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LA STORIA DI FEDERICO, UN DRAMMA CUI ACCOSTARSI CON GRANDE UMILTA’

di Don Antonio Mazzi
da www.exodus.it
@Riproduzione Riservata del 30 agosto 2019

Ti si rompe il cuore leggere che giovani di ottima famiglia e dotati di rari talenti, per tormenti interiori, difficili da interpretare rischiano morti troppo assurde e struggenti. Non fermiamoci alle solite interpretazioni, alle letture superficiali e già scontate riguardanti il problema adolescenziale. Dobbiamo incominciare ad incrociare con grande umiltà il loro mondo interiore sicuri che arriveremo con fatica appena davanti alla porta della loro anima. Urge il dovere di recuperare una presenza significativa, costante, adulta, capace di far intendere ai nostri figli che anche la nostra vita non è stata un romanzo.
Ognuno di noi non deve nascondere le sue cicatrici, accettandole giorno dopo giorno, ora dopo ora, per poi raccontarle con tanta pazienza per far capire che nessuna soluzione è indolore e che la fortuna non è parte integrante della vita. Nessuno scriverà una riga al nostro posto. Al massimo ci starà vicino da amico disposto ad essere il primo a darci una mano non perché sa indovinare i passi successivi ma solo per illuminarceli per evitare ulteriori cadute.
Federico, ragazzo padovano di 23 anni, in seguito ad un incidente, mentre andava in bicicletta, entrò in coma per oltre un mese. Nonostante la riabilitazione, rimase un po’ acciaccato e camminava zoppicando. Però non ci siamo accorti, come spesso accade, che la sofferenza dentro di lui lo faceva zoppicare sempre di più, fino ad avvicinarlo alla tragedia. Fu la sfacciataggine e la poca sensibilità dei suoi compagni a dare l’ultima spinta, e la difficoltà di accettarsi non riuscì a superare la paura di continuare a vivere.
Arrivò la cocaina, fece un percorso comunitario ma l’insaziabile curiosità adolescenziale lo ha travolto e riportato sulla strada sbagliata. Perciò nonostante l’esperienza comunitaria superata positivamente, volle provare l’emozione dell’eroina, e poiché odiava l’ago, chiese al suo pusher di iniettargli in vena la maledetta “roba”. Non ho voluto, per scelta, parlare dei genitori e del fratello. Hanno già parlato abbondantemente i giornali.
Ed ora eccoci a fare le solite domande, perché non è giusto non farcele. Però non dobbiamo aver fretta nel dare risposte, nel citare numeri, nel fare dichiarazioni riducendo il mondo giovanile ad un campo di battaglie sempre perdute. Ogni figlio è una storia unica. Se c’è una riflessione, più che una risposta, vorrei sintetizzarla così: “La vita non può essere un bene assoluto, lineare e rettilineo, ma solo, sempre e con tutti, un tortuoso impasto di bene e di male”.
Tutti noi adulti non solo i genitori essendo già allenati dovremmo aiutare i nostri figli a superarlo, accettando con grande dignità vittorie e sconfitte.

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