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Dire di no, il segreto della felicità

di Rossana Campisi

da www.iodonna.it
@Riproduzione Riservata del 08 luglio 2023

Spesso diciamo "sì" perché è la cosa giusta, quella che ci si aspetta da noi. Anche se pensiamo il contrario. Eppure un rifiuto ponderato e gentile può aprire la strada a grandi rivoluzioni interiori. E può migliorare pure i rapporti di coppia... Come testimoniano questi libri e studi.-

C’è un luogo dove – più che altrove – non riusciamo a dire di “no” e si chiama cellulare. Impiliamo lì, e solo lì, il sì a un invito, i forse sì a un favore, i silenzi utili a dire né sì né no. E succede in chat, soprattutto, con i messaggi. E pensare che la prima volta – ovvero la prima chiamata col cellulare (il Motorola) – risale solo a cinquant’anni fa. Ma come facevamo prima? Cioè vien da chiedersi come si faceva un tempo a dire sempre di sì nonostante i mille no che in realtà pensiamo. Li dicevamo a voce? Una cosa è certa: dire di sì conviene e costa meno fatica. E forse lo sperimentiamo oggi (più di ieri).

Dire di no alla cultura del sì

Perché la cultura del “sì”, di cui siamo permeati, ci fa sentire più intelligenti e meno soli se assecondiamo tutti, ci fa sentire stimati per efficienza, perbenismo o generosità. Se non rifiuti nulla, in sostanza, forse sei migliore. Oppure no: forse sei infelice. I no che non dici agli altri sono quelli che imponi a te stessa (Mondadori) è il titolo di un saggio che Camilla Ronzulli (in arte: Zelda was a writer) ha scritto per condividere la sua personale rivoluzione ispirata al “preferirei di no” dello scrivano di Melville, all'”Io mi oppongo” di Luciano Bianciardi de La vita agra, e persino al “no” per la vita sulla terra del calviniano barone rampante sugli alberi. Ogni tappa di questo racconto fa leva su aneddoti che parlano di ricerche di legittimazione e consapevolezze illuminanti: se è vero che ogni “sì” è l’inizio, negli altri, di aspettative, ogni “no” sappiate però che è un altro inizio. È quello del sì a se stessi: io dico no per dire di “sì”a me e così mi sento leggera. Libera. Una modalità tranchant attraverso cui chiediamo – e otteniamo – salvezza.

Al centro del desiderio altrui

«Avevo annotato su un taccuino una frase della mia psicoterapeuta perché aveva avuto un tale impatto su di me che non ero riuscita a dimenticarla. Quella frase oggi è il titolo del libro» racconta Ronzulli.

«Per anni ho combattuto contro tutti i “no” che avrei voluto dire perché ero sicura che solo con i miei “sì” mi sarei meritata amore e considerazione. Le resistenze difficili da scalfire erano legate all’educazione ricevuta e con i “sì” alla fine mi sentivo al centro dei desideri degli altri, che per tanto tempo avevo confuso con i miei. E non era una cosa che vivevo solo io o le mie amiche, era di tanti» continua. «Mi sono sempre rifiutata di iscrivermi in una sola definizione, nel lavoro come nella vita. Il problema però è che se non sei posizionabile in una categoria desti sospetto. Eppure, è stato questo “no” alle aspettative altrui, ai destini già scritti, ad avermi salvato. Certo, non tutti sono liberi di rifiutarsi. A volte non puoi farlo per motivi economici, pressioni sociali, o solo per un’educazione ancora abitata dall’idea che le brave persone siano generose e disponibili. Mi piacerebbe che la gente dicesse più “no”a livello interiore, perché in quella dimensione non esistono resistenze e anche se non sembra, si tratta di “no” capaci di grandiosi prodigi» conclude l’autrice.

Ne sa qualcosa Clare, la protagonista di Le piccole cose della vita, la miniserie (su Disney+) creata da Liz Tigelaar sulla base del bestseller omonimo di Cheryl Strayed: nel bel mezzo di una vita che va a rotoli (matrimonio, carriera, rapporto con figlia) si ritrova a essere una venerata giornalista grazie a un “no” rifilato al suo passato e a un “sì” riservato a Dear Sugar, la rubrica di consigli che le cede un’amica chiedendole il favore di sostituirla. Quello sarà l’inizio della sua felicità, il frutto di tanti “no” assegnati alla lista delle infelicità.

E ognuno ha la sua. «No a chi non ti rispetta come persona, no a chi ti pensa come proprietà di cui disporre tanto da infierire con molestie, no alle scelte che non mettono la tua persona al primo posto. È stato quest’ultimo “no” che mi ha salvato» racconta Marialuisa Jacobelli, giornalista sportiva e autrice di Ora sono io (Rizzoli), drammatico memoir in cui racconta gli otto mesi di stalking subiti e conclusi con una denuncia (e l’arresto) del suo ex. «Quando ci si trova in situazioni come la mia, per salvarsi è indispensabile uno sforzo sovrumano. Chi per cambiare gli altri, decide di cambiare se stessa, dovrebbe imparare a dire di “no”. Scegliere sempre il “sì” mi sembra un’attitudine tutta femminile, però. Per questo vorrei fosse riservata alle bambine un’educazione al “no”» conclude.

Un “no” alle nostre paure

Maria Beatrice Alonzi, business strategist, regista e scrittrice, racconta i “no” sottesi al titolo del suo bestseller Non voglio più piacere a tutti (Vallardi). «No, non sarò più la tua dipendenza né lo specchio dove scaraventi le tue proiezioni. E no, non sarò più il riscatto del tuo mancato successo, mamma» precisa. «Il no che mi ha salvato la vita? Quello con cui ho risposto alla domanda “vuoi davvero un’altra relazione dove costruire un mondo intorno all’altra persona affinché non se ne vada mai via da te?”. No, mi sono detta. Anche perché non funziona. Detto questo, mi piacerebbe anche un mondo dove si dicano più “no” all’iPad in mano ai bambini di due anni ma anche dove si dica “sì” alla psicoterapia per i futuri genitori. Per il progresso umano servono limiti ma serve anche capire come regolamentarli e farli propri» conclude.

Andare a caccia di “no” mancati potrebbe avere un senso anche per capire fenomeni come il “ghosting (chi sparisce da ogni contatto multimediale senza spiegazioni e senza dire “no, grazie”), del “quiet quitting (chi si rifiuta di fare sul lavoro più di quel che dice il contratto) e del “breadcrumbing” (chi inizia relazioni che restano sempre sospese e ambigue). Poi, certo, servirebbe anche prescrivere a tutti anche un bel “no” alla paura di invecchiare e un altro “no” alla paura di amare.

I rifiuti che salvano la vita

È appena uscito And just like that, seconda stagione del revival di Sex and he city: se la prima stagione riguardava la morte e il dolore, in questa le protagoniste inseguono solo il mantra “la vita è breve, quindi vivi”. Carrie torna ad assaporare di nuovo la sua vecchia vita: c’è il sesso e c’è tanta New York, ci sono soprattutto tanti “no” utili a godersi la vita. O a salvarsela. Come quello del comandante di sommergibili Todaro, protagonista di Comandante, un libro (Bompiani) che presto diventerà un film, scritto da Sandro Veronesi ed Edoardo De Angelis, ispirato alla storia vera di quest’uomo diventato famoso per il suo storico “no”: decidendo di non lasciar affogare i 26 naufraghi belgi del mercantile che aveva aperto il fuoco contro gli italiani, Todaro naviga in emersione per tre giorni, rendendosi visibile alle forze nemiche e rischiando la vita. Pur di salvarli. E quante altre vite avremmo potuto salvare dicendo molti più no? Forse tutte quelle dei matrimoni che vanno a rotoli in giro.

Il non sentirsi importanti

Gli innamorati (Einaudi) di Peppe Fiore è un romanzo dolorosamente ironico sulla fiducia e sulla menzogna nelle coppie narrato dal punto di vista di una donna. «C’è un “no”inconcepibile dentro i matrimoni di oggi ed è lo stare fuori dallo sguardo dell’altro. È il non essere visti, nel bene o nel male. Credo che sia un discorso legato alla nostra civiltà per cui se non sono gli altri a riconoscermi, non esisto.Tutto questo somiglia a una gigantesca nevrosi di specie quando ci accorgiamo che, anche su scala planetaria, la maggior parte della gente è invisibile. Lo dice bene Yuval Noah Harari: il cancro della civiltà non è tanto la disuguaglianza, quanto l’irrilevanza. Ovvero il non sentirsi importanti» aggiunge Fiore.

Eppure quanti “no” dribblati ci sono alla base di tradimenti e fallimenti. Affrontarli avrebbe un senso? «Le relazioni producono per forza di cose un numero di coni d’ombra dove molto spesso si annidano dei “no”: pezzi dell’altro che non ci piacciono, insofferenze inconfessabili, abitudini e automatismi che vorremmo rifiutare in toto. Spesso però non possiamo farlo perché nel frattempo la relazione a due è entrata in una rete più vasta che riguarda il mondo. Il paradosso è che quei non detti a protezione dei “no”, sono quelli che spesso tengono in vita la relazione. Ora perché nascondono sotto al tappeto le crepe che rischierebbero di affondarla, ora perché gli amori si nutrono fondamentalmente del segreto. Buffo però che proprio il matrimonio, istituzione in cui il “no” ha tanta parte, si fondi sul “sì” pronunciato all’altare» continua Fiore.

«Attenzione: non è che ora un matrimonio sano abbia bisogno di omissioni, sia chiaro. Esistono pure coppie felici che vivono in un regime di trasparenza perché hanno completamente accolto l’altro. Per riuscirci bisogna essere molto pacificati con sé stessi e con il proprio ego. Il che, se già esserlo per sé stessi è difficilissimo, esserlo in due è di difficoltà esponenziale» conclude lo scrittore.

Dire no ci dà forza

Chi sa dire di “no” in ogni caso è agli occhi degli altri in una posizione di guida della propria esistenza, ha concluso Vanessa M. Patrick, associato della cattedra di Marketing alla University of Houston in uno studio pubblicato sul Journal of Consumer Research. Il “no” ci dà un senso di empowerment, aggiunge. E i giovani in questo sembrano più a loro agio. Meno filtri, meno paranoie. Anche nelle storie d’amore, dove si scelgono e si lasciano tra di loro come se il mondo fosse già raccontato in testi come Abissale, la canzone di Tananai in tournée dal 4 luglio e che sembra un inno a quel “no” inestimabile ma censurato.

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