logo sito cav

CAV - Centro di Accoglienza alla Vita Vogherese ODV

Via Mentana n. 43
27058 Voghera (PV)
Tel: 349 4026282
email: cavvoghera@virgilio.it
Visualizzazioni:
46

Ecco perché non bisogna mai scuotere un neonato che sta piangendo

Si chiama Sindrome del bambino scosso (Shaken Baby Syndrome), ma oggi i medici preferiscono la definizione Abusive Head Trauma (AHT), ovvero trauma cranico conseguente a un abuso. È una vera e propria malattia, che può portare alla morte i bambini piccolissimi, sotto l’anno di età. Come suggerisce il nome, è conseguenza di un violento scuotimento del bebè (magari fatto con l’obiettivo di calmare il suo pianto) o del fatto che il piccolo venga lanciato contro una superficie, non necessariamente dura (per esempio il suo lettino). Può sembra assurdo, ma queste cose succedono.

I segni e i sintomi dell’AHT possono essere di vario genere, dal vomito alle convulsioni. Le conseguenze possono essere gravi danni neurologici (ematomi subdurali, emorragie retiniche, edemi cerebrali), fino al coma e alla morte. Fino al 1972, quando il radiologo pediatra americano John Caffey ha dato un nome alla malattia (che aveva descritto già nel 1946), alcuni bambini piccolissimi morivano e non si sapeva perché.

Gli effetti dello scuotimento violento non si vedono a occhio nudo, sono dentro la testa del bebè. Al pronto soccorso, per valutarne la portata, è necessario fare una TAC o una risonanza magnetica. Anche se non si arriva al coma o alla morte, i danni neurologici possono essere molto seri e permanenti (cecità, paralisi) e comportare una lunga riabilitazione che però molto raramente fa tornare la situazione normale. Le conseguenze cliniche immediate sono vomito, inappetenza, difficoltà di suzione o deglutizione, irritabilità e, nei casi più gravi, convulsioni e alterazioni della coscienza, fino all’arresto cardiorespiratorio. A lungo termine i bambini possono presentare difficoltà di apprendimento, cecità, disturbi dell’udito o della parola, epilessia, disabilità fisica o cognitiva. È importante non sottovalutare i primi segni da parte del piccolo, campanello d’allarme per una corretta diagnosi.

Il problema, come sottolineano da tempo i pediatri, è che molti genitori, nonni e babysitter non hanno la consapevolezza di quanto possa essere rischioso cercare di calmare in questo modo un neonato. È comprensibile la frustrazione di chi ha a che fare con un esserino che piange di continuo, ma è assolutamente fondamentale mantenere la lucidità: pensare che si ha tra le mani una persona ancora fragile, con organi in formazione, la cui salute (e la cui possibilità di vivere, in questo caso) dipende da noi. Infine, non bisogna dimenticare che dietro il pianto disperato di un bimbo piccolo c’è un motivo, quasi sempre fisico (dolore, fame, sete, sonno, caldo, freddo, pannolino sporco o semplicemente il bisogno di un contatto fisico per essere rassicurato), e che è compito dell’adulto individuarlo e porvi fine, per quanto possibile. Piangere è l’unico strumento che il neonato ha per comunicare che qualcosa non va. A volte è difficilissimo mantenere l’autocontrollo ma bisogna farlo, perché la posta in gioco – come si è visto – è troppo alta.

Secondo un recente studio condotto in Scozia, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Svizzera, l’incidenza di AHT sarebbe di 14,7-38,5 casi ogni 100mila bambini. Il 25-30% dei piccoli muore e solo il 15% sopravvive senza conseguenze drammatiche. In Italia non esistono dati certi sul fenomeno, si ritiene che l’incidenza possa essere di 3 casi ogni 10mila bambini sotto l’anno, ma il dato ufficiale potrebbe rappresentare solo la punta di un iceberg sommerso. Per questo la Società Italiana di Neonatologia (SIN) ha lanciato una campagna di sensibilizzazione sul tema, in collaborazione con Terre des Hommes, con la distribuzione di materiale informativo in tutti i reparti italiani di Neonatologia.

È molto difficile dire quanto violento o protratto debba essere lo scuotimento per causare danni irreparabili. Dalle dichiarazioni dei responsabili, si deduce che di solito il bambino viene afferrato a livello del torace o delle braccia e scosso energicamente circa 3-4 volte al secondo per 4-20 secondi. L’impatto con una superficie rigida non è necessario e questo giustifica la possibile assenza di segni esterni evidenti. Le vittime sono in genere bambini tra i 4 e i 6 mesi, non solo perché necessitano di cure costanti che possono esasperare genitori fragili, ma anche perché la loro testa è molto pesante rispetto al resto del corpo e i muscoli del collo ancora non sono in grado di sostenerla adeguatamente.

Fattori di rischio che possono aumentare le probabilità di AHT sono: famiglia mono-genitoriale, età materna inferiore ai 18 anni, basso livello di istruzione della madre, uso di alcol o sostanze stupefacenti, disoccupazione, episodi di violenza da parte del partner o comunque in ambito familiare, disagio sociale. In generale, condizioni socioeconomiche difficili comportano un rischio maggiore di violenza, a volte anche inconsapevole da parte di genitori esasperati, al solo scopo di consolare il pianto ininterrotto del neonato. «Il neonatologo deve sempre aver presente la sindrome del bambino scosso, poiché questi casi di violenza sono meno rari di quanto si pensi e non possono sfuggire al sospetto del medico, che deve denunciare il reato alle autorità come previsto dalla legge – afferma il presidente della Società Italiana di Neonatologia, Mauro Stronati -, ma ha anche l’obbligo di informare adeguatamente i genitori sui danni che uno scuotimento può provocare. In molti studi si dimostra, infatti, come i genitori dichiarino di scuotere i loro figli solo per calmarli, inconsapevoli della gravità di un simile intervento. Una corretta e completa informazione ai genitori e alle famiglie è quindi importante affinché un gesto, a volte inconsapevole o addirittura benevolo, non si trasformi in un grave danno per il neonato».

di Laura Cuppini

@Riproduzione riservata

Da www.corriere.it del 20 aprile 2016

 

Top