi lunari, distanti da quella che è la realtà quotidiana. Ad esempio, dice don Cesari, «sarebbe un grave errore sociologico confinare quanto accaduto a una mera questione di mancata integrazione delle “seconde generazioni”: tra i ragazzi fermati figurano affiancati figli di immigrati del Nordafrica e rampolli della “Milano bene”, studenti di licei rinomati e persino di istituti cattolici, sorpresi con il coltello in tasca. Ci troviamo di fronte a una sofferenza e a uno spaesamento identitario trasversali, in cui molti adolescenti sperimentano una profonda solitudine interiore e non sanno più a chi appartenere».
A colpire è il grande vuoto in cui i ragazzi sembrano galleggiare. «In queste azioni violente non c’è una proposta, ma un’assenza: l’assenza di uno scopo per cui valga la pena impegnarsi e costruire insieme. Quando il futuro viene narrato solo in chiave catastrofica o spaventosa e manca un orizzonte di senso, il desiderio del cuore si corrompe e si trasforma in una rabbia muta. La lama in tasca o la vetrina infranta diventano l’ultimo e disperato urlo per dire: “Io esisto, guardatemi”». C’è difficoltà a farsi ascoltare, ma anche a scorgere figure verso cui valga la pena orientare le orecchie. «Di fronte a questi drammi, la reazione immediata del mondo adulto rischia di cadere in due opposti estremismi: da un lato, la cieca repressione punitiva e securitaria; dall’altro, una retorica giustificazionista che ripete il mantra secondo cui “i giovani vanno ascoltati”. Tuttavia, mi permetto di dire che spesso gli adolescenti non cercano una semplice “assemblea condominiale” per urlare la propria rabbia, ma un adulto che sappia parlare loro con autorevolezza di vita, di morte, di speranza e di destino». La ricetta salesiana è nota: al centro del “sistema preventivo” c’è il concetto fondamentale dello “stare con”. «Per Don Bosco, l’assistenza non è mai stata un controllo poliziesco o una vigilanza repressiva, ma una presenza animatrice, vitale e costante dell’educatore in mezzo ai giovani. È la capacità di condividere gli ambienti di vita dei ragazzi – il cortile, la scuola, le piazze, gli oratori e oggi gli spazi digitali – anticipando il male attraverso una relazione personalizzata e autentica».
Cita don Bosco anche Giuseppe Dessì, avvocato e presidente dell’Anspi, l’associazione cui aderiscono più di 1.500 oratori frequentati da circa 140 mila minori. «Siate buoni cristiani e onesti cittadini, diceva lui. Ed è tutto qui: nelle nostre strutture vige il rispetto dell’altro e delle regole, senza eccezioni. Credo che nessuno dei nostri ragazzi abbia partecipato ai saccheggi, ci metterei la mano sul fuoco. Siamo rimasti molto sorpresi da ciò che è accaduto, proprio perché non respiriamo questo malessere esploso negli scontri di piazza. Manifestare va bene, purché si faccia nel rispetto della legalità». Dessì affronta senza giri di parole il tema dei “maranza”. «In questa categoria rientrano ragazzi che purtroppo non hanno avuto un’educazione. Non vanno giustificati, semmai occorre insegnar loro alcuni principi. Nei nostri oratori abbiamo avviato già nel 2013 dei progetti di inclusione e i risultati si sono visti. Ci sono tanti musulmani nelle nostre realtà: partecipano alle attività con grande rispetto, senza alcun problema. Da noi trovano il campo da calcio o il tavolo da ping pong, ma sanno che per poterli utilizzare devono comportarsi come si deve. Nessuno gli chiede di fare il segno della croce, ma almeno di salutare il parroco quando lo vedi. Se non ti adegui puoi andare a giocare a pallone da un’altra parte. Nemmeno Gesù, figuriamoci, era tenero con i suoi discepoli quando non gradiva certi comportamenti, e li riprendeva severamente».
Don Stefano Guidi, direttore della Fom (Federazione oratori milanesi), ha una visione meno ottimista. «L’oratorio non è una riserva indiana, popolata dai buoni che salveranno il mondo. Né tantomeno è un posto di contenimento per disperati. Forse è l’uno e l’altro, come tanti altri luoghi frequentati dai giovani. Sono allergico agli stereotipi, la realtà è molto complessa. La proposta oratoriale è aperta a tutti, anche ai ragazzi che vivono la strada, e che quindi hanno un approccio con modalità da strada. Abbiamo poche regole elementari di convivenza, che però purtroppo non tutti riconoscono». Secondo don Guidi, «gli episodi negativi si verificano un po’ dappertutto, ma la frequentazione dell’oratorio aiuta a imparare come si sta in mezzo agli altri, senza prevaricazioni di sorta. Io credo che su questo fronte sia fondamentale il contributo dell’intera comunità: le cose funzionano quando gli adulti sono presenti, senza lasciar solo il sacerdote né delegare le responsabilità ad altri». Nei disordini milanesi il sacerdote ha visto proprio la responsabilità dei “grandi”. «Mi ha colpito molto il fatto che siano stati assaltati i negozi per rubare le scarpe firmate, e non ad esempio il comune, le chiese o le panetterie. Non si tratta di un malessere ideologico, ma di qualcosa di più profondo che attinge alla povertà di relazioni e di senso. Accusiamo i ragazzi di essere materialisti, ma guardiamoci un po’ attorno: è esattamente il messaggio che la società trasmette loro ogni giorno. E ci hanno dimostrato di averlo compreso molto bene».
