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PAPA FRANCESCO: "L'ODIO PER LA GUERRA IMPARATO DA MIO NONNO CHE HA COMBATTUTO SUL PIAVE"

di Annachiara Valle

da www.famigliacristiana.it
@Riproduzione Riservata del 23 marzo 2022

L’odio per la guerra imparata dal nonno che, avendo combattuto sul Piave conosceva il dolore che provocano le armi. Papa Francesco, che si appresta i prossimo 25 marzo a consacrare Ucraina e Russia al cuore Immacolato di Maria, parla della testimonianza di vita e di fede appresa dagli anziani.

Al termine dell’udienza chiede un minuto di silenzio e poi una Ave Maria perché «le notizie delle persone sfollate, morte, ferite, dei tanti soldati caduti da una parte e dall’latra sono notizie di morte. Chiediamo al Signore che ci liberi da questo», dice Francesco. «Con la guerra», ripete, «tutto si perde, tutto, non c’è vittoria nella guerra, tutto è sconfitto. Che il Signore ci invii il suo spirito per farci capire che la guerra è una sconfitta per l’umanità. Che il Signore ci liberi da questo bisogno di autodistruzione. Preghiamo perché i governanti capiscano che comprare armi e fare armi non è la soluzione al problema, la soluzione è lavorare insieme per la pace e, come dice la Bibbia, fare delle armi strumenti per la pace».

Durante la catechesi aveva commentato il Cantico di Mosè, il testamento spirituale narrato dal Deuteronomio. E aveva spiegato che il racconto della sua morte è un inno alla fedeltà di Dio nonostante l’infedeltà del popolo. Ma è anche la narrazione della storia che il patriarca ha vissuto con Dio. Un esempio di quel che dovrebbe accadere in tutte le nostre famiglie: la fede trasmessa dagli anziani ai giovani. Trasmessa in dialetto, con il linguaggio familiare. Quando Mosè pronuncia la sua «confessione di fede è alle soglie della terra promessa», spiega il Pontefice, «e anche del suo congedo dalla vita. Aveva centoventi anni, annota il racconto, “ma gli occhi non gli si erano spenti”. Quella capacità di vedere, vedere realmente, ma anche simbolicamente come hanno gli anziani che sanno vedere il significato più profondo, più radicato delle cose». Questa vitalità è un dono prezioso: «Mosè vede la storia e trasmette a storia. I vecchi vedono la storia e trasmettono la storia». È insostituibile, spiega il Papa, questo racconto. È così che si trasmettono storia e fede. Non basta leggerle sui libri, «guardarla nei film, consultarla su internet». Tutto ciò, «per quanto utile, non sarà mai la stessa cosa. Questa trasmissione – che è la vera e propria tradizione!, a trasmissione concreta dal vecchio al giovane – manca molto oggi, e sempre di più, alle nuove generazioni. Perché? Perché questa civiltà nuova ha l’idea che i vecchi vanno scartati, questa è una brutalità, non va così. Il racconto diretto, da persona a persona, ha toni e modi di comunicazione che nessun altro mezzo può sostituire».  I vecchi sono la memoria di un popolo, ma oggi, si rammarica papa Francesco, si vuole addirittura abolire l’insegnamento della storia perché toglierebbe risorse alla conoscenza del presente «come se noi fossimo nati ieri o l’altro ieri».

Va invece ripreso questo racconto da persona a persona, con la passione delle storie vissute. E con una testimonianza che deve essere «leale. Non è certo leale l’ideologia che piega la storia ai propri schemi; non è leale la propaganda, che adatta la storia alla promozione del proprio gruppo; non è leale fare della storia un tribunale in cui si condanna tutto il passato e si scoraggia ogni futuro. Essere leali è raccontare la storia come è e soltanto la può raccontare bene chi l’ha vissuta e la possono raccontare i vecchi, i nonni», dice Francesco.

Il Papa insiste sull’importanza della conoscenza che nasce dal dialogo: «Il catechismo dell’iniziazione cristiana attinge oggi generosamente alla Parola di Dio e trasmette accurate informazioni sui dogmi, sulla morale della fede e sui sacramenti. Spesso manca, però, una conoscenza della Chiesa che nasca dall’ascolto e dalla testimonianza della storia reale della fede e della vita della comunità ecclesiale, dall’inizio fino ai giorni nostri. Da bambini si impara la Parola di Dio nelle aule del catechismo; ma la Chiesa la si “impara”, da giovani, nelle aule scolastiche e nei media dell’informazione globale», sostiene.

E conclude auspicando che «negli itinerari di catechesi» ci possa essere «anche l’abitudine di ascoltare, dall’esperienza vissuta degli anziani, la lucida confessione delle benedizioni ricevute da Dio, che dobbiamo custodire, e la leale testimonianza delle nostre mancate fedeltà, che dobbiamo riparare e correggere. Gli anziani entrano nella terra promessa, che Dio desidera per ogni generazione, quando offrono ai giovani la bella iniziazione della loro testimonianza e trasmettono la storia della fede, la storia in dialetto, quel dialetto familiare. Allora, guidati dal Signore Gesù, anziani e giovani entrano insieme nel suo Regno di vita e di amore. Ma tutti insieme, tutti in famiglia, con questo tesoro grande che è la fede trasmessa in dialetto».

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