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Accogliere per restare umani

di Tamara Pastorelli
Progetti e testimonianze sul fenomeno delle migrazioni nel Polo Lionello Bonfanti, in Località Burchio, a Figline e Incisa Valdarno (Fi), organizzato dal Movimento Umanità Nuova dei Focolari.-

«Da Saba a Tripoli, sono stata rapita da una banda di arabi con altre 14 ragazze. Ci hanno costrette a chiamare casa per ottenere i soldi del riscatto», racconta una voce fuori campo, mentre sul monitor vengono proiettate immagini di carrette del mare stracolme di persone, dettagli di visi feriti, mani di naufraghi che chiedono aiuto. E la voce continua: «Un arabo in Libia mi ha comprato per fare la colf in casa sua con la famiglia (moglie e 4 figli). Lavoravo molto, ma non mi pagava perché mi aveva comprato. Non voleva solo le pulizie…».

La voce non risparmia al pubblico in sala la cruda verità del volto femminile delle migrazioni, e incalza: «In Libia, vengo rapita da alcuni arabi con altre tre ragazze. Per non farci fuggire ci picchiano continuamente con sbarre di ferro sotto la pianta dei piedi per non lasciare segni visibili…». «Mi hanno detto di chiamare la mia famiglia in Nigeria per farmi mandare dei soldi ed essere così liberata, ma non ho più nessuno. Mi davano da mangiare solo se avevo rapporti sessuali con loro».

Così, con queste testimonianze di donne migranti, si apre l’incontro dal titolo “Accoglienza, orizzonti o confini”, che si è tenuto domenica presso il Polo Lionello Bonfanti, in località Burchio, nel comune di Figline-Incisa Valdarno (Fi), organizzato dal Movimento Umanità Nuova dei Focolari in Toscana. Sono testimonianze vere, di donne in carne e ossa che Maria Teresa Vitali, counselor dell’associazione Randi di Livorno, ha raccolto nel suo lavoro con le donne vittime di tratta e di violenza.

Uscendo dal gioco delle logiche di parte e di partito, dei «porti aperti e dei porti chiusi, scegliamo di stare dalla parte degli esseri umani», avvertono gli organizzatori all’inizio dell’incontro, per riumanizzare la narrazione delle migrazioni e uscire dall’inganno della paura, diffusa da un certo modo di fare comunicazione dei nostri media. Comincia, così, un viaggio alla scoperta del fenomeno percepito e di quello reale, dati ufficiali alla mano, passando per i valori e i diritti sanciti dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e dalla nostra Costituzione (Art. 10 «[…] Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge”).

Arricchente e chiarificante, a tal proposito, l’intervento di Flavia Cerino, esperta in immigrazione e tutore di minori migranti, che ha anche fatto riflettere i partecipanti rispetto al dato culturale e disumanizzante di escludere, nel testo del “Decreto immigrazione e sicurezza”, l’aggettivo “umanitario” legato ad un tipo di permesso di soggiorno, sostituito dalla dicitura più distanziante “per casi speciali”.

Poi, è venuto il momento delle storie di chi accoglie. Come quella raccontata da Gianni Gaucci, dell’associazione “Una città non basta” che, nei pressi di Marino, nei Castelli Romani, ha privilegiato un’accoglienza “diffusa” di singoli e famiglie migranti, coinvolgendo la popolazione del luogo che, in virtù della vicinanza, ha permesso a molti di superare diffidenza e pregiudizi.

«Nell’agosto del 2016 è arrivato nel nostro piccolo comune un gruppo di dieci giovani richiedenti asilo, provenienti da diversi Paesi africani, affidati a una cooperativa locale», cominciano a raccontare Francesca e Silvestro, di Gazzada Schianno un comune di 4500 persone in provincia di Varese. «Il sindaco, contrario all’accoglienza dei migranti, ha cominciato a sostenere che la popolazione non era disponibile all’accoglienza. Sentivamo che non era così, che buona parte della cittadinanza avrebbe voluto mettersi a disposizione di questi ragazzi e che non potevamo stare a guardare con indifferenza». Ne nasce un percorso condiviso tra associazioni e cittadini sul territorio, per favorire l’integrazione dei giovani a partire da un corso di italiano, in collaborazione con la Caritas locale, e poi, grazie ad attività ricreative nell’oratorio, al tesseramento per la squadra di calcio, fino al coinvolgimento in lavori socialmente utili e a corsi di formazione professionale.

Per ultimo, il fisico Andres Formiconi, racconta le vicissitudini della comunità di Poggio alla Croce, circa 190 anime, nel comune di Greve in Chianti che, nel luglio del 2017, si è vista attivare sul proprio territorio un CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria) con circa trenta giovani migranti di varie nazionalità. Una trentina di persone autoctone ha cominciato così ad avviare un percorso di integrazione e conoscenza reciproca narrato anche in un blog. Racconta Andres: «Ci siamo alzati dal divano e siamo scesi in piazza a parlare con loro, a giocare. Siamo ridiventati umani, esseri pensanti, con una propria visione del fenomeno, grazie a quello che abbiamo imparato spegnendo la tv».

Dalla loro esperienza è nato anche un Laboratorio aperto di cittadinanza attiva, che è anche un progetto della Regione Toscana, promosso dalla Diocesi di Fiesole, che si propone, tra l’altro, la generazione di una rete di collegamento che faccia emergere e colleghi fra loro pratiche di accoglienza, da quelle minimali di tipo familiare a quelle più strutturate sul territorio. «L’aspetto più importante del progetto – chiude Andres Formiconi – è la potenzialità di far emergere una contro-narrazione positiva in contrasto a quella del terrore che domina la mainstream information».

da www.cittànuova.it
@Riproduzione Riservata del 18 febbraio 2019

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