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SIAMO SEMPRE PIÙ UN POPOLO DI EMIGRANTI

di Raffaele Iaria
da www.famigliacristiana.it
@Riproduzione Riservata del 09 novembre 2021

Secondo l'ultimo rapporto della fondazione Migrantes gli unici italiani che aumentano di numero sono quelli fuori dal Paese.-

La presentazione del rapporto.

L’unica Italia che continua a crescere è quella che risiede strutturalmente all’estero. Lo evidenzia oggi la XVI edizione del Rapporto Italiani nel Mondo redatto dalla Fondazione Migrantes. I cittadini, con passaporto italiano, che vivono oggi all’estero, sono oltre 5milioni e mezzo (5.652.080) il 9,5% degli oltre 59,2 milioni di italiani residenti in Italia. Se nell’ultimo anno, infatti, l’aumento della popolazione dei cittadini italiani iscritti all’AIRE,  è stato del 3%, questo dato diventa il 6,9% dal 2019, il 13,6% negli ultimi cinque anni, ben l’82% dal 2006, anno della prima edizione dallo studio dell’organismo pastorale della Cei. La regione di provenienza della maggioranza degli italiani che risiedono all’estero è la Sicilia con oltre 798 mila iscrizioni seguita da Lombardia (+561 mila), Campania (quasi 531 mila), Lazio (quasi 489 mila), Veneto (+479 mila) e Calabria (+430 mila). La maggioranza è residente in Argentina (884.187, il 15,6% del totale), Germania (801.082, 14,2%) Svizzera (639.508, 11,3%). Seguono Brasile (poco più di 500 mila, 8,9%), Francia (circa 444 mila, 7,9%), Regno Unito (oltre 412 mila, 7,3%) e Stati Uniti (quasi 290 mila, 5,1%). L’accento posto dallo studio sul concetto di mobilità umana rispetto al termine “migrazioni”, a «prospettive analitiche più ampie e complesse che tengono conto dell’evoluzione socioeconomica del nostro Paese e anche delle sfide impreviste che nostri connazionali all’estero si sono trovati ad affrontare in tempi segnati dalla pandemia». Uno studio, quello della Fondazione Migrantes, «utile strumento di approfondimento su un tema centrale nell’ambito dei cambiamenti che si propagano su scala mondiale», ha scritto in messaggio il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «l’accento posto dallo studio sul concetto di mobilità umana rispetto al termine “migrazioni“, a prospettive analitiche più ampie e complesse che tengono conto dell’evoluzione socioeconomica del nostro paese e anche delle sfide impreviste che nostri connazionali all’estero ci sono trovato ad affrontare in tempi segnati dalla pandemia».

Con la pandemia – che ha coinvolto l’intero Pianeta – la mobilità degli italiani non si è arrestata: ha subito un ridimensionamento che non riguarda, però, le nuove nascite all’estero da cittadini italiani, ma piuttosto le vere e proprie partenze, il numero cioè dei connazionali che hanno materialmente lasciato l’Italia recandosi all’estero da gennaio a dicembre 2020. In valore assoluto, si tratta di 109.528 italiani, oltre 21 mila persone in meno rispetto all’anno precedente. Il 54,4% (59.536) sono maschi, il 66,5% (72.879) celibi o nubili, il 28,5% (31.268) coniugate/i, il 2,2% divorziate/i (2.431). Nel generale calo delle partenze (-16,3% rispetto all’anno precedente), le diminuzioni maggiori si riscontrano per gli anziani (-27,8% nella classe di età 65-74 anni e -24,7% in quella 75-84 anni) e per i minori al di sotto dei 10 anni (-20,3%). Crescono, invece, i giovani tra i 18 e i 34 anni (42,8%): nell’anno della pandemia, il protagonismo dei giovani italiani in mobilità aumenta. La Chiesa in Italia ha in questo momento «una priorità che è allo stesso tempo una preoccupazione pastorale: le nuove emigrazioni giovanili. Gli italiani emigrano oggi massicciamente e i giovani sono i protagonisti principali. Cosa siamo chiamati a fare per i tanti fedeli di lingua italiana che arrivano all’estero oggi spinti dalla necessità di trovare una realizzazione personale e lavorativa? Non basta la sola assistenza morale e spirituale. La Chiesa  - ha detto il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo - deve essere compagna di vita per ciascuno di loro, la parrocchia una casa».

Il “rischio” di uno spostamento, in questo anno,  è stato volutamente evitato dai profili più fragili, anziani e bambini, sottolineano i ricercatori del rapporto Italiani nel Mondo, 75 da ogni parte del mondo che hanno scritto 54 saggi. La meta preferita, tra quelli che nell’ultimo anno hanno spostato la loro residenza dall’Italia all’estero, il 78,7% lo ha fatto scegliendo l’Europa come continente. Nel loro complesso, le destinazioni scelte sono state 180 e, tra le prime dieci, ben sette sono nazioni europee. L’unica con saldo positivo, rispetto all’anno precedente, è il Regno Unito: +8.358 iscrizioni in più rispetto al 2020, +25,1% di variazione dal 2020 che diventa un aumento, in un anno, del 33,5%. Delle oltre 33 mila iscrizioni nel Regno Unito, il 45,8% riguarda italiani tra i 18 e i 34 anni, il 24,5% interessa i minori e il 22,0% sono giovani-adulti tra i 35 e i 44 anni. Si tratta, quindi, della presenza italiana tipica per il Regno Unito: giovani e giovani adulti, nuclei familiari con minori che la Brexit ha obbligato a far emergere – da qui la spiegazione dell’incremento registrato anche nell’ultimo anno nonostante la pandemia – attraverso la procedura di richiesta del settled status, un permesso di soggiorno a tempo indeterminato per chi può comprovare una residenza continuativa su territorio inglese da cinque o più anni, arco temporale che non deve essere stato interrotto per più di sei mesi su dodici all’interno del quinquennio di riferimento. Il Covid non ha, quindi,  arrestato la mobilità italiana, l'ha “contenuta numericamente ma siamo comunque al di sopra dei 109mila connazionali che nel 2020 hanno lasciato il territorio per espatrio, dice la curatrice del rapporto Delfina Licata evidenziando che gli italiani, quindi, durante questo anno “condizionato” dal Covid19 si sono trovati costretti a dover decidere se partire o no: «una parte ha preferito procrastinare il progetto migratorio – e da questo deriva la riduzione del numero complessivo delle partenze – e un’altra parte ha deciso comunque di non rinviare la decisione e, quando possibile, rispettando le disposizioni limitanti gli spostamenti, ha scelto di “restare vicino” – e quindi in Europa – più che andare oltreoceano».

Un tema portante, quello della pandemia che lo studio della Fondazione Migrantes approfondisce in tutte le sezioni con un focus su 34 città del mondo e di come gli italiani residenti in queste città, ufficialmente o meno, hanno affrontato l’epidemia mondiale vivendo l’isolamento, il paradosso di dover essere immobili nella mobilità e l’avvento delle nuove forme di digitalizzazione e virtualità diffusa, oltre ad un capitolo sulla pastorale per gli italiani nelle missioni cattoliche in Europa. Un vero e proprio viaggio intorno al mondo con al centro «l’Italia fuori dall’Italia». Oggi – ha scritto il presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli - «viviamo un tempo caratterizzato da sfide inedite, ma anche da straordinarie opportunità̀, un momento molto complesso che richiede discernimento, confronta reciproco e collaborazione da parte di tutti». In questo «momento storico, segnato da una pandemia che ha sconvolto il mondo, sia fondamentale riscoprire il senso della nostra interdipendenza e delle nostre relazioni». Anche il fenomeno migratorio «non può essere slegato da altre questioni perché rappresenta un tema sociale ed umano di fronte al quale l'Unione europea ha il dovere di adottare un approccio coordinato, più coraggioso e basato sui principi della solidarietà̀ e della responsabilità̀». Le pagine di questo studio ricordano – come si legge nell’introduzione - quanto la storia dell’Italia sia «storia di mobilità» e quanto la pandemia «abbia reso visibile lo stato di salute del nostro Paese rispetto agli elementi più vari: dalla demografia all’economia, dall’unità sociale alla cultura, dalla politica al sentimento di fede». Nel pomeriggio di oggi, intanto, si è aperto un convegno, a Roma, promosso dalla Fondazione Migrantes sul tema "Gli italiani in Europa e la missione cristiana. Radici che non si spezzano ma che si allungano ad abbracciare ciò che incontrano” che vedrà la partecipazione, tra gli altri, dei Cardinali Gualtiero Bassetti e Anders Arborelius, di Mons. Gian Carlo Perego e Mons. Jean Kockerols oltre a testimonianze da diversi Paesi d'Europa.

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