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L'utero in affitto e le pratiche di adozione. Più che mai: amare non è comprare

di Frida Tonizzo, Segretaria nazionale Anfaa 
Ho letto con molto interesse e apprezzato il commento di Maurizio Patriciello «L’annuncio di Vendola: sì all’adozione. Per Tobia un papà in più e una mamma in meno», pubblicato su Avvenire ...-
Gentile direttore,
ho letto con molto interesse e apprezzato il commento di Maurizio Patriciello «L’annuncio di Vendola: sì all’adozione. Per Tobia un papà in più e una mamma in meno», pubblicato su Avvenire, giovedì 6 dicembre 2018. Vorrei fare alcune considerazioni a margine. Sono impegnata da anni nell’Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie (Anfaa), che si è sempre battuta per affermare il diritto di ogni bambino in accertato stato di adottabilità a vedere riconosciuta al più presto la propria situazione, essere dichiarato adottabile e, quindi, adottato, in base a procedure che garantiscano correttezza e appropriatezza.
Per questo è stata modificata la legge 184/1983 e introdotto il cosiddetto 'giusto processo'; che è fondamentale per 'legittimare' l’adozione, non sottraendo ingiustamente il minore alla sua famiglia d’origine. Per questo la preparazione, valutazione e selezione degli aspiranti genitori adottivi deve essere fatta per dare non un bimbo o una bimba a una coppia, ma a ogni bimbo o bimba la famiglia migliore, la più adatta.
La stessa legge è stata poi integrata con la ratifica della Convenzione dell’Aja che ha esteso questi princìpi alla adozione internazionale, stabilendo – nell’interesse del minore – che gli aspiranti genitori devono avere un decreto di idoneità rilasciato dai giudici e sono tenuti ad avvalersi di un ente autorizzato per realizzare l’adozione nei Paesi di provenienza dei minori stessi. Tutto questo è stato stabilito anche per prevenire situazioni di traffico-mercato, purtroppo diffuse negli anni 80 e 90 del secolo scorso. Per 'dissuadere' gli aspiranti genitori a non imboccare altre strade, e per incoraggiarli a rispettare la legalità, sono state approvate norme che puniscono i trafficanti di minori ed è stato stabilito che le persone coinvolte non possano diventare genitori adottivi o affidatari dei minori e neppure loro tutori (art. 71 e seguenti della legge 184/1983).
Per contrastare i falsi riconoscimenti di paternità, cui ricorrevano i trafficanti di bambini anche in Italia è stato stabilito che gli ufficiali di stato civile trasmettessero immediatamente al competente tribunale per i minorenni comunicazione, sottoscritta dal dichiarante, dell’avvenuto riconoscimento da parte di persona coniugata di un figlio naturale non riconosciuto dall’altro genitore, prevedendo che il tribunale disponesse l’esecuzione di opportune indagini per accertare la veridicità del riconoscimento. Tutte queste disposizioni, fortemente sostenute anche dall’Anfaa, partivano dal riconoscimento che il minore era ed è soggetto, non oggetto di diritti e che l’adozione va attuata in base a questo principio. Ricordo un comunicato di tanti anni fa, con cui l’Anfaa esprimeva il suo sostegno all’allontanamento di un bambino oggetto di compravendita: «Comprare non è amare»... Ora ci troviamo di fronte a una nuova, crescente, sempre più diffusa di compravendita che avviene attraverso l’utero in affitto, ultimamente definita in maniera più ed accattivante come maternità surrogata.
Devo esprimere anch’io il mio profondo dissenso e disagio di fronte a questo fenomeno, in quanto vedo in questa pratica un aspetto di mercificazione, ultima frontiera del presunto diritto ad avere comunque un figlio, a ogni costo, davvero costi quel che costi... e in effetti costa decine di miglia di euro e la dignità delle donne e madri! Chiunque lo decida può, infatti, senza nessun accertamento o controllo preventivo comprarsi uno o più bambini... Può avere 40, 50, 60 o 70 anni, può essere sano o malato, bastano il desiderio di farlo e i soldi per realizzare quel desiderio. C’è l’esigenza di dare uno status giuridico a questi bambini, ma io non riesco a scindere questa esigenza dalla procedura 'mercenaria' con cui questo è entrato a far parte di quella famiglia. Sarà per lei o lui, crescendo, così ininfluente sapere di essere stato ordinato e acquistato come un qualsiasi prodotto/ merce? Potrà questa scelta dei suoi genitori-acquirenti essere accolta come atto d’amore, senza se e senza ma? Mi rendo conto che il processo in atto è difficile da arrestare. E tuttavia mi turba profondamente l’atteggiamento non solo assolutorio, ma anche disinvolto e 'positivo' a prescindere, con cui viene affrontata in diverse sedi tale questione molto complessa e delicata.
da vww.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del, 04  gennaio 2019

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