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CAV - Centro di Accoglienza alla Vita Vogherese ODV

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Nostalgia del salvadanaio? No, del saper dare valore

di Marco Tarquinio              

Gentile direttore,
dopo molti anni ho rivisto un salvadanaio. Era lì, in bella mostra sulla bancarella di un rigattiere, era di terracotta, col suo bel faccione e con quella fessura nel mezzo che sembrava una bocca perennemente sorridente. Durante la mia infanzia, nella mia casa non ne mancava mai uno. Costava poche lire e appena ne rompevamo uno, mio padre, per insegnarmi a risparmiare, lo sostituiva subito con un altro. Era la mia cassaforte. In quella bocca tanto amabile quanto vorace, quante monetine ho lasciato cadere! Il mio 'reddito' era saltuario: qualche regalino per un buon voto a scuola (beato italiano, primaria fonte delle mie finanze!), le mancette per le piccole commissioni, le regalie del parentado per le varie festività (evviva i nonni, sempre i più generosi!) e qualche piccola cresta sui resti (grazie mamma, per aver chiuso sempre non uno ma entrambi gli occhi!). Insomma, quel faccione rubicondo lo alimentavo con tutto il cash flow, il contante, che transitava per le mie mani. Ogni tanto lo sollevavo, lo soppesavo, lo scuotevo per sentire il tintinnio della mia ricchezza. E quando lo ritenevo ben rimpinzato e satollo al punto giusto, proponevo ai miei genitori di aprirlo. Che equivaleva a dargli una botta in testa. L’apertura del salvadanaio non era un’operazione banale. Anzi, era un rito. Su un tavolo stendevamo un ruvido panno rosso per evitare che le monetine scivolassero a terra, e al centro troneggiava il pingue faccione, ancora sorridente, e ignaro di quanto da lì a poco gli sarebbe accaduto. E il colpo di grazia sarebbe toccato proprio a me! Avevo il cuore in gola, da lì a poco avrei avuto il tangibile riscontro dei miei tanti 'sacrifici'. Nelle mani avevo un martelletto ricavato da un gioco di costruzioni, i miei genitori, preoccupati per la mia incolumità, mi raccomandavano di dare dei colpetti dolci, in fondo bastava incrinarlo. E infatti, dopo la prima crepa, il faccione cedeva di schianto mostrando generosamente il suo prezioso contenuto. Nonostante il panno, qualche monetina scivolava per terra. Ce n’erano di tutti i tipi: le 50 lire con Vulcano, le 10 lire con la spiga, le 5 lire col delfino, le 100 lire con Minerva e addirittura qualche 500 lire d’argento, frutto di una generosità esagerata (della nonna materna?). Finalmente si procedeva alla conta, un’operazione piuttosto lunga, di mia competenza. Il conteggio era ripetuto più volte: ahimé, non era mai uguale al precedente. Ma poi, il 'revisore dei conti' era mio padre che ufficializzava la cifra rinvenuta. A quel punto, cambiava le monete in banconote (arrotondando per eccesso, grazie papà!) e le conservava in una busta col mio nome. Era il mio piccolo tesoro. A volte, quanto trovato nel faccione era di più di quanto mi aspettassi, altre volte di meno. Ma poco importava. Un nuovo salvadanaio era già lì, pronto per essere saziato. Sarebbe andata meglio la prossima volta…

Michele

Grazie per questo ricordo che ci accomuna, caro amico. Lei non trae morali, io una sola: saper dare valore a ogni piccolo dono, a ogni briciola di generosità aiuta a essere davvero ricchi e a prepararsi a condividere con la stessa gioia e con la stessa generosità. Un’Italia che non c’è più? Non ammaliamoci di nostalgia. Ricominciamola, quell'Italia. In modo nuovo certo, ma con la stessa semplice verità.

da www.avvenire.it

@Riproduzione Riservata del 25 luglio 2018

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