La tovaglia stesa, un posto per ciascuno
di Suor Myriam D'Agostino e la Comunità benedettina di Sant'Anna
da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del 22 ottobre 2026
L’esperienza di S. racconta il valore dell’accoglienza e della cura, perché ogni persona possa trovare il proprio posto.-

C’è un gesto quotidiano, antico e insieme solenne, che precede ogni vera festa e ogni momento di condivisione: l’atto di preparare la tavola per gli ospiti. Non si tratta semplicemente di disporre piatti e posate su un piano di legno, ma di compiere un vero e proprio rituale di accoglienza. Stendere la tovaglia per eliminare ogni piega, scegliere con cura la disposizione delle sedie, calibrare gli spazi affinché nessuno si senta stretto o messo in disparte e sistemare ciascun bicchiere pensando al volto di chi, sedendosi lì, cercherà ristoro. È un’opera fatta di attenzione ai dettagli, di pazienza e di quella dedizione silenziosa che sa trasformare una stanza qualunque in una casa.
Questa delicata metafora dell’ospitalità si è fatta carne e storia vissuta nel percorso di S., un giovane che ha scelto di dedicare la propria vita a stendere una «grande tavola» per ragazzi con differenti disabilità, sia fisiche sia psichiche. Attraverso l’associazione da lui fondata, S. ha realizzato una dimora in cui la cura e la prossimità non sono concetti astratti, ma pratiche quotidiane. La sua realtà accoglie giovani che vi risiedono stabilmente, trovando una vera e propria famiglia e uno spazio in cui vivere con serenità, e tanti altri ragazzi che frequentano quotidianamente la struttura per prendere parte a laboratori creativi, espressivi e dedicati all’autonomia.
Preparare una tavola per ospiti così diversi richiede un lavoro immenso e una profonda capacità di sintesi. Proprio come un buon padrone di casa deve saper coordinare i diversi elementi del banchetto, S. si trova ogni giorno a guidare un’équipe complessa di figure professionali: educatori, psicologi, operatori sociosanitari, terapisti e volontari. Ciascuno di loro rappresenta una risorsa preziosa, un ingrediente fondamentale. Tuttavia, affinché l’insieme non diventi una sovrapposizione disordinata di interventi tecnici, occorre una regia costante, capace di far dialogare le singole competenze attorno al valore supremo della persona.
C’è molta fatica in questo processo. Non si può nascondere che l’accompagnamento delle persone più fragili comporti un carico umano, emotivo e organizzativo quotidiano e gravoso. Ci sono giorni in cui la piega della tovaglia sembra non voler stare dritta, in cui le incomprensioni o la stanchezza rischiano di incrinare la serenità dell’ambiente. Ma è proprio lì, nel momento della prova più difficile, che la dedizione di S. e della sua squadra rivela il suo valore più alto. Come ci insegna la tradizione benedettina nella sua Regola, «nulla va anteposto all’amore», ed è proprio la cura costante e minuziosa che permette di superare gli ostacoli quotidiani.
Il frutto di questo lungo e paziente lavoro di coordinamento è la bellezza inestimabile dello stare insieme. Quando tutti i ragazzi, gli educatori e i professionisti si ritrovano seduti attorno a quella tavola reale e simbolica, la diversità cessa di essere una barriera o una categoria clinica e diventa la cifra distintiva di una straordinaria sinfonia. Chi ha una disabilità fisica trova il sostegno necessario per partecipare pienamente; chi vive una fragilità psichica trova un clima di ascolto e di sostegno affettivo capace di placare le inquietudini.
L’esperienza creata da S. ci ricorda che una società civile e matura non si misura dalla velocità dei suoi membri più forti, ma dalla capacità di «andare al passo del più lento», garantendo a ciascuno il proprio posto d’onore. La sua associazione è un’epifania di fraternità, una parabola vivente che ci mostra come la vera felicità nasca sempre dall’indossare il grembiule del servizio per preparare un posto all’altro. In quel banchetto condiviso, dove la fatica si scioglie nella gioia di uno sguardo o di un sorriso ritrovato, riscopriamo che siamo tutti fatti della stessa terra e che solo nell’accoglienza reciproca l’umano ritrova la sua forma più bella e autentica.
