

da www.citttànuova.it
@Riproduzione Riservata del 27 dicembre 2022
Ad Altamura, in Puglia, la marcia nazionale per la pace promossa ogni anno dalla Chiesa italiana la notte del 31 dicembre. Un segno di contraddizione che chiede una nuova presa di coscienza davanti alla guerra in corso in Ucraina.-

Pane e non bombe. Nel giorno di Natale 2022 Francesco ha ricordato lo scandalo di milioni di persone che soffrono la fame mentre enormi capitali sono destinati alla produzione di armi. Una contraddizione con cui siamo abituati a convivere con il rischio di restare assuefatti alla banalità del male.
Il gesto della marcia della pace introdotto dalla Chiesa italiana nel 1968 esprime un segno di contraddizione nel rito delle festività di fine anno della nostra epoca, dove, come aveva intuito Pier Paolo Pasolini, «il benessere accende, verso sera, in tutti gli uomini, una specie di follia: la smania inespressa di essere più felici di quanto siano …È sempre una speranza che dà pietà» ( “Riscoprire la luce del Natale” 1961).
Quella prima marcia del ‘68 partì dalla cascina della famiglia contadina dei Roncalli, a Sotto il Monte, dove era nato Giovanni XXIII, come ha ricordato recentemente Luigi Bettazzi: «partimmo in marcia verso Bergamo, ventiquattro chilometri e un gran freddo, con la gente che ci guardava come fossimo matti!». Il vescovo Bettazzi è l’ultimo testimone vivente del Concilio Vaticano II e sarà presente anche ad Altamura la notte del 31 dicembre 2022. La bella città pugliese è casa del pane, come lo è Matera e Betlemme… Territori, usanze e culture mediterranee che rivelano la dimensione della condivisione.
Ma questa terra così proiettata ad Oriente porta i segni del conflitto del lungo Novecento che si rivelano, oggi, sempre più attuali, anche se tenuti, finora, segreti o sotto traccia. Il Casale di Altamura è stato luogo di internamento dei prigionieri del primo conflitto mondiale provenienti dall’ex impero austroungarico. Non solo soldati ma anche popolazione civile considerata “austriacante” destinata a subire pessime condizioni di detenzione per poi finire esposti ai focolai di epidemie mortali che accompagnano e seguono la guerra. Oltre 800 morti commemorati nel 1996 con la partecipazione di una delegazioni ufficiale austriaca.
Migliaia di prigionieri alleati di numerose nazionalità furono inoltre internati nel Campo 65 durante la seconda guerra mondiale.
Di segretezza bisogna invece parlare con riferimento alla presenza di postazioni per missili nucleari diffusi una vasta area che racchiude diversi siti pugliesi e materani, poi smantellati grazie all’accordo siglato nel 62 tra Kennedy e Krusciov dopo il lungo braccio di ferro sulle postazioni missilistiche russe a Cuba.
Come ha detto lo storico Arthur M. Schlesinger Jr., consigliere dell’amministrazione di John F. Kennedy, «non è stato solo il momento più pericoloso della Guerra Fredda. È stato il momento più pericoloso nella storia umana».
Dobbiamo ad Alessandro Marescotti, di peacelink, la divulgazione ordinata e puntuale delle fonti che confermano la presenza, tra Puglia e Basilicata, di missili a testata nucleare che sono rientrati, al pari di quelli collocati in Turchia, nella trattativa dei due presidenti in contrasto con i rispettivi apparati militar industriali delle superpotenze protagoniste della Guerra fredda.
Ed è da Altamura che si leva di nuovo un appello ad abolire la presenza di armi nucleari dal pianeta davanti ad un pericolo niente affatto remoto. Basta leggere i bollettini di guerra del vicino fronte ucraino dove ogni appello a fermare il massacro in atto viene rifiutato da tutte le parti in nome della pretesa di arrivare alla vittoria. Costi quel che costi.
L’Italia, da parte sua, resta fedele, a prescindere dal colore dei governi, alla dottrina della Nato che non intende in alcun modo neanche discutere del trattato Onu del 2017 che pone al bando le armi nucleari.
Che reale incidenza avrà, a partire dalla notte del 31 dicembre 2022, il rinnovo dell’appello alla ratifica di questo accordo internazionale che arriva da un gran numero di realtà cattoliche che sostengono la campagna della coalizione internazionale Ican, Nobel per la pace 2017, sull’abolizione delle armi nucleari?
Il vescovo di Altamura, Gravina e Acquaviva delle Fonti, Giovanni Ricchiuti non ha avuto timore ad esporsi e prendere posizione in questi anni di presidenza del movimento Pax Christi. Non si è nascosto nel denunciare la responsabilità dei governi italiani incapaci di fermare l’invio di bombe verso l’Arabia saudita per la guerra in Yemen. Lo abbiamo visto andare in Ucraina con la carovana Stop the war now e affrontare il fuoco delle dei dibattiti televisivi.
La sua serena semplicità è in diretta continuità con un tratto che ha distinto il vescovo di Molfetta, Tonino Bello, figura emblematica di pax Christi e di una Chiesa, come ha scritto il sociologo Franco Cassano, che è «una comunità-madre in cammino, che marcia verso il superamento delle ingiustizie, è una comunità calda, dove ci si chiama per nome, dove il leader non ha scranni elevati, ma ritrova la sua funzione ogni giorno nella capacità di guidare l’esodo». Secondo Cassano l’abbandono di titoli e nomi onorifici, «chiamare il proprio vescovo “don” è indizio di una comunità sottosopra, di una comunità continuamente in esodo, perché continuamente alla prova».
E tra le prove evidenti esiste la necessità di non accettare che l’Italia e in particolare il Sud, e quella parte del suo territorio orientale della Puglia, si trasformi in una piattaforma logistica per la guerra, un avamposto bellico invece che un’arca di pace nel Mediterraneo. Esiste tutta una riflessione profonda sul destino di un’intera area culturale che attraversa le nazioni in nome di una profonda comunione che rischia sempre più di essere dilaniata, con i territori trasformati in luoghi di frontiere ostili da difendere in ogni modo.
La pandemia ha segnato la possibilità di cambiare direzione. In molti hanno ancora presente la preghiera di papa Francesco il 27 marzo 2020 in una piazza San Pietro deserta: «non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato».
Il messaggio per la giornata della pace del primo gennaio 2023 ripete ancora che «non ci si può salvare da soli». Il virus della guerra è più difficile da debellare perché non è esterno ma trova origine nel cuore umano. L’invito forte di Francesco è quello di cambiare il cuore, «di permettere cioè che, attraverso questo momento storico, Dio trasformi i nostri criteri abituali di interpretazione del mondo e della realtà».
La marcia di Altamura affronterà, con l’intervento di Nicoletta Dentico, il nodo irrisolto dell’accesso universale alla cura, negato da una concezione proprietaria dei farmaci, frutto in realtà del lavoro collettivo dei ricercatori scientifici.
Diseguaglianze inaccettabili e logiche di accaparramento sono all’origine della guerra che devasta il mondo a partire dai numerosi conflitti, spesso dimenticati, che si saldano tra loro portando l’umanità davanti all’abisso del punto di non ritorno. Dare voce, come previsto nella marcia, agli obiettori di coscienza russi e ucraini vuol dire indicare una via della ragione davanti alla follia.
Prendere coscienza di questa elementare verità è un passo necessario per cambiare direzione. «O tutto comincia o tutto finisce», diceva con estremo realismo Giorgio La Pira.
Pane e non bombe. L’opera segno che verrà promossa durante la marcia della pace è, infatti, l’apertura nel 2023 di un forno sociale da parte di una cooperativa di comunità attiva nel distretto agroecologico delle Murge e del Bradano. Perché non si possono separare i gesti della vita quotidiana da una scelta radicale di pace che emerge da questo lembo di terra disposto verso Oriente
Qui il programma della marcia del 31 dicembre e qui la conferenza stampa di presentazione della Marcia
di Carla Colicelli
da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del 30 dicembre 2022
Tre aspetti sembrano alla base della denatalità: l’inadeguatezza delle politiche di welfare, una società a-generativa e un mondo pieno di squilibri. Valorizzare le spinte positive dal basso.

Il tema del cosiddetto inverno demografico, quello che gli esperti chiamano la transizione demografica dell’occidente sviluppato, è un tema su cui non può non interrogarsi in maniera preminente il mondo cattolico, come ci indica la dottrina sociale della Chiesa, che contempla tra le priorità quella della tutela, riproduzione e sviluppo in senso cristiano dell’umanità. L’inverno demografico mette in discussione quell’insieme di valori, gettando un’ombra sul futuro del nostro contesto umano e sul benessere delle nostre comunità. I dati sono noti. Negli ultimi 100 anni la popolazione mondiale è più che quadruplicata grazie all’allungamento della vita, al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie e alla progressiva diffusione di stili di vita di tipo occidentale, e il pianeta ha raggiunto proprio in questo periodo gli 8 miliardi di persone. Si prevede che attorno al 2100 si arriverà a una sorta di stabilizzazione, caratterizzata però da un diverso equilibrio tra generazioni, con molti anziani e pochi giovani (la famosa piramide rovesciata).
Ma le differenze rimarranno forti, sia in termini di popolazione complessiva, che di rapporto giovani-anziani. L’Africa passerà da 1 miliardo e 300mila abitanti di oggi a 4 miliardi e 300mila. L’Asia da 4 miliardi 600mila a 5 miliardi e 300mila. Mentre l’Europa passerà da 750 milioni a 630 milioni. E se confrontiamo le due sponde del Mediterraneo, che per tanti motivi ci interessano in modo particolare, i paesi della sponda nord (Spagna, Francia, Italia e Grecia) a seguito della cosiddetta seconda transizione demografica subiranno un calo accentuato di mortalità, natalità e popolazione, mentre i paesi della sponda sud (Marocco, Algeria, Tunisia, Libia, Egitto) continueranno ad avere tassi di natalità alti e popolazione in crescita, tipici della cosiddetta prima transizione demografica. In questo contesto l’Italia registra da anni un calo delle nascite progressivo ed accentuato: i nati sono diminuiti del 30% solo dal 2008 a oggi, e non si è registrata nessuna ripresa a seguito della pandemia, come pure qualcuno aveva ipotizzato. La popolazione è quindi destinata a calare dai 59 milioni e 200mila del 1° gennaio 2021 ai 47 milioni e 700mila previsti per il 2070, e gli equilibri precedenti ne usciranno sconvolti, con un rapporto tra individui in età lavorativa (1564 anni) e non (0-14 e 65 e più) che passerà da 3 a 2 nel 2021 a 1 a 1 nel 2050.
È evidente che una simile situazione, ben documentata da organismi internazionali e nazionali, ci costringe a riflettere con particolare attenzione sugli equilibri geo-politici mondiali, sulle migrazioni, sulle implicazioni economiche e sociali dello squilibrio (scuole, fabbriche, servizi, sistema pensionistico, ecc.), e anche su quelle di tipo antropologico e valoriale, sul modello di società e sulla sostenibilità a lungo termine di tutto ciò. Per quanto riguarda gli assetti di welfare e il rispetto dei diritti sociali sanciti dalla Costituzione per quanto riguarda la procreazione, la maternità e la paternità e le famiglie, l’Italia è definita nelle classificazioni scientifiche internazionali un Paese “familistico”, ma non nel senso che valorizza le famiglie, in quanto si tratta di un familismo basato su di un’ampia delega alla famiglia, e soprattutto alla donna madre, per tutta la gamma delle funzioni generative e rigenerative, compresa la cura dei soggetti fragili. Un paradosso che si sostanzia nella debolezza degli aiuti per le funzioni riproduttive e dei servizi per la famiglia, i minori e le famiglie numerose, negli ostacoli che riguardano la conciliazione tra lavoro e vita privata, l’accesso al lavoro ed il giusto trattamento lavorativo dei giovani e, in sostanza, nella mancata giustizia sociale rispetto al desiderio di generatività e di famiglia, che pure risulta alto. Tutti temi da molto tempo all’ordine del giorno e sui quali si è cominciato a intervenire, in particolare con il recente Family Act, ma in maniera ancora insufficiente.
Con il passaggio di secolo e di millennio avevamo immaginato che il mondo globalizzato, e in particolare l’Europa, non avrebbero incontrato ostacoli rispetto al percorso di crescita lineare di ricchezza, salute, sicurezza e benessere. Ora la questione è antropologica
Ma, oltre agli aspetti di politica sociale, un’importante questione di cui tenere conto è quella dei fattori antropologici e psicologici che influenzano la denatalità. Il nesso tra calo della natalità e deriva valoriale individualistica e consumistica è evidente. La nostra è sempre più una società che scivola sugli avvenimenti del presente, dimenticando le connessioni tra passato, presente e futuro, quelle tra diverse generazioni e quelle tra continenti e nazioni.
Una società “a-generativa” e delle “passioni tristi”, nella quale la pandemia da Covid-19 è intervenuta moltiplicando le incertezze rispetto al futuro, la solitudine, l’ansia ed il disagio psicologico.
Come ha certificato lo stesso Fondo Monetario Internazionale il 15 aprile scorso, segnalando che i due primi decenni del secolo si caratterizzano proprio per l’escalation dell’incertezza in tutto il globo, e gli ultimi due anni hanno accelerato la tendenza. Lo stesso Istat ha mostrato per l’Italia, dati alla mano, la connessione tra i due fenomeni dell’incertezza e della denatalità.
Con il passaggio di secolo e di millennio avevamo immaginato che il mondo globalizzato, e in particolare l’Europa, non avrebbero incontrato ostacoli rispetto al percorso di crescita lineare di ricchezza, salute, sicurezza e benessere. Il succedersi delle crisi, economiche, geopolitiche e umanitarie, assieme alla delusione per le tante attese mancate e per una sorta di continua “eterogenesi dei fini”, hanno prodotto invece un calo generalizzato di tensione collettiva.
Tanto che si parla di una vera e propria crisi antropologica di una umanità che, non riuscendo a governare i processi di modernizzazione, si sottomette ad un eterno ritorno al passato, la nota Retrotopia di Bauman, che comporta “ritorno alle tribù”, agli steccati, chiusura rispetto ai diversi e aumento delle disuguaglianze. Una situazione che può essere contrastata solo sostenendo le tante realtà sociali dinamiche che si collocano all’interno del movimento per lo sviluppo sostenibile e di quello della Laudato si’.
Un’alternativa importante, in grado di contrapporre alle visioni distopiche e alle “passioni tristi” – del rancore, della paura e dell’odio – la valorizzazione delle spinte positive provenienti dal basso, dal mondo del volontariato, dalla solidarietà interpersonale e comunitaria, anche intergenerazionale, dalla partecipazione civica.
La tendenza negativa può essere contrastata solo sostenendo le tante realtà sociali dinamiche che si collocano all’interno del movimento per lo sviluppo sostenibile e di quello della “Laudato si’”. Dal 2008 le nascite in Italia sono diminuite del 30%, nel 2070 la popolazione della Penisola potrebbe calare a soli 47 milioni
Di nuovo l’Istat, in una recente analisi riportata nel recente Rapporto sulla Sussidiarietà, dimostra statisticamente la correlazione positiva tra il “sentimento di sé relazionale” – la soddisfazione per le proprie relazioni sociali –, le forme di partecipazione civica – le attività di condivisione, l’attivismo sociale e il volontariato – e lo sviluppo collettivo – misurato attraverso gli indicatori di salute, benessere economico, innovazione e cultura –. Ma occorre occuparsi seriamente anche dello sviluppo mondiale da ricostruire, in un mondo dove tutto è interconnesso. Come non connettere ad esempio i cambiamenti demografici in corso con la cosiddetta “fuga dei cervelli” dall’Italia, il fenomeno per cui le forze sociali e lavorative più vivaci e forti del paese emigrano.
Tra il 2011 e il 2020 gli italiani emigrati ogni anno sono passati da 80mila a 160mila, e si tratta in gran parte di giovani, donne, del sud, e altamente qualificati. Mentre i rimpatri ammontano a poche decine di migliaia e riguardano soprattutto anziani e pensionati. E come non riflettere criticamente sui contesti di vita dei paesi del Sud del mondo, nei quali tanti giovani, oppressi dalla miseria e dalle guerre, sono costretti a partire alla ricerca di lavoro e dignità per sé e per i propri cari.
Tre aspetti cruciali sono alla base della denatalità: l’inadeguatezza delle politiche di welfare, una società che tende a essere a-generativa e un mondo pieno di squilibri e di sacche di povertà assoluta. Tre questioni di importanza fondamentale se vogliamo che il mondo del futuro sia un mondo centrato sui valori della giustizia sociale e della generatività, come quintessenza di un sano umanesimo della modernità centrato sulla dottrina sociale della Chiesa.
di Fra Marco Moroni, OFMConv, custode del Sacro Convento di San Francesco in Assisi
da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del 30 dicembre 2022
Il testo integrale del messaggio di fra Marco Moroni, OFMConv, custode del Sacro Convento di San Francesco in Assisi. Un invito alla speranza e all'impegno in questo tempo di violenza e ingiustizia.-

Viviamo dei giorni, un tempo, contraddittori. Siamo nei giorni di Natale, la festa dell’incontro tra Dio e il suo popolo, la festa della fraternità fra gli uomini, la festa delle luci che risplendono nella notte, simbolo di quella luce – Cristo – che illumina ogni uomo e che per sempre ha donato a tutti quelli che lo accolgono nel cuore il calore e la gioia di scoprirsi amati, perdonati, in maniera incondizionata e infinita, come veri figli di quel Padre che sempre tutto dona e tutti accoglie. Eppure sono i giorni della guerra, delle città e dei villaggi dell’Ucraina in blackout per i continui bombardamenti delle infrastrutture energetiche; dell’odio fratricida che nell’est europeo come in tante altre parti del mondo continua a diffondere l’efficacia di quell’assioma tanto antico quanto crudele: mors tua, vita mea. Tra l’altro tanta ferocia è possibile anche perché in fondo gli artefici di queste continue distruzioni non hanno nessuna esperienza del dolore dei feriti, delle lacrime dei bambini, dello strazio dei morenti e dei superstiti dei bombardamenti. Non possiamo poi dimenticare la barbarie degli abusi sui bambini, della sistematica violenza sulle donne (e non solo purtroppo dove c’è la guerra, ma anche nelle nostre “pacifiche” città e campagne…) e l’aggressività fisica e verbale con cui siamo confrontati ogni giorno, nelle famiglie, come nel vicinato, nei condomini, nelle relazioni professionali, familiari, istituzionali, ecc. Questa non è pace, questo non è Natale, questa non è la promessa di Dio per l’umanità.
La cosa tuttavia che però più di tutte ci rattrista è assistere al contagio del male che – come, anzi peggio del pernicioso virus covid-19 – si diffonde e mette radici nei cuori e nelle menti delle persone, perfino di quelle comuni, delle vittime come anche dei soli spettatori, più o meno conquistati alla causa di una parte… La guerra infatti spegne l’amore nel cuore e lo sostituisce con il rifiuto e con la convinzione che – grazie all’eliminazione dell’altro – saremo più felici, la nostra vita sarà migliore, perché è l’altro il nemico, il cattivo, colui che ha tutti i torti e le colpe… E si tratta di un’esperienza che molti di noi fanno, anche se siamo lontani migliaia di km dalle bombe e dai missili. Cominciamo anche noi facilmente a sognare che quelli che riteniamo cattivi debbano in qualche modo essere umiliati, eliminati, resi impotenti e pensiamo che tutto questo alla fine lo si possa chiamare giustizia.
Questa invasione dell’Ucraina in particolare è una cosa tanto complessa; come ci ha detto papa Francesco, è la guerra mondiale a pezzi. E una guerra mondiale non finisce in pochi mesi purtroppo. Chissà cosa ci aspetta, cosa aspetta il nostro mondo nei prossimi mesi, nei prossimi anni… A cosa dovremo assistere ancora prima che gli uomini abbiano il coraggio di fermarsi e di dire: è troppo, non ha più nessun senso…
Ora, di fronte a tutto ciò sembra che il Natale non sia che una fiaba, che lascia buoni sentimenti e invita a essere più buoni, accoglienti, pazienti o piuttosto un mito, che serve a spiegare l’origine della festa – pressoché commerciale e culinaria.
Oppure il Natale – ed è ciò che la fede ci comunica – è festa perché ci fa fare ancora una volta esperienza che Dio non smette mai di credere in noi, nell’umanità, al punto di farsi uno di noi per essere il fermento di queste donne e uomini che si rinnovano non in base alle loro capacità individuali, ma riconoscendo di essere perduti senza gli altri, senza ogni altro. Il punto di partenza che il Natale di Gesù ci apre è proprio il riconoscimento che abbiamo un grande desiderio – sincero – di amicizia, pace, intesa, ma non siamo capaci, non ci riusciamo, ricadiamo sempre – in un modo o nell’altro, qualche volta in modo molto violenti – nell’esclusione, nel dire: “…senza di lui, senza di lei, senza di loro…, contro di lui, contro di lei, contro di loro”. Riconoscere questa realtà è l’inizio del grido della salvezza, che si accoglie e non si fa. Un grido che – se credenti – rivolgiamo a Dio e – insieme a ogni altro uomo e donna di buona volontà – ci rivolgiamo reciprocamente, perché la pace è artigianale – non ci sono ricette – e si edifica solo insieme, camminando insieme. E paradossalmente da questo punto di vista il cammino stesso è quasi più importante della meta, perché senza cammino non si raggiungerà mai la meta.
San Francesco, in questo senso, è una grande fonte di ispirazione, perché è stato un grande artigiano di pace e riconciliazione nei suoi incontri e nei viaggi. Le fonti, per esempio, lo ricordano predicare il perdono nelle città del suo tempo, travagliate spesso da faide familiari o da conflitti politici intestini. Egli sapeva però che accanto alla preghiera e alla predicazione era poi spesso necessario offrire anche lo spazio per il dialogo, il confronto, che trasformasse le iniziali disponibilità di rappacificazione in un cammino comune di alleanza e sostegno reciproci: un cammino insieme. Ispirandoci proprio a san Francesco, noi frati desideriamo continuare a camminare come fraternità e come fratelli di ogni uomo e donna di buona volontà, che desiderano pace, riconciliazione, giustizia, per sostenerli con la nostra preghiera e soprattutto con la nostra amicizia. Nessuno – e men che meno noi frati – pare abbia la soluzione ai grandi e piccoli (ma talora non meno crudeli) drammi della convivenza umana, dalla violenza domestica – fisica e psicologica – alla ferocia della guerra. Possiamo e desideriamo però condividere con tutti il tesoro che la storia e la provvidenza ci ha affidato: san Francesco stesso, fratello universale, colui che per primo ha fatto la pace mettendo a tacere i demoni del suo cuore, proprio attraverso l’incontro con gli altri, soprattutto con gli scartati, e si è messo a servizio della riconciliazione ponendosi all’ultimo posto, senza rivendicare privilegi, vantaggi o ricompense.
Questa guerra mondiale è una realtà complessa in cui vediamo da un lato anche tanta luce di eroismo, forza, resilienza, onestà, ma anche fitte tenebre di bassezza, crudeltà, barbarie. Ha un’origine lontana e la sua stessa genesi è stata molto articolata. Certo coinvolge – magari anche solo per le sue conseguenze economiche – anche la vita delle nostre città e famiglie; tuttavia peggio ancora è il rischio di abituarci anche alla guerra, limitandoci a dire di tanto in tanto: “poveri bimbi!”…
Dio ce ne scampi! Che non piombi su di noi - come singoli e come società – la disgrazia dell’indifferenza e della superficialità!
Aiutiamoci insieme, piuttosto, nel nome di san Francesco – colui nel cui volto vediamo riflessa l’immagine della bontà stessa di Gesù, nato per noi – a non abituarci al male, all’ingiustizia, alla crudeltà. Si tratta di custodire il cuore inquieto, desideroso di pace vera - che è inseparabile dalla giustizia, diceva san Giovanni Paolo II – per tutti, per le vittime come anche per i responsabili, e di non perdere nessuna occasione. Non perdere l’occasione di condividere in solidarietà – con chi ha bisogno, con chi piange, con chi ha perso la speranza… –, di chiedere allo Spirito santo di continuare – tenacemente e magari per lo più invisibilmente – a operare nelle coscienze delle persone e, soprattutto, di cercare di vivere in prima persona la pace come stile.
Aiutiamoci insieme a cercare di resistere alla tentazione dell’offesa facile e gratuita (perché non c’è nulla che giustifichi il calpestare la dignità altrui) e della menzogna utile a proteggere i propri interessi (perché gli altri hanno diritto a poter credere alla nostra parola); aiutiamoci a essere gentili (perché la cortesia è il calore che riscalda ogni situazione difficile), a compiere gesti di servizio e attenzione gratuita verso chi ci è accanto o entra in qualche modo in relazione con noi.
Non possiamo “spegnere” la guerra con un pulsante, ma possiamo allenarci a vivere la pace e favorire il buon contagio che – speriamo – con il tempo arrivi lontano. Il vaccino contro la guerra siamo noi, se crederemo in ogni uomo e donna come fa lo stesso Dio, come ha fatto san Francesco.
Di cuore, allora, da parte di noi frati della basilica di Assisi, a voi sorelle e fratelli tutti, un felice anno nuovo riscaldato dall’amore e dall’attenzione che ognuno di noi saprà investire nelle relazioni che vive.
Auguri
Buon anno
da www.vogheranews.it
@Riproduzione Riservata del 22 dicembre 2022
VOGHERA – Natale senza Gelindo non è Natale. La tradizionale commedia natalizia alla sedicesima edizione sarà in scena con due repliche lunedì 26 dicembre e sabato 7 gennaio alle ore 20,45 al Teatro dei Padri Barnabiti.

L’interpretazione è affidata alla Compagnia Amatoriale “Fuoridicopione”, che fa parte dell’Associazione “Pro Familia” Maria Teresa Spinelli in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Voghera.
Sulla trama del Padre cappuccino Giovanni Maria Tognazzi, viene mantenuto l’adattamento di Beppe Buzzi con alcuni aggiornamenti del copione. La vicenda è fedele alla narrazione del vangelo sulla nascita di Gesù a Betlemme e Gelindo è il pastore o lo zampognaro, che troviamo anche nel presepe con l’agnello sulle spalle, e che, all’annuncio degli angeli, è il primo a recarsi con la sua famiglia alla grotta della natività per rendere omaggio al Divin Bambino.
È garantito il divertimento con le battute in dialetto vogherese di Gelindo, interpretato da Piero Ghia, che si fa in quattro per correre alla grotta di Betlemme per rendere omaggio a Gesù appena nato. I protagonisti della devota commedia sono Maria, madre di Gesù, impersonata da Gea Seiberl, Giuseppe (Lorenzo Gatto), Gelindo (Piero Ghia) con tutta la sua famiglia, in primis la moglie Alinda (Rita Levada) con Narciso (Francesco Crinò), quindi il cognato Medoro (Giordano Olezza), il famiglio Maffeo (Giorgio Gonella) e il giovane garzone Tirsi (Matteo Ghia Rovatti). Non mancano gli angeli (Costanza e Carolina), i re magi (Filippo Bassi e Filippo Cutrona), Re Erode (Lorenzo Rosa) e due soldati (Antonio Crinò e Roberto Lanati). La parte scenografica, in parte rinnovata, e le luci sono a cura di Claudio Secondi e Michele Gonella. I costumi dei re sono a cura di Luisa Dosseni Spalla Il ricavato viene devoluto a opere caritatevoli e alle missioni. Per le prenotazioni dei biglietti, ci si può rivolgere al negozio “Il Bottone” via Emilia 139 da martedì a sabato in orari di apertura.

da www.lamenteemeravigliosa.it
@Riproduzione Riservata del 24 dicembre 2022
La costanza percettiva ci permette di organizzare e dare un senso al mondo intorno a noi, ma ci porta a perdere la percezione di alcune sfumature e sottigliezze che, invece, apprezzano i neonati. Ne parliamo oggi!.-

Spesso diamo per scontato che i bambini non abbiano la stessa buona vista degli adulti. In effetti, un neonato ha un’acuità visiva molto scarsa, ed è durante i primi mesi di vita che riesce a mettere a fuoco la vista e a distinguere i colori. Eppure, i bambini sono in grado di identificare alcune sfumature che, agli occhi di un adulto, sono impercettibili. Ciò è dovuto alla cosiddetta costanza percettiva.
Questa capacità non si sviluppa fino a circa cinque o sei mesi di vita. E, sebbene possa sembrare una perdita (perché smettiamo di captare quelle sottigliezze), la verità è che è un processo necessario per comprendere il mondo. Senza quella costanza percettiva sarebbe molto difficile per noi organizzare la realtà e comprendere gli stimoli che ci circondano. Vi diciamo perché di seguito.
Come abbiamo detto, la visione dei bambini richiede tempo per svilupparsi e all’inizio è piuttosto limitata. All’inizio la sua vista è sfocata e incapace di mettere a fuoco oggetti distanti. Non percepiscono la profondità di campo e non hanno ancora sviluppato una visione stereoscopica (o tridimensionale). Inoltre, è difficile per loro distinguere i colori a bassa saturazione e non possono discriminare tra diverse tonalità dello stesso colore.
Ora, nonostante questi limiti del suo sviluppo ancora immaturo, c’è un vantaggio che hanno. Ed è che sono in grado di percepire sfumature e differenze nelle immagini dovute all’illuminazione che gli adulti non possono apprezzare. Questo è ciò che ha rilevato uno studio condotto nel 2015. Ha misurato la risposta di diversi bambini a tre immagini simili (A, B e C) ma con alcune differenze.
I risultati hanno mostrato che i bambini sotto i cinque mesi sono molto capaci di percepire queste sfumature o variazioni in termini di intensità dei pixel (qualcosa che è impercettibile per gli adulti).
Tuttavia, non catturano la differenza di superficie (lucida o opaca) fino a sette o otto mesi di età. In questo modo si perde questo vantaggio percettivo iniziale, e tra i 5 ei 7 mesi sono al loro punto più basso di percezione, poiché non hanno ancora acquisito la costanza percettiva della visione matura.
Perché accade quanto sopra? A cosa sono dovute le alterazioni della capacità visiva che si verificano nei primi mesi di vita? La risposta sta nello sviluppo della costanza percettiva. Questo termine si riferisce alla capacità che abbiamo di percepire un oggetto o una qualità come costante, anche se non sempre lo sentiamo allo stesso modo.
Ad esempio, possiamo riconoscere che una sedia è una sedia, o che nostro fratello è nostro fratello, anche se le condizioni di luce cambiano. Possiamo anche distinguere uno strumento anche quando lo ascoltiamo a un volume diverso o suonato da musicisti diversi. Oppure, ad esempio, continuiamo a percepire che un oggetto è fermo, anche quando lo vediamo in modo diverso quando ci avviciniamo ad esso.
La costanza percettiva è, in definitiva, la capacità di astrarre da quegli elementi che variano per riconoscere una costanza nell’oggetto o nella qualità. In qualche modo, creiamo l’illusione che non ci siano differenze e smettiamo davvero di notarle. Ma questo ha una funzione.
Non è davvero un bug o una perdita di abilità di cui preoccuparsi. La costanza percettiva è stata essenziale durante l’evoluzione e continua ad aiutarci a comprendere ea funzionare all’interno dell’ambiente. Senza di essa, smetteremmo di riconoscere un oggetto (o una persona) semplicemente guardandolo da un’altra prospettiva o perché è più o meno illuminato.
Insomma, la costanza percettiva è ciò che ci permette di adeguarci allo stimolo e di poter discriminare gli aspetti che ci interessano di più, ignorando quelli irrilevanti. Tuttavia, sebbene sia una capacità fondamentale e necessaria, c’è una parte della realtà che perdiamo per sempre quando impariamo a discriminare.
Ad esempio, si è visto che i bambini (che non hanno ancora sviluppato questa capacità) sono in grado di identificare e differenziare i diversi volti delle scimmie (cosa che sarebbe davvero difficile per un adulto). Ma, inoltre, è un fenomeno legato anche all’acquisizione della parola.
Ed è vero che anche l’udito si sviluppa e si affina man mano che il bambino cresce, e che in un neonato ha ancora dei limiti. Tuttavia, prima di acquisire costanza percettiva, i bambini sono molto più sensibili alle variazioni acustiche e distinguono facilmente pronunce, accenti e sfumature.
Per questo motivo, un neonato ha la capacità di apprendere qualsiasi lingua con grande facilità se vi è esposto fin dall’inizio della sua vita. Al contrario, quando impariamo a discriminare, è molto più difficile per noi catturare queste sottigliezze di ogni lingua e riprodurle.
In breve, con tutto quanto sopra sappiamo che la nostra percezione non è un riflesso accurato della realtà e che i nostri sensi ci “ingannano” per aiutarci a dare un senso al nostro ambiente ed essere in grado di rispondere ad esso.
La costanza percettiva non è innata, ma si sviluppa e si apprende; tuttavia, è probabilmente un cambiamento programmato per accadere a causa di quanto sia utile e necessario per noi come specie.
di Antonio Suetta
da www.lanuovabq.it
@Riproduzione Riservata del 23 dicembre 2022
Pur insieme ad altre ragioni, c’è un rapporto reciproco tra il rifiuto della vita nascente e l’impoverimento della visione sulla sessualità, indotto dalla “rivoluzione sessuale”. L’impurità, come indica san Paolo, si lega a insensibilità e idolatria. E da ciò si viene fuori solo con la luce della fede e la grazia di Dio.-

Riportiamo qui di seguito uno stralcio della relazione tenuta da monsignor Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia - San Remo, in occasione del convegno “La vita è meravigliosa” svoltosi lunedì 12 dicembre a Novara e in cui erano presenti 26 sigle dell’associazionismo pro vita. La Diocesi di mons. Suetta propone in questo periodo la seconda edizione di 40 giorni per la Vita, iniziativa alla quale quest’anno si unisce anche “40 giorni per la Vita - coordinamento di Bergamo”. La campagna prenderà il via il prossimo 28 dicembre con iniziative di preghiera, testimonianza e carità a favore della vita nascente.
La vita è un dono prezioso di Dio e, come spiega la Sacra Scrittura fin - e soprattutto - dalle prime pagine, è costituita da elementi orientanti ad una relazione fondamentale, quella con il Creatore, e ad un tessuto di legami destinati a formare l’umana società nei diversi livelli, a cominciare dalla cellula fondamentale della famiglia.
Secondo il racconto biblico l’uomo è carne, cioè “limite e provvisorietà”, in cui Dio soffia il suo Spirito per farlo diventare “essere vivente” (anima), cioè “grido, invocazione”, attitudini, che evocano il dato fondamentale della vocazione ad essere “capace di Dio”. Rapire questo dono dalle mani libere e gratuite del Creatore per usarne a proprio autosufficiente e presuntuoso piacimento, escludendo volontariamente il rapporto veritativo e liberante con il Signore della vita, si chiama peccato, terribile e pericolosa condizione che conduce alla morte (cfr. Rm 6, 23).
Uno dei principali segni e strumenti di relazione è la sessualità umana: essa sta alla base dell’articolarsi dell’umana società a partire dalla famiglia consentendo all’uomo di vivere il fine filiale, unitivo e generativo. Nella precarietà fragile dell’esperienza umana terrena la sessualità, autenticamente vissuta - tanto nel matrimonio quanto nella consacrazione - rimanda a quelle radici e a quella meta divine, che, sole, offrono vera consistenza alla vita umana.
Il rifiuto e il disprezzo della vita, che oggi dilagano, alimentati anche da forme esasperate e disperate di edonismo e di ipererotismo, si palesano in molteplici forme, ma specialmente (occorre sottolinearlo) nella tragica pratica dell’aborto e più ancora nell’aberrante promozione di esso come “diritto della persona”. Le statistiche mondiali evidenziano numeri da vero genocidio. Non ne è certamente l’unica ragione, tuttavia sono convinto che rifiuto della vita nascente e impoverimento della visione della sessualità si richiamino reciprocamente e inneschino un processo sempre più pericolosamente rovinoso.
Tanti uomini e donne vivono la loro sessualità come un dono, attraverso il quale esprimono gli aspetti più intimi dell’amore e della dedizione. Per molti di loro, la sessualità è vissuta come parte del “sacramento del matrimonio”, nel quale sperimentano l’amore di Dio nel loro reciproco amore coniugale, ma in questi ultimi decenni molte deformazioni, sfruttamenti e abusi hanno accompagnato il modificarsi dei ruoli e delle espressioni della sessualità. La pubblicità e gli spettacoli hanno distorto l’espressione sessuale attribuendole una fraintesa e autonoma centralità che non aveva mai avuto; è il tempo indicato come quello della “rivoluzione sessuale”.
Si tratta di comportamenti e di volontà destrutturanti rispetto alla concezione classica e cristiana della persona e della società e fanno pensare ad un ritorno del paganesimo con esiti e insidie anche peggiori; nel paganesimo precristiano infatti molti fermenti culturali e filosofici tendevano a custodire un’apertura trascendente rendendola quasi una forma di “attesa” inconsapevole rispetto al “grido” della creazione, oggi invece il paganesimo di ritorno sembra essere costituito da un rifiuto aggressivo della luce cristiana, ostinato nel rendere l’uomo emancipato da ogni forma di religiosità e capace di orizzonte ulteriore, foriero di sterile e dolorosa disperazione.
A tal proposito l’apostolo Paolo, scrivendo agli efesini, così descrive il mondo pagano di allora: “Vi dico dunque e vi scongiuro nel Signore: non comportatevi più come i pagani con i loro vani pensieri, accecati nella loro mente, estranei alla vita di Dio a causa dell'ignoranza che è in loro e della durezza del loro cuore. Così, diventati insensibili, si sono abbandonati alla dissolutezza e, insaziabili, commettono ogni sorta di impurità” (Ef 4, 17-19). Il disordine morale e sessuale produce insensibilità, cioè egoismo, incapacità di compassione solidale, e innesca un processo degenerativo di corruzione dei costumi e della vita, che resterebbe irreversibile senza la luce e la grazia della fede.
Nel successivo capitolo della lettera, Paolo aggiunge un significativo e curioso particolare: “Perché, sappiatelo bene, nessun fornicatore, o impuro, o avaro - cioè nessun idolatra - ha in eredità il regno di Cristo e di Dio. Nessuno vi inganni con parole vuote: per queste cose infatti l'ira di Dio viene sopra coloro che gli disobbediscono. Non abbiate quindi niente in comune con loro” (Ef 5, 5-7). Paolo associa la fornicazione, l’impurità e anche l’avarizia (egoismo della vita) all’idolatria, situazione che non evoca soltanto l’adorazione di falsi dei, praticata nel mondo pagano e ignorante, ma che mette in luce come questa provenga dalla presunzione umana di porsi come criterio unico ed esclusivo di determinazione del bene e del male.
Per quanto riguarda soprattutto l’educazione dei ragazzi e dei giovani nella famiglia, nella catechesi e nella scuola sono quanto mai vere ed illuminanti le indicazioni di papa Francesco contenute in Amoris Laetitia ai numeri 280-286.
In un passo della Prima lettera ai corinti, lo stesso apostolo, pur in altro contesto, chiarisce adeguatamente il contenuto e la malizia dell’idolatria: “Che cosa dunque intendo dire? Che la carne sacrificata agli idoli vale qualcosa? O che un idolo vale qualcosa? No, ma dico che quei sacrifici sono offerti ai demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni” (1 Cor 10, 19-20). È purtroppo sotto gli occhi di tutti come gli innumerevoli attentati all’integrità della persona e alla vita in tutte le sue fasi rappresentino un esagerato quanto insulso sacrificio al Molok dello scientismo e di un falso progresso sempre più ingannevolmente circoscritto ad effimeri traguardi privi di orizzonte e di respiro.
Sotto il profilo teologico e spirituale stimo opportuno considerare l’attuale processo di scristianizzazione con tutte le sue nefaste conseguenze non come una semplice deriva culturale, frutto di inesorabili processi storici e ambientali, ma come un’inquietante, anche se già sconfitta - lo sappiamo bene - rivalsa del male, secondo quanto richiamato dalla prima lettera di Giovanni: “tutto il mondo giace sotto il potere del maligno” (1 Gv 5, 19) e secondo quanto magistralmente aveva esposto il compianto Cardinal Caffarra in una sua conferenza indicando la pratica, e ancor più l’approvazione conclamata, dell’aborto come una diabolica contrapposizione al disegno creativo di Dio.
Sono consapevole che una prospettiva del genere potrebbe far “sorridere” anche più di qualcuno ritenendo sorpassata e anacronistica la visione, ma è proprio per questo che mi sento in dovere di concorrere a ricondurre la questione ai suoi aspetti più profondi e appunto teologici, senza disprezzare altri complementari e utili approcci di provenienza scientifica, sociologica e pastorale. Quanto poi al “sorridere” occorre sempre sapientemente distinguere tra il sorriso pacifico, buono e fecondo della verità e il “ghigno” arrabbiato e perdente del maligno e di chi lo segue.
di Quinto Cappelli
da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del 23 dicembre 2022
La scelta di Anna ed Enes di vivere a contatto con la natura, riqualificando un territorio. Poi la gravidanza e il parto (a sorpresa).-
La recente nascita di Idris, un bel bambino di 3 chili e 300 grammi, con un nome di origini arabe che significa “messaggero del cielo”, assomiglia talmente a quella di Betlemme da finire in foto gigante nel presepe della Casa di Nazareth, nella chiesa parrocchiale di Portico il paese dei presepi, un piccolo comune di 780 abitanti della valle del Montone, ai confini fra la Romagna e la Toscana.
Idris è nato in casa, solo con la mamma Anna Piccoli, 23 anni, originaria di Verona, ed il babbo Enes Gasi, 29 anni, nato in Svezia, originario della Serbia e abitante a Ravenna, prima di arrivare per scelta fra questi monti.

È una nascita sorprendente, perché la loro abitazione, Pian delle Tavole, è una casa isolata a 930 metri di altezza in mezzo ai monti dell’Appennino, vicino al Falterona (1.654 metri). Il paese più vicino è San Benedetto in Alpe, che dista due ore di cammino a piedi. La corrente elettrica per il consumo familiare è prodotta da due pannelli solari sul tetto e la casa abitata più vicina dista a un’ora di cammino. In questa casa di pietra, già esistente in un documento del 1022 (esattamente proprio mille anni fa) di proprietà dell’abbazia benedettina di San Benedetto in Alpe, fondata da San Romualdo e dimora di Dante in esilio, è nato Idris. Abbandonata a metà del secolo scorso con l’esodo dalla montagna, Pian delle Tavole è tornata a vivere con Anna ed Enes, che ora gioiscono per l’arrivo del loro bambino, accolto anche ufficialmente dal sindaco del Comune, Maurizio Monti, e da tutti gli abitanti, «come un segno di speranza e della rinascita della montagna italiana».
Anche la nascita in casa è stata un’avventura, proprio come quella di Betlemme, dopo duemila anni. Racconta con delicatezza mamma Anna: «Secondo i nostri calcoli, non si erano ancora compiuti i giorni del parto. Comunque avevamo deciso da tempo che avrei partorito in casa, ma in un paese vicino, da un’amica. Una notte mi sono svegliata, con il travaglio in atto, chiamando Enes che non sapeva cosa fare». Intanto si è fatto giorno. Racconta Enes: «Ero molto emozionato e ho chiamato con un cellulare particolare (c’è campo solo in una zona) la nostra amica, che ha tranquillizzato entrambi». Nel frattempo le doglie aumentavano. Il momento della nascita si avvicinava. Racconta il papà: «Anna gridava per le doglie, rompendo il silenzio della valle, e ad un certo punto mi ha urlato: “Il bambino sta per venire alla luce”. Allora, mentre lei si coricava a letto, mi sono improvvisato ostetrica. Lavatemi le mani, ho afferrato un lenzuolo di bucato e a mezzogiorno in punto il nostro bambino ha emesso i primi forti vagiti». La mamma, il babbo e il neonato si sono uniti in un abbraccio senza tempo. Arrivata la notizia in paese, il giorno successivo il sindaco si è recato in visita al nuovo cittadino, accompagnato con un fuoristrada dai Carabinieri forestali del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi. Nei giorni successivi Idris è stato accompagnato dai genitori all’ospedale di Forlì per i controlli sanitari e in Comune a Portico per l’iscrizione all’anagrafe.
A Pian delle Tavole per ora Anna, Enes e Idris vivono con un grande orto molto produttivo, col pollaio che procura carne e uova e con alcuni animali domestici, fra cui alcune capre. Erano previsti anche un bue e un asino, che non hanno fatto in tempo ad arrivare. Commenta Enes: «Per il futuro stiamo preparando un progetto di sviluppo agricolo e di accoglienza turistica per gli amanti della natura, montagna e solitudine». Conclude Anna: «Far nascere un bimbo in casa ha un significato molto semplice, specialmente se la gravidanza non presenta complicazioni: è la cosa più naturale del mondo, che dona tanta gioia e serenità. È un vero miracolo. Nella scelta del parto in casa sappiamo di non essere gli unici, convinti che questi bimbi saranno i creatori e i protagonisti di un “nuovo mondo”, più in armonia con la Natura con la maiuscola, proprio come scriveva Leopardi». Secondo dati del ministero della Sanità in Italia nel 2021 solo lo 0,2% dei bambini è nato nel proprio domicilio, mentre in Emilia Romagna nel 2020 sono stati 192, di cui 15 a Ravenna, 8 a Cesena e solo 2 a Forlì. E secondo l’Istat, più in generale, in Italia non sono mai nati così pochi bambini nella storia del nostro Paese. Idris è una speranza che vale doppio: per il territorio dimenticato della montagna e per un Paese che sembra non volere più figli. Si può fare.
da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del 26 dicembre 2022
Le parole all'Angelus: la testimonianza del martire fu l'amore per i bisognosi, la comunicazione della bellezza delle Parola e il perdono verso i suoi persecutori. Ancora un appello per la pace.-

Santo Stefano "era uno dei sette diaconi che la comunità di Gerusalemme aveva consacrato per il servizio delle mense, per la carità. Ciò significa che la sua prima testimonianza non l'ha data a parole, ma attraverso l'amore con cui serviva i più bisognosi. Ma Stefano non si limitava a quest'opera di assistenza. A quelli che incontrava parlava di Gesù: condivideva la fede alla luce della Parola di Dio e dell'insegnamento degli Apostoli. Questa è la seconda dimensione della sua testimonianza: accogliere la Parola e comunicarne la bellezza, raccontare come l'incontro con Gesù cambia la vita. Questo per Stefano era così importante, che non si è lasciato intimidire nemmeno dalle minacce dei persecutori, neanche quando ha visto che le cose per lui si mettevano male. Carità e annuncio, questo era Stefano". Lo ha detto il Papa, affacciandosi dalla finestra dello studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l'Angelus con i fedeli e i pellegrini riuniti in Piazza San Pietro, nell'introdurre la preghiera mariana.
"Però, la sua testimonianza più grande è un'altra ancora: quella che ha saputo unire la carità e l'annuncio. Ce l'ha lasciata in punto di morte, quando sull'esempio di Gesù ha perdonato i suoi uccisori. Ecco allora la risposta alla nostra domanda: noi possiamo migliorare la nostra testimonianza attraverso la carità verso i fratelli, la fedeltà alla Parola di Dio e il perdono. Carità, Parola, perdono - ha continuato - È il perdono a dire se davvero pratichiamo la carità verso gli altri e se viviamo la Parola di Gesù".
"Il 'per-dono' è infatti, come indica la parola stessa, un dono più grande, un dono che facciamo agli altri perché siamo di Gesù, perdonati da Lui. Pensiamo alla nostra capacità di perdonare, in questi giorni nei quali magari incontriamo, tra le tante, alcune persone con cui non siamo andati d'accordo, che ci hanno ferito, con le quali non abbiamo mai ricucito i rapporti - ha proseguito il Papa -. Chiediamo a Gesù appena nato la novità di un cuore capace di perdonare: la forza di pregare per chi ci ha fatto del male e di fare dei passi di apertura e di riconciliazione. Maria, Regina dei martiri, ci aiuti a crescere nella carità, nell'amore per la Parola e nel perdono".
Nei saluti il Papa ha ancora una volta "rinnovato l'augurio di pace. Pace nelle famiglie, nei movimenti, nelle parrocchie, per quelle popolazioni tormentate dalla guerra, pace per la cara e martoriata Ucraina. Ci sono molte bandiere ucraine oggi qui. Chiediamo la pace per questo popolo martoriato".
da www.diocesitortona.it
@Riproduzione Riservata del 26 dicembre 2022
Natale 2022.-
“Un bambino è nato per noi” (Is 9, 5), scriveva il profeta Isaia. La parola antica si è compiuta per noi, a Betlemme, nel giorno della Natività di Gesù. In quel piccolo villaggio della Giudea, infatti, davvero un bambino è nato per noi. E ciò che desta la meraviglia, in ogni tempo della storia e in ogni cuore umano, è il fatto che quel bambino è il Figlio di Dio fatto uomo, il Verbo eterno divenuto carne, Dio con noi.
Nei nostri presepi una tale meraviglia è stata figurata in una statuina, molto conosciuta e molto popolare, che ispira tanta simpatia: quella del cosiddetto “incantato”. Egli, qualche volta, è rappresentato con il volto di un giovane; altre volte, invece, con il volto di un uomo già avanti negli anni. Ed è bene che sia così. L’incantato, infatti, ha qualche cosa da dire a tutti noi e in ogni età della vita.
Egli non porta nulla, in dono, al Bambino appena nato; non ha nulla tra le mani da poter offrire a Colui che egli ha riconosciuto come il Salvatore. Eppure quell’uomo porta con sé ciò che di più importante e prezioso non è possibile pensare in riferimento al mistero del Natale: la sua meraviglia. Con gli occhi rivolti al Bambino, le ginocchia piegate, le mani alzate verso il cielo e il volto segnato dalla gioia e dallo stupore, l’incantato dona espressione al suo atto di fede in Colui che è venuto a donarci la salvezza, il suo Amore e la vera Vita. E sembra dire nel silenzio del cuore: “È troppo bello per essere vero… Eppure è vero!”.
Ai carissimi lettori del nostro “Popolo” auguro di vero cuore un Natale di meraviglia. Contemplare la Natività di Gesù possa significare rivivere l’incanto: per la bellezza senza macchia e senza rughe del volto di Dio che si rivela in un bambino; per la splendore della Luce eterna che viene a illuminare le oscurità della vita; per la Misericordia infinita che porta la grazia del perdono e della pace; per la forza soave della Verità senza che svela il segreto e il senso dell’esistenza; per quel Signore del tempo e della storia, onnipotente e santo, che si fa piccolo per poter essere accolto e amato dal nostro piccolo cuore.
+ Guido Marini
Vescovo di Tortona
di M. Grazia Pizzaluga
da www.laprovinciapavese.gelocal.it
@Riproduzione Riservata del 21 dicembre 2022
Giovedì dalle 17 alle 19 la performance aperta al pubblico. In Santa Maria Gualtieri mostra dei presepisti di Belgioioso.-
Prima il suono magico di un violino che conduce i passanti dentro il cortile del castello Visconteo di Pavia. Poi lo stupore per la scenografia: a produrre le note melodiose con l’archetto, domani dalle 17 alle 19, sarà una musicista “gigante”, issata su un trespolo altro cinque metri.

Sulla sua gonna, metri di tessuto morbido e iridescente, danzeranno luci e immagini. Si chiama, non a caso, Big Violinist, la performance che l’assessorato alla Cultura del Comune di Pavia offre ai visitatori in chiusura degli eventi che hanno accompagnato la città verso il Natale.
Per l’occasione il cortile del castello sarà accessibile gratuitamente al pubblico. Due gli ingressi aperti: il grande cancello che si affaccia sui giardini di piazza Castello e l’ingresso dalla biglietteria del Rivellino in viale XI Febbraio.
Gli orari dell’esibizione di Big Violinist sono: 17/17.30, 17.45/18.15 e 18.30 / 19.
«La maestosa e scenografica dama incanterà anche il pubblico di Pavia, ma come ha già fatto in tutta Italia e nei luoghi più diversi: dalla spiaggia di Camogli al festival dello Stradivari di Cremona – anticipano da Equipe Eventi di Bologna, che propone lo show –. Proporrà un repertorio vastissimo che spazia tra i diversi generi musicali: dalla musica classica alla musica da film, da famosi brani pop a musiche lounge d'atmosfera ed emotional. Per l'occasione non mancheranno le più belle e conosciute canzoni di Natale, per calare grandi e piccini nella magica atmosfera delle feste. La performance musicale sarà arricchita anche da emozionanti giochi di luci che illumineranno la grande gonna e la porzione di cortile circostante».
A issarsi sul trespolo, per proporre performance visuale e musicale, sarà Elisa, in arte Ellys. Big Violinist chiude la piccola rassegna di appuntamenti che hanno traghettato la città verso il Natale.
In piazza Vittoria, per tutto il periodo delle festività, rimangono attive la pista di pattinaggio sul ghiaccio e la giostra con i cavalli per i più piccoli.
Presepi & giochi
Sempre in centro è possibile visitare la mostra dei presepi a cura di Apab, l'associazione Presepisti e Artisti di Belgioioso, allestita in Santa Maria Gualtieri in collaborazione con l’assessorato al Turismo.
Una quarantina di presepi, realizzati da artigiani e appassionati, con figure semoventi, luci, giochi d’acqua. Modelli ai quali i presepisti, diretti dal presidente Giuseppe Mastropietro, lavorano ormai da un anno con l’altro. Gli orari: fino all’8 gennaio dalle 14 alle 18.
Un presepe tradizionale napoletano, curato nei minimi dettagli, è stato realizzato anche quest’anno, come è ormai tradizione, all’interno della chiesa di Santa Maria del Carmine.
Il 6 gennaio, in Cupola Arnaboldi, sarà infine allestito uno spazio con i giochi di una volta della tradizione popolare, realizzati artigianalmente a mano. E il comune annuncia l’installazione di una ruota panoramica nel parco dei Bersaglieri (piazza Castello) al momento in standby a causa delle condizioni non favorevoli del terreno.
