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Il messaggio . I vescovi: dalla parte della vita. Sempre

di Luciano Moia
da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del 16 novembre 2022

"Lasciamoci sfidare dalla voglia di vivere dei bambini, dei disabili, degli anziani, dei malati, dei migranti e di tanti uomini e donne che chiedono rispetto, dignità e accoglienza".-

Per affermare il “Vangelo della vita” e sconfiggere la “cultura di morte” che sembra dominare la nostra società occorre mobilitare “sempre maggiori energie e risorse”, sostenere “azioni concrete a difesa della vita”, non stancarsi di proporre riflessioni profonde ed efficaci sul senso del nascere e del morire.

Una bambina ucraina arrivata a Napoli il primo marzo 2022 dopo un lungo viaggio dalla Polonia - Archivio Ansa

È il senso del messaggio che i vescovi italiani hanno diffuso oggi in vista della 45esima Giornata per la vita che sarà celebrata in tutte le comunità domenica 5 febbraio 2023 sul tema “Dio ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte” (Sap 1,14).

Un messaggio molto denso, quello di quest’anno, capace di allargare lo sguardo a tante situazioni in cui la vita è offesa, calpestata, sacrificata in nome di altri obiettivi che non prendono spunto da motivazioni etiche ma, troppo spesso da “condizioni di solitudine, di carenza di cure, di paura dinanzi all’ignoto… È il mistero del male che tutti sgomenta, credenti e non. Ciò, tuttavia – si legge nel testo - non elimina la preoccupazione che nasce dal constatare come il produrre morte stia progressivamente diventando una risposta pronta, economica e immediata a una serie di problemi personali e sociali. Tanto più che dietro tale “soluzione” è possibile riconoscere importanti interessi economici e ideologie che si spacciano per ragionevoli e misericordiose, mentre non lo sono affatto”.

Il Messaggio elenca poi le situazioni in cui la nostra società, come anestetizzata, finisce per tacitare coscienza e natura piegandosi alla cultura di morte. Succede quando “un figlio non lo posso mantenere, non l’ho voluto, quando so che nascerà disabile o credo che limiterà la mia libertà o metterà a rischio la mia vita… la soluzione è spesso l’aborto”.

Succede quando “una malattia non la posso sopportare, quando rimango solo, quando perdo la speranza, quando vengono a mancare le cure palliative, quando non sopporto veder soffrire una persona cara… la via d’uscita può consistere nell’eutanasia o nel “suicidio assistito”, oppure quando “la relazione con il partner diventa difficile, perché non risponde alle mie aspettative… a volte l’esito è una violenza che arriva a uccidere chi si amava – o si credeva di amare –, sfogandosi persino sui piccoli e all’interno delle mura domestiche”.

E, ancora, succede quando “il male di vivere si fa insostenibile e nessuno sembra bucare il muro della solitudine… si finisce non di rado col decidere di togliersi la vita”, oppure quando “l’accoglienza e l’integrazione di chi fugge dalla guerra o dalla miseria comportano problemi economici, culturali e sociali… si preferisce abbandonare le persone al loro destino, condannandole di fatto a una morte ingiusta”.

Ma succede, su più larga scala, anche in occasione delle guerre tra i popoli, quando “i potenti e i mercanti di morte ripropongono sempre più spesso la “soluzione” della guerra, scegliendo e propagandando il linguaggio devastante delle armi, funzionale soprattutto ai loro interessi”.

Quante le situazioni in cui la vita viene messa in secondo piano, ignorata, calpestata. Dall’uccisione della persona più debole e indifesa di tutte, il nascituro, ai soldati sul campo di battaglia. Ma possiamo dimenticare i morti sul lavoro per trascuratezza delle condizioni di sicurezza? I giovani sconfitti nella battaglia delle dipendenze che, pasticca dopo pasticca, scelgono una cultura di sballo e di morte perché, talvolta, il nostro impegno educativo e la nostra testimonianza di adulti non sono stati all’altezza della situazione? Purtroppo non ci sono gerarchie di importanza nelle tante situazioni in cui la cultura di morte sembra prevalente.

Cosa fare allora? “Il Signore crocifisso e risorto – ma anche la retta ragione – ci indica una strada diversa: dare non la morte ma la vita, generare e servire sempre la vita. Ci mostra come sia possibile coglierne il senso e il valore anche quando – prosegue il messaggio - la sperimentiamo fragile, minacciata e faticosa. Ci aiuta ad accogliere la drammatica prepotenza della malattia e il lento venire della morte, schiudendo il mistero dell’origine e della fine. Ci insegna a condividere le stagioni difficili della sofferenza, della malattia devastante, delle gravidanze che mettono a soqquadro progetti ed equilibri… offrendo relazioni intrise di amore, rispetto, vicinanza, dialogo e servizio. 
Ci guida a lasciarsi sfidare dalla voglia di vivere dei bambini, dei disabili, degli anziani, dei malati, dei migranti e di tanti uomini e donne che chiedono soprattutto rispetto, dignità e accoglienza.
Ci esorta a educare le nuove generazioni alla gratitudine per la vita ricevuta e all’impegno di custodirla con cura, in sé e negli altri”. In tutte queste situazioni “riconosciamo infatti l’azione misteriosa e vivificante dello Spirito, che rende le creature “portatrici di salvezza”.

"A queste persone e alle tante organizzazioni schierate su diversi fronti a difesa della vita va la nostra riconoscenza e il nostro incoraggiamento". Anche perché dare la morte in tutte le sue forme – ed è la terza parte del messaggio – non è mai una soluzione né risolutiva né appagante.

Basti ricordare – sottolineano i vescovi – “la ferita profonda che genera nell’animo di molte donne” il ricorso all’aborto. “Donne che, in moltissimi casi, avrebbero potuto essere sostenute in una scelta diversa e non rimpianta, come del resto prevedrebbe la stessa legge 194 all’art.5”. Non a caso c’è questa la consapevolezza “alla base di un disagio culturale e

sociale che cresce in molti Paesi e che, al di là di indebite polarizzazioni ideologiche, alimenta un dibattito profondo volto al rinnovamento delle normative e al riconoscimento della preziosità di ogni vita, anche quando ancora celata agli occhi: l’esistenza di ciascuno resta unica e inestimabile in ogni sua fase”.

E lo stesso discorso vale per il suicidio assistito o l’eutanasia, i femminicidi, la violenza sui bambini, l’aggressività delle baby gang… Nulla si risolve con la morte, tutto si guadagna scegliendo la vita.

Ecco perché – conclude il Messaggio – dare i conti con “cultura di morte” pone una questione seria questione etica. Non si tratta solo di promuovere il valore della vita e della persona umana, di riflettere sull’atteggiamento di superbia che spinge troppe persone a “giudicare se e quando una vita, foss’anche la propria, risulti degna di essere vissuta, arrogandosi il diritto di porle fine”. Ma “desta inoltre preoccupazione il constatare come ai grandi progressi della scienza e della tecnica, che mettono in condizione di manipolare ed estinguere la vita in modo sempre più rapido e massivo, non corrisponda un’adeguata riflessione sul mistero del nascere e del morire, di cui non siamo evidentemente padroni”.

Da qui la domanda. Come mai abbiamo perduto “la capacità di comprendere e fronteggiare il limite e il dolore che abitano l’esistenza, che crediamo di porvi rimedio attraverso la morte?”. La speranza è che “la Giornata per la vita rinnovi l’adesione dei cattolici al “Vangelo della vita”, l’impegno a smascherare la “cultura di morte”, la capacità di promuovere e sostenere azioni concrete a difesa della vita, mobilitando sempre maggiori energie e risorse”.

QUI IL TESTO INTEGRALE DEL MESSAGGIO

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