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L'intervista. «Il futuro si chiama famiglia»

di Luciano Moia

da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata de 17 ottobre 2021

L’arcivescovo Paolo Giulietti ai ragazzi: non abbiate paura delle responsabilità familiari. Il domani è nelle vostre mani. La Chiesa fa tanto ma deve fare ancora di più. Ecco gli obiettivi pastorali,.

«Il futuro si chiama famiglia»

«Ragazzi, non abbiate paura del futuro. Il nostro Paese ha attraversato momenti ben peggiori. E non abbiate paura delle responsabilità familiari. Il futuro si chiama famiglia». È l’appello che l’arcivescovo di Lucca, Paolo Giulietti, neopresidente della Commissione episcopale famiglia, vita e giovani, rivolge ai ragazzi e ai giovani adulti che guardano con incertezza al domani, in bilico tra desiderio di stabilità relazionali e spinte al disimpegno.

Papa Francesco ha voluto che quest’anno fosse dedicato ad Amoris laetitia, una decisione, è stato detto, assunta anche per le difficoltà legate a una ricezione che non è andata secondo le attese. E da parte delle nostre comunità come valutare l’accoglienza dell’Esortazione postsinodale? Perché a suo parere si sono talvolta create situazione di diffidenza e di sospetto verso le aperture di AL?

Parlare di diffidenza e sospetto mi pare esagerato, mentre esiste certamente qualche difficoltà per l’attuazione di AL. Non dimentichiamo che Papa Francesco ha voluto anche un anno e poi addirittura un settennio per fomentare la recezione della Laudato si’ e incoraggiare a nuovi stili di vita e di azione pastorale. Come a dire: ogni pensiero innovativo ha bisogno di tempo per venire compreso, accolto e tradotto in prassi ecclesiale. Nelle nostre diocesi c’è stato e c’è dell’impegno nel mettere in atto le indicazioni dell’Amoris laetitia, ma proprio il richiamo alla necessità del discernimento impegna a una recezione che non sia una mera applicazione, ma un’intelligente incarnazione. Diciamo che alcuni processi si sono attivati, ma che ci vorrà un po’ per vedere frutti consistenti.

Incontrare, ascoltare, discernere. Le tre parole chiave scelta dal Papa per il Sinodo sono prassi comune in tante famiglie (non tutte purtroppo). Come sarà possibile coinvolgere la maggior parte di nuclei familiari, anche i più fragili , in questo cammino sinodale?

Il lavoro di ascolto che il cammino sinodale richiede è una grande opportunità, ma anche una sfida; si tratta infatti di realizzare occasioni di incontro al di fuori del giro dei 'soliti noti' e abbastanza prolungate nel tempo, nelle quali cui possa emergere in libertà e sincerità quanto tutte le famiglie hanno da dire. È molto di più di una semplice consultazione sociologica, poiché - come papa Francesco sottolinea - occorre dare spazio allo Spirito. Penso che si debba puntare più alla qualità che non alla quantità e alla velocità. L’autentico ascolto si nutre di pazienza e necessita di relazioni aperte alla ricerca e al confronto: il suo successo non deve essere misurato tanto sul numero delle famiglie coinvolte, ma sulla ca- pacità di far emergere la realtà e di intuire prospettive per un impegno più efficace in futuro.

Papa Francesco ha detto più volte che la ricerca teologica e la pastorale familiare devono nutrirsi con più coraggio della vita reale delle coppie e tenere conto delle tante difficoltà che oggi gravano sulla quotidianità delle famiglie. Ritiene che la proposta pastorale delle nostre comunità sia in linea con questo invito?

La Chiesa in Italia, con la sua capillare articolazione in parrocchie, è stata ed è ancora vicina alla gente più di quello che si pensi; c’è anche un nuovo protagonismo delle coppie nella vita delle comunità cristiane. Molto, tuttavia, rimane da fare, anche perché in molti casi c’è scarsa relazione soprattutto tra comunità cristiana e coppie di giovani-adulti, che sono quelli che vivono i maggiori problemi. Mi sembrano soprattutto due le frontiere da esplorare. Negli anni passati ci siamo concentrati sulla 'preparazione prossima' al matrimonio; AL ci sollecita invece ad investire su quella 'remota', ma soprattutto sull’accompagnamento all’indomani della celebrazione del sacramento, in modo da sostenere gli sposi nel periodo di avvio della loro unione, condividendo le difficoltà e le gioie del percorso a due, della nascita dei figli, della stabilizzazione del nucleo sotto ogni punto di vista. Questa vicinanza aiuterebbe anche le comunità cristiane a tenere maggiormente in considerazione la realtà familiare. In secondo luogo, è importante lasciarsi interpellare da quelle che AL chiama le 'famiglie ferite', per accogliere con misericordia il loro percorso accidentato, valorizzare tutto il 'bene possibile' e individuare spazi per una partecipazione alla vita della comunità.

Oggi la società appare sempre meno a misura di famiglia. E la famiglia cambia e si disgrega per rispondere alle esigenze di una società sempre più individualista. Facciamo abbastanza, come comunità ecclesiale, per sostenere questo faticoso "cambio d’epoca" di cui le famiglie stanno pagando lo scotto più gravoso (denatalità, crollo dei matrimoni, record di separazioni, ecc)?

Sarebbe difficile affermare, in una situazione tanto critica, che la Chiesa abbia fatto o faccia abbastanza per sostenere la famiglia nelle circostanze presenti. Eppure la Chiesa è senz’altro impegnata su più fronti accanto alle famiglie. Lo si è visto nei periodi più critici della pandemia, quando tutto - o quasi - era chiuso: da parte delle parrocchie si è fatto ogni sforzo per rispondere a bisogni di carattere materiale, educativo e spirituale delle famiglie… mettendo in campo numerose iniziative, alcune delle quali mai prima sperimentate. Lo si vede inoltre nell’incessante azione di lobbying operata dal Forum, ma anche da altre sigle del mondo cattolico e - soprattutto localmente - dalle comunità, per spingere all’adozione di misure di salvaguardia e di promozione della famiglia naturale, della natalità, della cura degli anziani, della libertà educativa… Mi riesce difficile individuare nel panorama nazionale un qualsiasi soggetto che abbia fatto o stia facendo di più. Certamente l’azione della Chiesa da sola non è sufficiente: occorre che attorno alla famiglia si coalizzino le istituzioni, le agenzie educative, le imprese e le realtà del terzo settore, in modo che non vada perduto il prezioso tessuto di relazioni che la realtà familiare mette in campo accanto alle persone, soprattutto quelle più fragili. Esso infatti costituisce una grande risorsa per il nostro Paese, venendo meno la quale tutti si ritroverebbero più soli e più esposti alle difficoltà del presente.

Torniamo all’anno dedicato ad Amoris laetitia. Ci sono alcuni temi trattati nell’Esortazione post sinodale che ancora non trovano piena rispondenza nell’accoglienza pastorale in modo strutturato, come il problema degli anziani, delle famiglie in nuova unione o quello della situazione delle persone omosessuali. Non crede sia arrivato il momento di costruire con più coraggio una pastorale capace di confrontarsi anche su questi temi?

Esperienze ed esperimenti ce ne sono; in alcuni casi anche molto coraggiose. C’è da dire che, soprattutto per le persone omosessuali, la dottrina pone precise condizioni come base per qualsiasi azione pastorale; rispetto ad esse, tuttavia, il dialogo riesce difficile, soprattutto in una situazione come l’attuale in cui assistiamo a una preoccupante deriva ideologica. Di fronte alle importanti deviazioni antropologiche, che arrivano a svuotare di significato la differenza sessuale, le aperture di una parte vengono assai spesso giudicate insufficienti e le richieste dell’altra irricevibili. La distanza, già grande, rischia di aumentare ulteriormente, togliendo spazi alla comprensione reciproca e alla sperimentazione. Penso che questo sia il tempo della vicinanza e del discernimento personale, dell’accettazione della problematicità, senza forzare soluzioni strutturate, nella consapevolezza che esistono sempre e comunque spazi per l’incontro con il Signore e la vita cristiana nella comunità.

Tanti giovani oggi - come ci viene confermato dalle statistiche e da ricerche autorevoli - hanno abbandonato l’idea, per qualcuno la speranza, di costruirsi una famiglia e, per paura, per comodità, talvolta per problemi economici, si accontentano di relazioni fluide e provvisorie. Se dovesse rivolgere un appello a questi giovani e meno giovani che rimangono "sulla soglia delle responsabilità", cosa direbbe?

Di non avere paura del futuro. Ci sono stati momenti assai più drammatici, nel passato anche recente dell’Italia, in cui pure non è venuta meno la fiducia in un domani migliore e i giovani hanno continuato a mettere su famiglia e a lavorare con impegno e creatività. Mi piacerebbe poter aggiungere che possono contare sul sostegno concreto di noi adulti, ma non sono così sicuro che sia vero.

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