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La morte terrena le parole per dirla e il fatto cristiano per eccellenza

di Marco Tarquinio
da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del 27 agosto 2019
Gentile direttore,
quando una persona muore non scompare ma torna al Padre Eterno. La 'natura' del quotidiano che lei dirige implica che le 'cose' vengano chiamate con il loro nome. Mi riferisco al titolo dell’articolo apparso il 10 agosto su 'Avvenire' che annuncia la 'scomparsa' della fondatrice del primo Centro di aiuto alla vita nella clinica Mangiagalli di Milano. «Scomparsa »? No, morta. E perché scrivete 'scomparsa'? La signora Paola Bonzi non è scomparsa! Sappiamo dove si trova. Usiamo parole che comunicano con chiarezza il fatto che si vuole comunicare, pena una fatica di comprensione della realtà e una gran confusione. Chi muore non scompare! Coraggio, il tempo urge testimonianza e non assunzione della falsa mentalità dominante. A quale scopo? Chi non volete urtare? Cordialmente.
Bianca Colzani
 
Risponde Il Direttore  
Anch’io, gentile e cara signora Colzani, personalmente preferisco dire e scrivere che una persona è 'morta' piuttosto che 'scomparsa' e, anzi, da figlio di Assisi, mi affiora sempre alle labbra la francescana «sora nostra morte corporale». E se si tratta di una persona credente, trovo giusto dire – con fede e speranza – che è «tornata alla Casa del Padre». Espressione lunga, quest’ultima, che in un titolo di giornale non trova facilmente spazio, ma nella consapevolezza cristiana è 'dentro' qualunque altra espressione più sintetica a cui abitualmente si fa ricorso per annunciare la fine della vita terrena. Resta il fatto che, nella nostra lingua italiana, 'morte' e 'scomparsa' sono saldamente sinonimi e non per «falsa mentalità dominante» ma per antichissima frequenza d’uso, puntualmente segnalata dai vocabolari. Nella stessa edizione di 'Avvenire' lei ha inoltre trovato due titoli dedicati all’improvviso decesso (altro sinonimo) della straordinaria, grande e umile paladina della vita Paola Bonzi: in uno si utilizza l’espressione 'scomparsa' nell’altro 'morte'. Faccio perciò un po’ fatica a capire il suo dubbio su una nostra presunta paura che genererebbe una mancata 'testimonianza lessicale'. Un’ultima annotazione: il fatto cristiano per eccellenza è la Risurrezione di Cristo. E quella luce, per noi, fa chiaro su ogni umano termine, sull’umano dolore e sull’umana attesa. Qui è la nostra forza, e il nostro coraggio: «Dov’è, o morte, la tua vittoria?» (cfr. 1 Cor 15, 54-57).
Ricambio il suo cordiale saluto.

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