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«Ogni prostituzione è una forma di schiavitù»

DI VITTORIA TERENZI 
da www.cittànuova.it
@Riproduzione Riservata del 01 agosto 2019
 
Lo afferma papa Francesco, che aggiunge: «Una persona non può mai essere messa in vendita». Le sue parole fanno da introduzione al libro «Donne crocifisse. La vergogna della tratta raccontata dalla strada» di don Aldo Buonaiuto, della comunità Papa Giovanni XXIII.-

«Qualsiasi forma di prostituzione è una riduzione in schiavitù, un atto criminale, un vizio schifoso che confonde il fare l’amore con lo sfogare i propri istinti torturando una donna inerme»Lo afferma papa Francesco, che aggiunge: «Una persona non può mai essere messa in vendita». «Liberare queste povere schiave è un gesto di misericordia e un dovere per tutti gli uomini di buona volontà. Il loro grido di dolore non può lasciare indifferenti né i singoli individui né le istituzioni. Nessuno deve voltarsi dall’altra parte o lavarsi le mani del sangue innocente che viene versato sulle strade del mondo». Le parole del pontefice sono contenute nel libro «Donne crocifisse. La vergogna della tratta raccontata dalla strada» di don Aldo Buonaiuto, della comunità Papa Giovanni XXIII, che parla del dramma delle donne ridotte in schiavitù. Un’inchiesta che denuncia lo sfruttamento femminile, narrato dalla voce di chi le soccorre, da anni, lungo le strade.

«Vorrei che questo libro – aggiunge ancora il papa – trovasse ascolto nel più ampio ambito possibile affinché, conoscendo le storie che sono dietro i numeri sconvolgenti della tratta, si possa capire che senza fermare una così alta domanda dei clienti non si potrà efficacemente contrastare lo sfruttamento e l’umiliazione di vite innocenti». All’indomani dell’uscita del testo, abbiamo intervistato l’autore.

Don Aldo, qual è il messaggio che vuole comunicare con il suo libro?
Il libro “Donne crocifisse” è il frutto di un’esperienza che mi vede coinvolto da oltre 20 anni, iniziata accanto al fondatore della mia comunità Giovanni XXIII, don Oreste Benzi, con il quale percorrevo le strade d’Italia. Continuo questa opera che ci vede incontrare tante donne crocifisse, donne giovanissime – il 37% sono minorenni – che vengono tradite, ingannate, illuse, portate sulle strade d’Italia e d’Europa con l’illusione di trovare un lavoro, di poter aiutare le proprie famiglie e poi diventate delle schiave con le catene che sono le ritorsioni che andrebbero a ricadere sui loro familiari. Sono le catene più pesanti perché il motivo per cui queste donne partono è quasi sempre poter sostenere le famiglie. Le schiave dei nostri giorni sono quelle donne giovanissime. Come sacerdote nel loro volto ho sempre visto il volto di Cristo sofferente, torturato, flagellato, deriso, umiliato. Il peso della croce è anche l’indifferenza, che è un problema sociale profondissimo, come se stessimo parlando non di persone, ma di cose.

Nel libro auspica una moratoria internazionale contro la tratta di esseri umani. Ne ha parlato con il presidente Mattarella quando lo ha incontrato al Quirinale?
Nel libro auspico e chiedo questa moratoria dicendo che di fatto la schiavitù non è stata mai abolita. Ieri abbiamo commentato e concertato questa cruda verità che non c’è di fatto una vera abolizione mondiale della schiavitù ed è importante che in tutti i Paesi del mondo si prenda coscienza che non è accettabile concepire l’asservimento in nessuna forma, per nessun motivo. Ho dedicato un capitolo su questo tema, che ho chiamato “Il sogno” in modo provocatorio. Dico che vorrei vedere un giorno i governanti dei Paesi da cui queste donne partono e i governanti dei Paesi dove arrivano chiedere perdono come ha fatto il papa quando venne nel 2016 in una nostra casa, dove sentì il bisogno di chiedere perdono a nome di quei cristiani che avevano abusato, comprato, il corpo delle ragazze che aveva davanti agli occhi. Chiese perdono come pastore della Chiesa universale a nome di tutti i cristiani. Penso che i governanti debbano chiedere perdono per questo fiume di giovanissime donne che vengono mercificate, sfruttate, a cui la vita viene distrutta.

Nell’introduzione, papa Francesco dice che «serve una presa di coscienza a livello individuale e collettivo, anche come Chiesa, per aiutare veramente queste nostre sfortunate sorelle». Perché è difficile realizzare ciò?
Ci sono 3 problemi di fondo. Il primo è culturale: è questo maschilismo imperante, che è sempre diffuso. Non è mai stata superata la mentalità maschilista dove si pensa alla donna come un soggetto inferiore che deve soddisfare i bisogni del maschio. Purtroppo ci sono anche tante donne che si mettono più a difendere i maschi che queste ragazzine che potrebbero avere l’età delle loro figlie e delle loro nipoti. Il maschilismo poi si associa ad una forma spaventosa di indifferenza, nella mentalità che ci debbano stare delle donne pronte a soddisfare certi sfoghi e questa è un’aberrazione. Poi c’è il dramma dell’indifferenza, perché parliamo di persone considerate di serie “b”, che non interessano, non portano voti. C’è un’indifferenza spietata e spaventosa e anche una banalizzazione del fenomeno perché, nell’ignoranza, si pensa che si possa vendere il proprio corpo 10, 20 30 volte al giorno considerandolo naturale quando invece è disumano, non è assolutamente naturale. Non abbiamo mai incontrato una donna che ci abbia detto di avere piacere di farsi sfruttare più volte al giorno da più persone, quindi non possiamo dire che questo sia naturale. Non possiamo nemmeno negare che dietro ad ogni persona che si mercifica ci sia sempre uno stato di bisogno, un condizionamento che porta la persona a mercificarsi e quasi nella maggior parte dei casi viene fatta mercificare. Ci sono persone che apparentemente sembra stiano scegliendo la prostituzione, ma quando si va ad approfondire si scoprono sempre diversi condizionamenti.

Conserva un ricordo particolare di don Benzi?
Ho vissuto 15 anni accanto a don Oreste, di ricordi ne ho tantissimi. Certamente il più bello è la sua grande, incredibile e misteriosa energia spirituale ma anche vitale, instancabile nel cercare sempre di soccorrere il povero, la persona più debole. Nonostante la giornata fosse di 22 ore su 24, non si stancava mai di preoccuparsi dell’altro, a partire dal più debole e vulnerabile, da chi era più sofferente, da chi stava subendo qualche ingiustizia. Aveva una carica incredibile, che ha conservato fino all’ultimo giorno della sua vita, a 82 anni. Neanche 500 giovani messi insieme avevano la sua energia di amore, di bene, di passione, una carica esplosiva di amore. Contagiava anche noi che gli stavamo accanto con il suo sorriso, la gioia, la positività, cercando sempre di vedere il positivo anche nelle situazioni più drammatiche, che erano quelle con le quali si confrontava ogni giorno. Eppure il suo motto era “tutto è grazia” e in effetti ogni giorno viveva i moltissimi imprevisti, anche i più brutti, con questa lettura mistica nel ricondurre tutto alla volontà di Dio e quindi alla sua grazia.

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