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Psicologia infantile: cos’è e di cosa si occupa

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di Sara Lanzini, psicologa perinatale
da www.uppa.it
@Riproduzione Riservata

Questa branca della psicologia segue lo sviluppo del bambino, la sua crescita e i suoi comportamenti fin dai primi mesi fino ad arrivare ai limiti dell’adolescenza. In determinate circostanze può rappresentare un valido aiuto non solo per il piccolo, ma per l’intero nucleo familiare.-

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Durante l’intero ciclo di vita di un individuo, a partire da quando si è piccoli fino all’età adulta, la salute psicologica rappresenta senz’altro una questione molto importante. È utile, ad esempio, capire quando un bambino e la sua famiglia possono avere necessità di un supporto professionale volto a sostenere attivamente lo sviluppo e la crescita del piccolo e l’intero nucleo familiare. 

In questo articolo cercheremo di capire cos’è la psicologia infantile e di cosa si occupa, e quando può essere utile rivolgersi a un professionista in materia.

Cos’è la psicologia infantile e di cosa si occupa

Cos’è la psicologia infantile? È quella branca della psicologia che segue lo sviluppo del bambino, la sua crescita e i suoi comportamenti fin dai primi mesi ai primi anni (da 0 a 3), passando poi per la fanciullezza (dai 3 ai 10 anni) fino ad arrivare ai limiti dell’adolescenza, quando si inizia invece a parlare più genericamente di psicologia dello sviluppo. Ma esattamente, cosa fa lo psicologo infantile? Questo professionista è formato in modo specifico proprio sulle diverse fasi di vita e di crescita del bambino, e potrà lavorare facendo diagnosi in relazione ai problemi presentati e/o offrire interventi di sostegno psicologico.

Nell’ambito delle Scienze Psicologiche, la psicologia infantile si interessa dei cambiamenti e delle modifiche che nel corso della crescita un bambino può attraversare dal punto di vista emotivo, fisico, affettivo, comportamentale, sociale e cognitivo. Le diverse fasi di vita si presentano all’interno di un processo molto complesso, ed è proprio in questo ambito che la psicologia infantile cerca di comprendere quali fenomeni sono costanti all’interno dell’arco di vita dell’essere umano e quali invece meritano un approfondimento e un’eventuale valutazione.

Più nello specifico, di cosa si occupa la psicologia infantile? In questo ambito la letteratura ci offre molti spunti di riflessione e, in particolare, non possiamo non partire dagli studi di Jean Piaget, che per primo si occupò dello sviluppo cognitivo nelle differenti fasi di vita apportando un grande contributo alla psicologia infantile.

Piaget identificò i diversi stadi di apprendimento del bambino e il suo sviluppo mentale, che derivano dall’interazione dei processi di assimilazione e accomodamento (l’assimilazione consiste nella capacità di selezionare e incorporare nuove esperienze e informazioni agli schemi già in possesso, mentre l’accomodamento è il meccanismo opposto, ossia la modificazione dei comportamenti e degli schemi cognitivi già esistenti in relazione al contesto circostante). 
In particolare Piaget dimostrò la differenza qualitativa tra le modalità di pensiero del bambino e quelle dell’adulto e, successivamente, che dal punto di vista cognitivo c’è un forte legame che condiziona la capacità di adattamento all’ambiente sociale e fisico. Possiamo dunque affermare che la psicologia infantile si occupa di osservare come nelle diverse fasi dell’infanzia il bambino si sviluppi dal punto di vista cognitivo, linguistico, sociale ed emotivo.

Psicologia infantile: quali disturbi cura?

La psicologia infantile basa le proprie conoscenze partendo dalla fisiologia dello sviluppo umano, cioè da quello che gli studi condotti nel corso degli anni hanno confermato. Pensiamo ad esempio allo sviluppo del linguaggio: nel corso degli anni è stato evidenziato come i bambini tendano a produrre le prime parole in media attorno a un determinato periodo di età, e ciò ha permesso di conseguenza di studiare tutto ciò che in qualche modo si “allontana” da tale percorso, sempre tuttavia considerando la variabilità individuale, concetto fondamentale quando si parla di infanzia.

In questa circostanza è quindi corretto dire che la psicologia infantile si occupa di studiare proprio quei fattori che concorrono alla crescita psicologica del bambino e che possono essere influenzati dall’ambiente familiare, dalle relazioni con i pari nei differenti contesti di vita (dalla scuola agli ambienti di svago). Questi elementi, unitamente alle caratteristiche specifiche di ogni bimbo, possono concretizzarsi come fattori di rischio o al contrario come fattori di protezione nell’eventuale sviluppo di disturbi psicologici. 

È inoltre fondamentale partire dal concetto imprescindibile per cui, soprattutto nella primissima infanzia, a essere preso in carico dal punto di vista psicologico non sarà solo il bambino che presenta determinate problematiche ma l’intero nucleo familiare, che durante l’infanzia e il successivo sviluppo costituisce un tutt’uno.

La presa in carico va personalizzata in base alle caratteristiche del singolo bambino, della singola famiglia e della problematica riportata, ma in generale potrà concretizzarsi inizialmente attraverso dei colloqui con i genitori del piccolo coinvolto, per poi procedere all’osservazione del bambino in contesti per lui idonei (il gioco, l’interazione con i pari e con gli adulti, eccetera). Tutto ciò permette allo psicologo di lavorare a una raccolta completa delle informazioni necessarie per ristabilire il benessere psicofisico del bambino, supportando da una parte i genitori nella ricerca di una maggiore comprensione delle difficoltà e dei bisogni emotivi e affettivi del loro piccolo, e dall’altra supportando il bambino stesso con un percorso di sostegno volto a superare le sue difficoltà. 

Da un punto di vista propriamente clinico e diagnostico, la psicologia infantile identifica delle problematiche che possiamo raggruppare in questo modo:

  • disturbi di tipo ansioso, tra i quali figurano in particolare la fobia sociale e scolare, caratterizzata dalla difficoltà del bambino di andare a scuola proprio a causa della condizione di ansia e paura a essa associate.
  • disturbi specifici dell’apprendimento, anche noti come DSA, tra cui figurano la dislessia, la disortografia e la discalculia.
  • Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD).
  • disturbi dello spettro autistico, che rappresentano una classificazione ampia e che comprendono, ad esempio, i disturbi ad alto funzionamento (come la sindrome di Asperger) o il disturbo generalizzato dello sviluppo, ma che in generale si concretizzano con difficoltà a stabilire relazioni sociali, problematiche del linguaggio e comportamenti limitati e ripetitivi.
  • disturbi del comportamento dirompente, come il disturbo oppositivo provocatorio.
  • I disturbi del comportamento alimentare, sempre più frequenti anche durante l’infanzia, inizialmente spesso caratterizzati da eccessiva selettività o fatica nella gestione del momento del pasto.
  • Le psicosi infantili, più rare e categorizzate nel DSM-5 tra i “disturbi generalizzati dello sviluppo”.

Nei bambini spesso può essere complesso identificare la causa di eventuali problematiche di tipo psicologico, ma talvolta circostanze familiari particolari, quali separazioni, lutti ma anche trasferimenti o grandi cambiamenti di routine, eventi traumatici, fattori genetici o culturali possono costituire una base di partenza molto importante.

Quando rivolgersi a uno psicologo infantile?

Identificare eventuali problematiche durante l’infanzia può non essere né facile né scontato. Questo dipende dal fatto che la crescita dell’essere umano è molto complessa e differenziata, e nel corso delle diverse epoche evolutive i differenti aspetti relativi alla definizione della personalità di un individuo, della sua affettività e delle sue abilità personali, possono essere ancora in via di definizione. Ciò significa che comprendere eventuali difficoltà o problematiche psicologiche nel corso dello sviluppo può essere anche molto complesso. Tuttavia, ciò che gli studi ci dicono è che spesso i bambini tendono a somatizzare i problemi di tipo psicologico, che dunque si concretizzano con sintomatologie fisiche (tra le più comuni c’è il mal di pancia, ma anche il mal di testa), o anche attraverso una marcata fatica nel raggiungere alcune autonomie personali, individuali o scolastiche, o con problematiche di socializzazione con i pari.

In queste circostanze è fondamentale il ruolo dell’adulto che, attraverso un’osservazione e un ascolto attento, può riconoscere segnali di fatica o disagio da parte del bambino, e di conseguenza richiedere un supporto psicologico specializzato, ovvero un sostegno per tutti gli attori coinvolti.

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