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L’Adozione Internazionale non può e non deve morire 

da www.aibi.it
@Riproduzione Riservata del 03 luglio 2023

Come rafforzare il sistema italiano delle Adozioni Internazionali e aprire nuove strade di accoglienza con la cooperazione, gli accordi bilaterali e le forme innovative. L’intervento di Marco Griffini, Presidente Ai.Bi., nel dibattito sul futuro delle adozioni.-

Il Presidente e Fondatore di Ai.Bi., Marco Griffini, è intervenuto sul portale “VITA” all’interno del dibattito dedicato al futuro delle Adozioni Internazionali.
Di seguito, riportiamo il suo contributo.

“Sto seguendo con molto interesse su VITA il dibattito sul futuro delle adozioni internazionali. Chi dice che il sistema Italia sia fallito, chi profetizza che oramai l’accoglienza adottiva di un minore straniero appartenga al passato, chi mette il dito sull’eccessivo numero degli enti autorizzati (come se al diminuire del loro numero aumentassero le adozioni! Ricordo che anni fa gli enti autorizzati erano 70 e comunque si realizzavano migliaia di adozioni all’anno), chi sostiene che è ormai tempo che gli enti autorizzati facciano altro… e via di questo passo.
Tanti bei ragionamenti, anche ben argomentati, che non tengono conto di una verità fondamentale: per noi adulti, che l’adozione internazionale ci sia o non ci sia poco cambia.
Ci sono infatti altri modi, per una coppia sterile, di diventare genitori: la procreazione medicalmente assistita (fra l’altro tutta a carico del sistema sanitario statale!), l’eterologa per chi non ha problemi a vedersi genitore di un figlio non della coppia e, per chi non va troppo per il sottile ed è disposto a passare sopra le norme di legge, persino l’utero in affitto. Su quest’ultima questione, poi, è interessante notare che se una coppia dovesse fare un’adozione illegale senza alcun dubbio il bambino le verrebbe tolto e nessuno avrebbe nulla da dire (comprare un bambino? Non si fa!), mentre, chissà perché, ciò non è vero per chi lo compra con l’utero in affitto. Misteri di noi adulti.

La situazione attuale

Comunque sia, come si diceva, per noi adulti che l’adozione internazionale ci sia o non ci sia, alla fin fine non è un gran problema. Per un bambino abbandonato, invece, il fatto che l’adozione ci sia o non ci sia… cambia la sua vita! Perché l’adozione è l’unica strada possibile, immutata da secoli e secoli, per ri-diventare un vero figlio. Non ce ne sono altre. Se non viene adottato, un bambino abbandonato resterà per tutta la vita abbandonato! Specie se ha qualche problemino di salute o è un po’ avanti con l’età o ha la “sfortuna” di avere qualche fratello. La dimostrazione di quanto sto affermando è insita in una realtà che ben conoscono tutti gli enti autorizzati: le famose “neglect list”. Liste interminabili, di centinaia e centinaia di minori di entrambi i sessi dichiarati adottabili e inviate ogni mese da molti paesi del Sud America e dell’Europa dell’Est, nella speranza che qualche ente autorizzato trovi una famiglia che voglia adottare qualcuno di quei minori. Sono le “liste della disperazione”, che mostrano il vero dramma dell’abbandono: l’età di questi minori varia da 12/13 anni a 16/17, molti sono fratelli e sorelle e molti hanno seri problemi di salute. Ma ciò che lascia veramente attoniti è la storia personale di ciascuno di loro: entrati nel sistema nazionale della protezione dell’infanzia del loro Paese (quindi in orfanotrofio o in affido) quando erano piccolissimi, hanno passato tutta l’infanzia e la pre-adolescenza in una situazione di vero limbo. Altro che ritardo psicomotorio o patologie varie! Chi non diventerebbe uno “special needs” in queste condizioni di vita? Così, dopo tutto quel tempo “buttato”, questi ragazzi e ragazze vengono inseriti nelle neglect list come ultima speranza di poter diventare, un giorno, figli.
Quindi non si venga a teorizzare che di minori adottabili non ce ne sono più, che quei pochi che ci sono vengono adottati in patria, che i sistemi di protezione minorile dei Paesi di origine hanno fatto enormi progressi… Chi afferma simili cose non conosce la realtà dell’abbandono! Basta avere qualche progetto di cooperazione in Africa e collaborare con i locali servizi sociali dediti alla protezione dell’infanzia per rendersi conto delle enormi proporzioni del fenomeno dell’abbandono minorile in quel continente. Orfanotrofi pieni, strade delle megalopoli straripanti di minori in strada. Certo ci mancano i dati generali del fenomeno dell’abbandono, ma questo è un problema arcinoto. Ciascuno può portare però ciò che vede con i propri occhi o con quelli delle proprie famiglie, come le nostre due coppie partite per adottare due minori da un orfanotrofio di un paese dell’Africa orientale, che al loro arrivo ospitava 45 minori abbandonati e che dopo due mesi hanno organizzato una “festa per la partenza” insieme a 75 bambini abbandonati: 30 abbandoni in soli due mesi! In un solo orfanotrofio.

Che cosa fare?

Cosa fare? Non staremo qui a ripetere ciò che diciamo da anni: che è un problema culturale, che l’abbandono minorile non viene considerato un’emergenza umanitaria, che l’Unicef non ha mai redatto un rapporto, che nessuno si straccia le vesti per i Paesi che chiudono le adozioni internazionali privando di fatto migliaia di loro piccoli cittadini della possibilità di avere una famiglia, che pochi ascoltano chi da anni chiede agli Stati ratificanti la Convenzione dell’Aja di lasciarsi aiutare a creare al loro interno un sistema di protezione dell’infanzia.
Non c’è tempo per tutto questo: i bambini abbandonati non hanno più tempo di aspettare, non se ne fanno niente di proclami e si rivolgono proprio a noi, enti autorizzati, come gli unici, in questo momento, capaci ancora di ascoltare e accogliere il loro grido di abbandono. Guai se sparissero gli enti autorizzati, sarebbe la fine della speranza per milioni di bambini abbandonati.
Cosa possiamo dunque fare per rilanciare l’ adozione internazionale? Tanto! E senza mettere mano a grandi riforme di legge: basta applicare – finalmente – le leggi che già esistono.

Sul fronte italiano

Idoneità in sei mesi

Sul fronte italiano, le famiglie disponibili ci sono sempre state, ci sono e potrebbero essere anche molte di più se finalmente il governo decidesse una volta per tutte a prendere in mano seriamente la situazione e dare alle proprie articolazioni territoriali l’ordine di applicare totalmente la legge 183/84, a cominciare dal rendere “perentorio” il termine temporale previsto dalla legge per l’ottenimento dell’idoneità: 6 mesi e non un giorno di più! Invece, oggi, quanti anni passano per le nostre povere coppie per ottenere quel sospirato pezzo di carta?

Gratuità dell’adozione

L’altro importante e annoso tema, capace di stravolgere totalmente il quadro, è la gratuità dell’adozione. È una questione di diritto dal punto di vista del bambino: essere figlio non può essere una condizione legata alle possibilità economiche di una coppia. Vi sono molte coppie infatti che sarebbero ottimi genitori, pur non avendo disponibilità economiche tali da poter affrontare i costi di una adozione internazionale. Non possiamo continuare a far finta di niente e proseguire a investire gran parte dei soldi previsti per il rilancio della natalità sulla promozione della procreazione assistita, a discapito dell’adozione internazionale. Ci siamo mai chiesti quanto costa realmente allo Stato italiano un ciclo di PMA? Sarebbe veramente interessante mettere a confronto quanto costa alla stato un figlio nato con PMA rispetto a quello adottato con l’adozione internazionale! È una ricerca che abbiamo iniziato a fare e i primi dati sono strabilianti rispetto alla sproporzione, con un rapporto di 1 (figlio nato con n. cicli di PMA) a 20 (figli adottati con l’adozione internazionale)!

No ai decreti di idoneità vincolati

Poi, se si volesse migliorare la nostra vecchia ma sempre attualissima legge, basterebbe un piccolo emendamento e togliere quell’anacronistico e totalmente inutile passaggio da un Tribunale per i minorenni per ottenere l’idoneità. Parliamo tanto di volerci adeguare alle normative europee ma siamo rimasti noi – e il piccolo Belgio – gli unici in Europa ad avere ancora questa inutile pratica burocratica, che fa perdere un sacco di tempo alle coppie, ma anche alla stessa magistratura minorile, che avrebbe tanto altro da fare e di ben più importante che non “giudicare” il grado di accoglienza di una coppia, per di più permettendosi di mettere dei paletti, che tanto fanno indispettire i giudici stranieri, su come deve essere il figlio da adottare: uno solo, che non si deve ammalare in futuro (!), piccolino e via di questo passo. Una visione totalmente anacronistica della realtà dell’adozione internazionale, per non ipotizzare che forse si voglia in realtà impedire alla coppia di portare a termine l’adozione. Anche qui sarebbe meglio applicare la nostra vecchia legge e realizzare, finalmente, in ogni regione, i famosi Protocolli Operativi Coordinati (POC), nei quali i Servizi Territoriali dell’ ente pubblico e i servizi professionali dell’ente autorizzato collaborano per l’effettiva formazione delle coppie candidate all’adozione. In sostanza, si passerebbe da una “idoneità formale” – come quella rilasciata oggi dai tribunali – ad una ” idoneità sostanziale”, rilasciata da un ente pubblico a una coppia che ha concluso positivamente un comune percorso di accompagnamento.
Quindi, con pochi ma sostanziali e possibilissimi accorgimenti, non solo le coppie disponibili ci sarebbero sempre, ma aumenterebbero significativamente anche e soprattutto in termini di preparazione e disponibilità. Ma i minori da adottare poi ci sarebbero?

Sul fronte estero

Passiamo quindi sul fronte estero, dove il problema, da 40 anni a oggi, rimane sempre lo stesso: “Come tirare fuori i minori in stato di abbandono dagli orfanotrofi?”. Anche qui poche ma importanti proposte connesse, come sopra, a un comune denominatore: la volontà del decisore politico.

Un addetto alle adozioni nelle ambasciate

La più interessante è l’istituzione di un funzionario addetto all’adozione internazionale presso le ambasciate italiane dei Paesi più rilevanti e in prospettiva operativi per la cooperazione e l’adozione internazionale. La nomina di tale nuova figura diplomatica avrebbe un doppio significato politico: per l’Italia, la decisa e definitiva collocazione dell’adozione internazionale nella politica estera italiana (l’accoglienza di minori stranieri che diventano immediatamente cittadini italiani è un “interesse nazionale”, importante e da salvaguardare, non più solo l’interesse personale della coppia di genitori), mentre per il Paese d’origine del minore adottato sarebbe non solo un segno concreto dell’attenzione dell’Italia verso la situazione della locale infanzia in difficoltà ma – ben più importante – un diretto coinvolgimento nelle politiche di sviluppo attraverso le iniziative di cooperazione internazionale.

La cooperazione internazionale

Infatti, la partita del futuro dei minori in stato di abbandono e in grave fragilità familiare si gioca proprio sul piano di una cooperazione internazionale tesa alla sviluppo del sistema di protezione della infanzia (in pratica, la concreta attuazione del dettato fondamentale della tanto declamata “Convenzione dell’Aja”): realizzazione di appositi impianti normativi; istituzione (laddove carente) e formazione di magistratura minorile, operatori sociali dedicati, educatori; istituzione e formazione di associazioni di famiglie adottive e affidatarie; ecc. Certamente, come detto sopra, occorre che il nostro governo creda nell’attuazione dei diritti dei minori abbandonati e predisponga le risorse necessarie, destinando una quota del budget della cooperazione internazionale proprio per queste finalità.

Accordi bilaterali

Inserire l’adozione internazionale nella politica estera italiana vorrebbe dire anche tornare alla fortunata era (2008-2011) della proliferazione degli accordi bilaterali, delle missioni nei Paesi di origine delle nostra Commissione per le Adozioni Internazionali, dell’accoglienza frequente e periodica delle Autorità Centrali straniere nel nostro Paese. Non tutti lo sanno, ma l’Italia, grazie a quella stagione felice, rimane tutt’ora il paese di accoglienza che ha sottoscritto il maggior numero di accordi bilaterali in tema di adozione internazionale: accordi non più rinnovati o fermi da anni presso il Contenzioso del Ministero degli Affari Esteri per problemi legati alla “privacy”. Ora ci si presenta una formidabile occasione, almeno stando alle dichiarazioni del nostro Capo di Governo: l’attivazione di un “Piano Mattei per l’Africa”. Saremo capaci di inserire in questo programma, così fondamentale per l’Italia e l’Europa intera, anche un “sottopiano” per l’infanzia e la gioventù africana in grave difficoltà familiare?

Nuove strade per l’accoglienza

Tornando alle proposte di rilancio, in questi ultimi tempi, da più parti, si sta sollecitando il Governo a dedicare un po’ di attenzione alla possibile apertura di nuove strade per la tutela dei minori abbandonati con le cosiddette “accoglienze innovative”: l’affido internazionale, per dare una risposta familiare ai tanti minori stranieri non accompagnati in stato di abbandono, le vacanze preadottive (qui, finalmente, grazie alla determinazione di alcuni enti autorizzati, un progetto operativo è in via di finalizzazione con la Colombia); la kafalah, una possibilità per le migliaia di famiglie islamiche presenti in Italia; l’adozione in pancia, la risposta legale e solidale al vergognoso mercimonio dell’utero in affitto.

Infine, ma forse è il punto più importante, occorre avviare delle “corsie preferenziali” per l’adozione degli Special Needs, gli ultimi degli ultimi, non solo istituendo percorsi facilitati in termini burocratici e di tempistiche per la loro adozione, ma soprattutto prevedendo, in Italia, appositi percorsi di accompagnamento e assiduità di sostegno per il post-abbandono.

Si tratta di proposte concrete e possibili, che se realizzate potrebbero benissimo rilanciare questo meraviglioso atto di giustizia che è l’adozione internazionale di un minore abbandonato, in qualsiasi parte del mondo esso viva. Prima di pensare di decretare la morte dell’adozione internazionale, inginocchiamoci di fronte a un bambino abbandonato e, guardandolo negli occhi, tentiamo di sentire il suo “grido”. Finché ci sarà anche un solo bambino abbandonato, anche nel posto più recondito del mondo, l’adozione internazionale non può e non deve morire.”

Marco Griffini, Presidente Ai.Bi.

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