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Tagli da autolesionismo in adolescenza: perché succede, come scoprirlo e cosa fare

di SilviaTurin

da www.corriere.it
@Riproduzione Riservata

I significati emotivi, le conseguenze, come deve comportarsi un genitore quando un ragazzo decide di farsi male. In estate ci si può accorgere del disagio: si possono notare , ad esempio, i segni sulla pelle scoperta.-

L’autolesionismo è una pratica più diffusa di quanto si possa credere, soprattutto tra adolescenti. Da un’analisi del 2019 si stima che la prevalenza in Europa riguardi il 18,4% dei ragazzi, ma i dati ufficiali sono vecchi e raccolti prima della pandemia, dopo la quale il fenomeno si è allargato.

Il comportamento autolesionistico comporta il farsi male in vario modo (soprattutto tagliandosi) per lenire un dolore, ma senza l’intenzione di togliersi la vita. «Sono tutti quei comportamenti rivolti a prodursi un danno fisico, tendenzialmente finalizzati a condotte che non mettono a rischio la vita», specifica Giancarlo Cerveri, direttore dell’Unità operativa complessa di Psichiatria, ASST di Lodi e aggiunge: «Il tema del cutting (tagliarsi, ndr) è molto specifico, perché riguarda soprattutto una determinata popolazione, gli adolescenti. In adolescenza il corpo diventa centrale per i cambiamenti che avvengono e diventa il luogo dove ricadono tutte le criticità».

Sappiamo che la percentuale di giovani con malattie psichiatriche è raddoppiata dopo la pandemia: prima del Covid il 13% degli adolescenti, in particolare ragazze, andava incontro ad almeno un episodio di depressione nel corso dell’adolescenza. In pandemia la percentuale è raddoppiata e ha toccato il 25%.

Alcuni ragazzi ansiosi o depressi si procurano dolore fisico per diminuire il dolore mentale. Perché, cosa li spinge?
«Alla base c’è una reazione di impulsività – spiega Cerveri —: nell’adolescenza non c’è ancora uno sviluppo completo delle aree di controllo dell’impulsività e il risultato è la tendenza ad agire in modo “forte”. Questo comportamento, di fronte alla frustrazione e alla rabbia, tende a trasformarsi in aggressività, che in alcuni casi diventa aggressività auto-inferta. Dopo questa esplosività di rabbia che conduce alla lesione, avviene una riduzione sostanziale dell’ansia, una sorta di regolazione emotiva. È un fenomeno in aumento anche perché negli ultimi anni il corpo è diventato uno strumento di comunicazione (si pensi ai tatuaggi, al piercing). Un ruolo è giocato anche dalla solitudine: i ragazzi sono continuamente connessi tra loro, ma nella realtà sono soli: il cutting rappresenta il tentativo di vivere il dolore in modo solitario».

Quali sono i giovani che possono rischiare gesti di autolesionismo?
«Sono più femmine che maschi e sono persone tendenzialmente sole, caratterizzate a volte da timidezza, a volte vittime di qualche forma di bullismo. Anche l’incertezza sull’identità di genere e l’orientamento sessuale sono temi che possono scatenare dolore e ansia e di conseguenza, autolesionismo».

Come vive questo gesto l’adolescente?
«Ci sono due comportamenti distinti; il primo è quello più diffuso, della vergogna: si nascondono i tagli (che sono di solito sulle braccia, sulla pancia, sulle parti coperte delle cosce), in alcuni invece prevale la necessità di mostrare il proprio corpo, anche quando sofferente».

Quali possono essere le conseguenze di questi comportamenti?
«Tendenzialmente, se non si aggrava il quadro psicopatologico, tagliarsi non porta a tentativi di suicidio, ma in alcuni casi la situazione peggiora e si può arrivare a veri e propri quadri depressivi».

Chi si taglia può spingere gli amici a farlo?
«No: il protagonista prova un senso di vergogna, spesso non si tratta di persone capaci di motivare gli altri, generalmente sono individui sofferenti. Al contrario ci può essere negli amici un meccanismo di emulazione: “Voglio provare anche io questo sistema fisico del dolore che spegne la rabbia o l’ansia” che non si riescono a controllare».

Quali sono i campanelli d’allarme per i genitori?
«Se si osservano cicatrici “sospette” attenzione a credere alla dissimulazione, quando viene detto “è stato il gatto”, “sono caduta”: bisogna aspettare che il ragazzo voglia parlarne, ma sicuramente in estate i segni si possono notare sulla pelle scoperta, oppure si constata una ritrosia a svestirsi (e a mettere capi corti) che deve far riflettere».

Cosa possono dire i genitori al ragazzo/a?
«Innanzitutto è necessario non spaventarsi e non fare finta di nulla. Bisogna dare supporto ai ragazzi aiutandoli a formulare una richiesta d’aiuto, che preveda magari il ricorso a uno psicologo o uno psichiatra. Ascoltare i ragazzi per comprendere come si sia arrivati a questi comportamenti, al tempo stesso si cerchi di non banalizzare, non sminuire ma ascoltare e offrire aiuto».

E in chiave di prevenzione? È giusto trattare l’argomento con gli adolescenti? Fare vedere film sull’argomento?
«Spesso si ha paura che qualcuno possa trovare le storie di autolesionismo affascinanti, ma la narrazione di questi aspetti è qualcosa che descrive la realtà e permette di avere una visione più aperta e libera. L’informazione si dà, bene, e si cerca di aiutare le persone affinché determinati comportamenti non accadano più. La rappresentazione permette all’adolescente di riconoscersi nelle proprie sofferenze e magari di cercare strade alternative».

All’esterno della famiglia i genitori a chi si devono rivolgersi? Anche ai professori?
«La cosa più opportuna è sempre cercare competenze specifiche, psicologi o psichiatri. La privacy a scuola andrebbe mantenuta, perché potrebbero modificarsi i vissuti di vergogna e favorire l’allontanamento del ragazzo dalla scuola. In ogni caso gli esperti possono aiutare famiglia e giovani a gestire anche i passaggi comunicativi».

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