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Il presidente Truffelli. «Ac, da 150 anni in mezzo al popolo»

di Enrico Lenzi
«Vogliamo essere strumento della Chiesa per concorrere alla conversione missionaria».-
Desiderosi di «essere testimoni credibili del Vangelo». Ma anche consapevoli di voler essere «strumenti» della Chiesa per una «conversione missionaria». Alla vigilia dell’avvio del Convegno delle presidenze diocesane di Azione cattolica, il presidente nazionale Matteo Truffelli traccia un bilancio dei primi 150 anni dell’associazione e le linee d’azione per il presente e il futuro.
Presidente da un secolo e mezzo l’Azione cattolica è una presenza costante nella nostra società pur tra differenti epoche storiche. Oggi Ac cosa rappresenta in Italia?
L’Azione cattolica di oggi è certamente cambiata rispetto a quella anche solo di pochi anni fa e, al contempo, è la stessa di ieri e del 1867, quando è nata. È ancora, infatti, una grande associazione di laici, di ogni età e di ogni condizione, che in ogni angolo d’Italia desiderano farsi carico, insieme, della missione evangelizzatrice della Chiesa, in tutti i suoi aspetti, vivendo nel mondo come testimoni credibili del Vangelo. E proprio per questo rappresenta anche una grande risorsa civile per il nostro Paese. Un tessuto di relazioni solidali e inclusive, uno spazio di elaborazione culturale e di impegno per il «bene comune».
Il Papa lo scorso anno vi ha invitato a essere «in mezzo al popolo». Ora il “popolo” è al centro del Convegno delle presidenze diocesane di Ac. Ma concretamente per Ac cosa significa «stare in mezzo al popolo»?
Abbiamo messo il popolo al centro della riflessione per entrare in profondità nel disegno di Chiesa che papa Francesco ci propone, sulla scia del Concilio. Per una realtà come l’Ac, essere popolo non rappresenta una scelta tra le altre, non è un compito da assolvere insieme ad altri impegni. L’Ac, ci ha ricordato proprio Francesco quando lo abbiamo incontrato un anno fa, «non può stare lontano dal popolo », perché è popolo, «viene dal popolo e deve stare in mezzo al popolo». Questo vuol dire che alla nostra associazione è chiesto, innanzitutto, di sapersi fare prossima alla vita delle persone, per prendersene cura.
Viviamo un’epoca in cui il popolo appare sempre più diviso e schierato. Come si può continuare a essere al servizio di tutti, con uno stile missionario?
Per un’associazione come la nostra, che da sempre lega tra loro le persone, i gruppi e i territori, la vocazione a unire, a mettere insieme invece che separare è, direi quasi, una vocazione originaria. Continuare a svolgere questo compito, oggi, significa anche, credo, aiutare gli italiani a non rimanere schiacciati da un modo di concepire il confronto pubblico che riduce sempre tutto a un referendum pro o contro qualcosa o qualcuno, appiattendo e semplificando ogni questione. Questo significa, ad esempio, scegliere di fare della nostra associazione uno spazio di confronto e di discussione da mettere a disposizione di tutti. Per offrire a chiunque l’opportunità di misurarsi seriamente con le questioni, per capirle meglio e formarsi un giudizio più consapevole. Uno spazio di dialogo e di approfondimento, in cui ciascuno possa trovare un’occasione di incontro, invece che di contrapposizione.
Per i tre miniconvegni tematici avete usato l’aggettivo “popolare”: religiosità popolare, parrocchia popolare e anche Ac popolare. Non temete che questo aggettivo possa essere frainteso come il tentativo di “piacere a tutti”, di “andare bene a tutti”?
In realtà, noi desideriamo fortemente andare bene per tutti. Ma non nel senso di cercare consenso a buon mercato, e tanto meno pensando di rinunciare ad avere qualcosa di importane da offrire alla vita delle persone. Vogliamo però che chiunque incroci la strada dell’associazione possa sentirsi a casa. Che tutti possano avere l’opportunità di sperimentare la bellezza e la profondità del cammino di fede, di crescita umana e culturale che l’associazione offre. È qualcosa che non possiamo pensare possa andare bene per pochi. Deve essere per tutti e a misura di tutti, perché per tutti e a misura di tutti è il Vangelo. Del resto, papa Francesco ce lo ha detto chiaramente, nell’aprile scorso: «Non siate dogane. Aprite le porte, non fate esami di perfezione cristiana perché così facendo promuoverete un fariseismo ipocrita».
Pochi giorni fa assieme all’assistente ecclesiastico generale, il vescovo Sigismondi , è stato ricevuto in udienza dal Papa. Come ha commentato il lavoro che gli avete presentato?
Ne è stato molto contento, e ci ha invitato con calore ad andare avanti, con coraggio e con passione, sapendo che in questa stagione della Chiesa e del mondo ci è chiesto anche, per dir così, di saper «rischiare in proprio». Abbiamo parlato a lungo dell’importanza di ripartire dalla visione conciliare della Chiesa come «popolo di Dio immerso nel mondo», come scriveva Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi, e del valore, ma anche della difficoltà, di un impegno vissuto come laici associati dentro le pieghe della storia per portare e condividere proprio lì, nella quotidianità dell’esistenza, la nostra testimonianza di credenti.
150 anni di vita, ma lo sguardo è rivolto al futuro. Quali progetti ha in cantiere Ac per i prossimi anni?
Il programma che ci siamo dati in questi anni è tanto semplice da enunciare quanto complesso da realizzare: vogliamo fare della nostra associazione uno strumento a disposizione della Chiesa italiana per concorrere a dare concreta attuazione, dentro il cammino di ogni Chiesa locale, a quella «conversione missionaria» cui Francesco non si stanca di invitarci.
da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del 27  aprile 2018

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