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Il dialogo che disarma: la via dei Focolari per la pace

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di Sara Fornaro
da www.citttànuova.it
@Riproduzione Riservata del 22 febbraio 2024

La pace va costruita ogni giorno, nonostante le guerre, da ognuno di noi, ovunque ci troviamo, per promuovere lo sviluppo, la democrazia, il dialogo.-

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La presidente Margaret Karram e il copresidente Jesus Moran con i giovani del Movimento dei Focolari

«Il dialogo è un ponte. Ma nelle guerre, si diceva in passato, la prima cosa che si distrugge è il ponte. La prima cosa che cercheranno di distruggere oggi è il dialogo, ma il Movimento dei Focolari è chiamato a mantenere quel dialogo capace di far prevalere l’unità sul conflitto». Questo per l’Opera di Maria (nome ufficiale dei Focolari) significa tornare alle origini del carisma dell’unità. Ne è convinto mons. Juan Fernando Usma Gómez, capo ufficio della Sezione occidentale del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Intervenuto alla presentazione del Bilancio di comunione 2024 del Movimento, ha infatti sottolineato come il metodo, per vivere il carisma dell’unità, sia il dialogo e i Focolari sono chiamati a farlo diventare una realtà, grazie anche alla loro presenza capillare nel mondo.

Un contributo alla pace viene dal dialogo con le altre Chiese. La loro presenza nel Movimento, spiega Usma Gómez«richiama l’importanza dell’azione dello Spirito Santo, che è capace di realizzare nel mondo una realtà di Dio. Il Movimento dei Focolari può aiutare molti a guardare con gli occhi di Dio e a riconoscere quello che lo Spirito Santo fa nelle altre Chiese come un dono per noi. Soltanto così possiamo iniziare a capire qual è quell’unità nella diversità che può essere realizzata. I piani del mondo non sono i piani Dio, ma noi speriamo che i piani del Movimento siano totalmente i piani di Dio e vogliamo che quello che fate serva a tutti quanti noi, alla Chiesa e al mondo».

La pace è stata al centro di tutti gli interventi dei relatori: l’economista Stefano Zamagni, mons. Usma Gómez, mons. Athenagoras Fasiolo, vescovo di Terme e ausiliare della Sacra arcidiocesi ortodossa d’Italia, Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana, Rita Moussallem, direttrice del Centro per il dialogo interreligioso dei Focolari, e Giancarlo Crisanti, amministratore generale del Movimento, intervistati dal giornalista Alessandro De Carolis del Dicastero vaticano della Comunicazione. Contributi importanti anche a mostrare – da occhi esterni – la strada che la Chiesa e la società si aspettano che l’Opera di Maria continui a percorrere. Naturalmente non da sola.

Per il presidente Notarstefano, infatti, il mondo associativo ha l’importante compito di essere sempre più uno spazio dove il dialogo e il protagonismo dei ragazzi possano esprimere un desiderio autentico di pace. «Non possiamo far assuefare le coscienze. Non possiamo far abituare i nostri contemporanei alla guerra considerandola una opzioneLa guerra – ha affermato Notarstefano – non è e non può essere mai una via di uscita. L’alternativa alla guerra non è solo la pace: è la stessa democrazia. Una via per lavorare per la pace è quella di costruire e rendere più forte la nostra democrazia».

Di democrazia e pace parla anche l’economista Zamagni. «Sta scritto nel Vangelo: “Beati i costruttori di pace” e non “Beati gli invocatori della pace”. Questo – commenta – è uno degli equivoci in cui spesso si cade, perché costruire la pace e chiedere la pace sono cose completamente diverse». Per Zamagni lo aveva capito bene papa Paolo VI, che nel 1967 pubblicò l’Enciclica Populorum Progressio, che ha per sottotitolo “Lo sviluppo è il nuovo nome della pace”, perché sono le situazioni dove manca lo sviluppo umano integrale che innescano la guerra.

Tuttavia, avverte, «attenzione a non confondere lo sviluppo con la crescita. Sviluppo in latino vuol dire togliere i viluppi, i lacci. Il concetto di sviluppo è legato a un concetto di libertà, se uno non ama la libertà non vuole svilupparsi, vuole solo crescere. Anche gli animali e le piante crescono, ma non si sviluppano. A questo punto si capisce la grande intuizione di Chiara Lubich (fondatrice dei Focolari, ndr), che in un famoso incontro in Brasile lancia l’Economia di Comunione», la cui essenza «è di aggredire le cause generatrici delle situazioni di guerra».

Il Movimento dei Focolari ha sempre insistito sull’importanza di applicare al concetto di giustizia il concetto di equità, perché non sono la stessa cosa. «Molte guerre sono state combattute in nome della giustizia, perché quando la giustizia non è equa, tende a creare situazioni di conflitto che poi sfociano in guerra». Un altro grande contributo del Movimento dei Focolari alla pace riguarda il dialogo, che «è la via che conduce all’autentica democrazia ed è un antidoto alle situazioni di guerra».

Ma davvero il dialogo – in particolare quello interreligioso – può contribuire alla pace? Per la direttrice Moussallem «è facile parlare, ma nella vita non è così, lo vediamo anche sulla nostra pelle con tutti i conflitti in corso. Nel contesto odierno, così complesso e di forte polarizzazione, le religioni sono più che mai chiamate a ricercare il modo di ritrovare l’essenza del proprio messaggio, cioè il cuore della propria missione».

Moussallem cita due studiosi che hanno scritto l’introduzione al Bilancio di comunione dei Focolari: il professore ebreo Russel G. Pearce, titolare della Cattedra Edward e Marilyn Bellet in Etica legale e Religione alla Fordham University di New York, e il teologo musulmano Adnane Mokrani, docente presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma. Il professore ebreo dice che bisogna aiutare a portare il sacro in ogni momento, in ogni relazione. Il teologo musulmano spiega che la religione dovrebbe aiutare a rendere l’essere umano più umano e più divino, più aperto a Dio e ai suoi simili. E invece «talvolta – afferma la direttrice del Centro per il dialogo interreligioso dei Focolari – le religioni vengono strumentalizzate dalla politica di potere, di dominio, sfruttando anche terreni resi fragili dalla povertà, dall’ingiustizia, ma anche dalla disintegrazione di tante persone».

Ideologie di dominio, di esclusione, di nazionalismi, di estremismi generano odio e guerra. In queste situazioni, il dialogo vero può essere di grande aiuto. «Perché – spiega Moussallem – ti fa scoprire e vedere l’umanità dell’altro, cioè ti disarma, ti dà la forza di metterti in gioco e di accogliere anche la sofferenza degli altri. In questi giorni sento che è molto importante capire non solo quanto soffro io, ma quanto sta soffrendo l’altro», per «poter lottare veramente insieme contro l’ingiustizia che genera odio e fare insieme un cammino di comunione. Solo questa può essere una via per la pace».

Mons. Fasiolo ha invece raccontato l’esperienza che fa ogni giorno, nel convulso scenario internazionale, incontrando i fedeli che provengono dalle aree di guerra. «Se come fedi – commenta – riusciamo a essere profezia, riusciamo a entrare nel cuore dell’uomo e riusciamo a risvegliare quello che c’è di meglio nel loro cuore. Il patriarca Bartolomeo diceva poco tempo fa che la Chiesa non esiste per giudicare, ma per rendere liberi, non per punire, ma per salvare. La pace non è solo comprensione, ma anche giustizia. Soprattutto non deve essere solo teoria, ma qualcosa di concreto».

Per mons. Fasiolo «dobbiamo alzare la nostra voce e testimoniare queste cose, non dobbiamo solo dircele e pensarle, ma testimoniarle con forza. Io sono convinto che se l’uomo di fede, con umiltà, ma con forza, testimonia quanto detto, può fare molto. Ognuno di noi nel suo piccolo che può fare molto».

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