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Israele e Palestina: finché si nega l'altro e le sue ragioni la guerra non finirà

Israele e Palestina: finché si nega l'altro e le sue ragioni la guerra non finirà

di Marco Tarquinio
da www.avvenitre.it
@Riproduzione Riservata del 12 maggio 2021

Signor direttore,
la vera violenza è l’ingiustizia, diceva Gandhi. La vera violenza in Palestina si chiama occupazione dei Territori palestinesi da parte di Israele che dura da 54 anni, contro le risoluzioni dell’Onu 242 e 181; si chiama apartheid che vige in Palestina, come denunciano da tempo i rapporti dell’Onu, di Human Rights Watch e Amnesty International, di B’Tselem; si chiama espropriazione delle terre palestinesi con colonie illegali che si ingrandiscono ogni giorno; si chiama Muro della Vergogna, check point, imprigionamenti quotidiani di palestinesi compresi i bambini, sradicamento degli ulivi, demolizione di case, negazione dei diritti dei palestinesi: alla libertà, a una terra, alla indipendenza, alla dignità... Questi i nomi della violenza che vengono taciuti, quando si parla di violenza in Palestina; violenza attribuita sempre ai palestinesi, che da aggrediti diventano aggressori. Ogni critica a Israele viene marchiata di “antisemitismo”; ci si dimentica di dire che anche i palestinesi sono semiti e sono oggetto di antisemitismo da parte della maggioranza degli ebrei israeliani. La pace in Palestina ci sarà quando finirà l’occupazione, la Madre di tutte le violenze. Ma Israele non vuole la pace, vuole la Palestina tutta, dal Mediterraneo al Giordano. E se la sta prendendo, con la forza, la violenza, con il silenzio assenso degli Usa, dei Paesi arabi, dell’Unione Europea, e dei media!

Luigi

Signor direttore,
il suo giornale racconta una parziale verità quando parla di Israele e del popolo ebraico. In questi giorni tuttavia la parziale verità si è trasformata in una enorme falsità, quando la drammatica cronaca degli avvenimenti di queste giornate viene ambientata in una fantomatica «Gerusalemme Est occupata», come scrivete più volte nei vostri articoli. Il lettore poco accorto potrebbe quindi credere che il primo movente dei disordini sia la lotta contro l’occupazione della propria terra da parte del “nemico sionista”. La realtà è che non esiste una Gerusalemme occupata, ma Gerusalemme è unica ed indivisibile. Dobbiamo, quindi, ricollocare correttamente gli avvenimenti di questi giorni che sono da ambientarsi nella Capitale di Israele, dove stanno avvenendo atti di indicibile violenza compiuti da una folla incitata e manovrata, atti di vera e propria guerriglia urbana, atti vandalici e barbarici contro cittadini di Gerusalemme (è recente l’uccisione di uno studente ebreo) e contro le forze dell’ordine. Vediamo razzi che partono da Gaza e che vogliono colpire popolazione civile, costretta a scappare e a proteggersi nei rifugi al suono delle sirene di allarme. Mi chiedo quindi come possiate invocare la pace, senza chiedere prima giustizia. Giustizia per Israele che ha il diritto di proteggere i propri cittadini, di avere confini difendibili, di non vivere nel terrore al grido “uccidiamo l’ebreo”. Chiediamo giustizia. Solo dopo potremo chiedere pace.

Francesca

Risponde il Direttore,

La guerra, ogni guerra, comincia quando non si intende riconoscere, e si arriva a negare, l’altro e le sue ragioni. La guerra tra israeliani e palestinesi dura da 73 anni, alternando fasi di calma solo apparente e scontri roventi, proprio per questo. Ed è terribile perché anche chi guarda e giudica i fatti da lontano, magari dall’Italia, si fa spesso contagiare totalmente dalla logica della guerra, che è sempre irragionevole e spietata. Leggere e rileggere queste due lettere così duramente contrapposte tra loro – e ne ricevo da sempre di tale tenore – è drammaticamente istruttivo. Non mi abituerò mai. Ognuna di esse contiene un po’ di verità, ma non tutta la verità. Perché manca la verità dell’altro, che smaschera le menzogne che ognuno finisce per dire e prende sul serio la sofferenza e l’ingiustizia che le vittime, da una parte e dall’altra, patiscono, eppure restano non riconosciute e diventano irriconoscibili. Noi di “Avvenire” non siamo perfetti, e però siamo impegnati a raccontare la realtà e a sostenere, per quanto sappiamo e possiamo, chi crede e vuole la pace. Qualunque parola si scagli contro di noi, farà sempre meno male della guerra atroce e insensata che continua.

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