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La denuncia. Siria, schiave del Daesh richiuse con i loro carnefici

di Asmae Dachan 
da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del 17 febbraio 2021
Sono 400 le donne turkmene e irachene detenute al confine con la Turchia. Con loro le mogli dei jihadisti che le perseguitano. L'accusa di al-Salhi, capo della Commissione diritti umani di Baghdad.-
Un carro armato turco nella regione nordoccidentale della Siria
Prima schiave del Daesh. E ora vittime imprigionate con i loro stessi carnefici. È la denuncia da Arshad al-Salhi, capo della commissione per i diritti umani nel Parlamento iracheno e leader del Fronte Turkmeno, che nei giorni scorsi ha firmato un documento in merito alla presenza di oltre 400 donne turkmene e irachene in diversi campi di detenzione in Siria. L’inchiesta richiama al fatto che tra il 2014 e il 2017 il Daesh ha sequestrato, schiavizzato e venduto almeno 400 donne di origine turkmena e irachena e che quindi queste ultime non possano essere trattate da complici del Califfato, ma da vittime dello stesso.
Alcune delle donne sono nella prigione di Afrin, al confine turco-siriano; erano scappate dai campi di detenzione del Daesh in Siria e sono state fermate e arrestate dalle autorità turche. I campi in questione sono nelle città di Hasaka, Raqqa, al-Sad, Abu Khashab, Abu Haman e al-Hol, dove sono imprigionati membri del Daesh e loro familiari, tra cui moltissimi bambini. Le condizioni di vita all’interno di queste realtà, come più volte denunciato dalle Nazioni Unite, sono estremamente precarie, sia sotto il profilo medico-sanitario, che sotto il profilo della sicurezza. L’80% degli abitanti di queste prigioni a cielo aperto sono bambini e donne, e tra le tende, vittime e carnefici si confondono.
Nel campo di al-Hol, che resta il più popolato, vivono circa 60mila persone. Jens Laerke, portavoce dell’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari, ha recentemente invitato le autorità che controllano la sicurezza nel campo «a garantire la sicurezza dei residenti ma anche degli operatori umanitari». Le donne affiliate al sedicente Stato islamico, infatti, nonostante la sconfitta di quest’ultimo, usano violenza contro le altre e le costringono a obbedire ai loro ordini. Il documento firmato da Arshad è frutto di un lavoro di indagine dei servizi segreti iracheni, presentato alla Commissione parlamentare per i diritti umani e all’Alto commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite. Arshad ha dichiarato che, una volta raccolte queste informazioni, è stata presentata una richiesta formale al ministero degli Esteri di Ankara, affinché si faccia carico della ricerca di queste donne all’interno delle zone siriane su cui ha il controllo e di prendere subito i necessari provvedimenti. Il fatto che circa la metà degli abitanti di questi campi siano bambini preoccupa la comunità internazionale e le associazioni che si occupano dei diritti umani. Non bisogna sottovalutare che in quelle condizioni ostili, le bambine e i bambini sono particolarmente vulnerabili. La tragedia per le bimbe sono gli stupri, anche quelli legalizzati e mascherati dai cosiddetti matrimoni precoci, mentre per i bambini il rischio continua a essere quello dell’indottrinamento e dell’arruolamento tra le nuove leve dei combattenti dell’autoproclamato Califfato, che non può ancora considerarsi completamente sconfitto.

Vladimir Voronkov, responsabile dell’“Un counter-terrorism”, ha denunciato la presenza di circa 27.500 bambini stranieri nei campi di detenzione, di cui circa 8.000 provenienti da 60 Paesi stranieri. «Il 90% di loro ha meno di 12 anni e si trova in una condizione di pericolo». L’appello levato da più parti è che ogni Paese si faccia carico del rimpatrio dei suoi connazionali per scongiurare l’insorgere di un nuovo focolaio di terroristi.
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