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Sport e bambini: a che età iniziare e come scegliere la disciplina giusta

di Angela Cotticelli
da www.corriere.it
@Riproduzione Riservata del 07 gennaio 2026

Lo sport è salute, fin dall’infanzia. Ma a che età è giusto iniziare e come scegliere la disciplina più adatta per ogni bambino? Lo spiega Ugo Giordano, responsabile dell’Unità Operativa di Medicina dello Sport e Ipertensione Arteriosa dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, insieme ai consigli per i genitori su quanto sport far praticare ai propri figli.-

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Lo sport riveste un ruolo fondamentale per il benessere della persona. È perciò davvero importante scegliere l’attività fisica più adatta per aiutare il bambino a crescere in modo armonico e facilitare la vita di relazione con i coetanei, favorendo anche il confronto e la competizione. Ma quando è bene iniziare e quante ore di sport inserire nella settimana dei propri figli? Lo spiega Ugo Giordanoresponsabile dell’Unità Operativa di Medicina dello Sport e Ipertensione Arteriosa dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù.

A che età iniziare

«Nei bambini in età prescolare, fino ai cinque o sei anni, più che di sport si parla di gioco/motricità, importante per orientarli nello spazio e per automatizzare gli schemi corporei di base, come camminare, correre, saltare – spiega Giordano -. A questa età, l’obiettivo non è la performance, ma l’acquisizione di sicurezza e consapevolezza del proprio corpo. Particolarmente consigliabile è il nuoto, non solo per i suoi benefici sulla coordinazione e sulla respirazione, ma anche per l’importanza che riveste in Italia, un Paese costeggiato dal mare. Far muovere i bambini non rappresenta solo un mezzo per promuovere la salute fisica, ma anche uno strumento educativo e relazionale. Con l’ingresso nella scuola primaria, l’attività fisica entra a far parte della vita scolastica e ciò può avvicinare i bambini alle prime esperienze sportive che dovrebbero essere generiche».

Stimolare, mai forzare

«In questa fase, il bambino non dovrebbe essere indirizzato verso una sola disciplina, ma praticare discipline diverse di suo gradimento, sempre con uno spirito di gioco e non di competizione – raccomanda Giordano -. La scelta dello sport non dovrebbe esser fatta dai genitori sulla base delle proprie esperienze personali, ma deve essere offerta ai piccoli l’opportunità di esplorare e scegliere in base alle proprie inclinazioni per costruire un rapporto positivo con il movimento. Anche se il padre ha giocato a calcio e la madre è appassionata di danza, è essenziale che la spinta verso lo sport nasca dalla volontà del ragazzo e non da un’imposizione esterna. La forzatura, oltre a creare frustrazione e disinteresse, aumenta il rischio di traumi fisici e psicologici. Al contrario, quando la motivazione è interna, l’impegno sportivo diventa una fonte di benessere e crescita. Non vanno escluse le discipline meno tradizionali, come la vela, che richiede più tecnica che forza fisica, e sport di destrezza come gli sport di tiro o il pattinaggio artistico, in cui la concentrazione prevale spesso sull’impegno corporeo. In ogni caso, nei primi anni di vita le attività devono rimanere ludiche e non competitive. L’approccio agonistico viene infatti introdotto, per la maggior parte degli sport, intorno all’età puberale, quando il corpo è in grado di sostenere un carico cardiovascolare maggiore e dopo almeno tre o quattro anni di pratica continuativa».

Attività non agonistica o agonistica: quali certificazioni

Dal punto di vista medico, in Italia la pratica sportiva è regolamentata da una efficace normativa che tutela la salute dei minori. «Esistono due tipi di certificazione: quella per l’attività non agonistica e quella per l’attività agonistica – continua Giordano -. A prescindere dall’importante e necessaria anamnesi familiare e personale del bambino nel primo caso è prevista una visita medica annuale, con elettrocardiogramma obbligatorio, che si effettua dal medico di base, dal pediatra o dal medico dello sport. Per l’attività agonistica, invece, è richiesta una valutazione più approfondita presso un medico specialista in medicina dello sport. Questa comprende l’elettrocardiogramma a riposo e sotto sforzo, l’esame spirometrico, la visita cardiologica con misurazione della pressione arteriosa ed un esame delle urine. Il costo medio della certificazione non agonistica è di circa 40 euro, ma rappresenta un importante strumento di prevenzione, una peculiarità del nostro Servizio Sanitario Nazionale, che garantisce standard di sicurezza elevati rispetto a molti altri Paesi, dove spesso ci si basa solo sull’anamnesi familiare e personale del paziente».

Sport: no agli eccessi

«L’attività fisica regolare previene l’obesità, favorisce il confronto con i coetanei, riduce lo stress e migliora la qualità del sonno – sottolinea l’esperto -. Inoltre, lo sport aiuta a correggere posture scorrette, riducendo il rischio di scoliosi e di traumi legati a lassità muscolare. Insomma, in qualunque forma, è sinonimo di salute, e dovrebbe occupare almeno due o tre ore settimanali della routine di ogni bambino. Tuttavia, anche l’eccesso può essere dannoso: il cosiddetto overtraining comporta effetti negativi simili alla mancanza di allenamento, perché il corpo e la mente non riescono a recuperare. L’attività deve quindi essere proporzionata all’età e al livello di sviluppo, rispettando la gradualità. Intorno ai dodici anni, tre allenamenti settimanali rappresentano una misura adeguata, che può aumentare progressivamente fino a quattro sedute man mano che il ragazzo cresce. I genitori svolgono un ruolo determinante: la loro influenza deve essere orientata al sostegno, non al controllo. È fondamentale che il bambino accetti con piacere le ore di sport previste e che non le percepisca come un obbligo imposto. Quando l’attività è spontanea e vissuta come un gioco, non è necessario imporre limiti rigidi: il bambino stesso impara a gestire le proprie energie, alternando impegno e riposo».

Sport e bambini con malattie croniche

«Anche per i bambini affetti da patologie croniche, come cardiopatie, diabete o malattie renali, è raccomandata l’attività fisica, purché adattata al loro stato di salute. È il concetto di Attività Motoria Preventiva Adattata (AMPA), una forma di esercizio personalizzato, cosiddetto tailored, ovvero su misura, che permette di trarre beneficio dal movimento in sicurezza. L’obiettivo generale è promuovere una cultura in cui nessun bambino venga escluso dall’attività motoria. Nei grandi centri è più facile trovare strutture e programmi dedicati, ma la sfida resta quella di rendere l’attività fisica accessibile e sostenibile per tutti, valorizzando la spontaneità, la salute e il benessere psicofisico dei più giovani», conclude Giordano.

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