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No al muro tra generazioni. Oltre Covid e devastante individualismo

di Eugenia Roccella Oltre Covid e devastante individualismo
da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del 01 novembre 2020
 
Chiudere gli 'anziani' in casa – non solo gli over settanta, ma forse anche gli ultrasessantenni e persino gli ultracinquantenni – e lasciare che gli altri vivano la vita di sempre, senza più smart working e smart learning, e con i bar, i ristoranti, i cinema, i teatri, e tutte le attività aperte.
Quest’ipotesi, che circola da un po’ di tempo, ma finora solo timidamente, è approdata sulle prime pagine dei giornali, grazie a un ponderato studio dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale, al quale si è poi aggiunta un’ipotesi analoga, elaborata su 'lavoce.info' da tre studiosi: Favero, Ichino e Rustichini.
Questi ultimi sono i più radicali: orari di accesso ai negozi rigidamente separati per chi ha più o meno di 50 anni, vietati pranzi in famiglia e ogni forma di commistione generazionale. I giovani che abitano con ultracinquantenni potrebbero essere forniti di voucher per ristorante e albergo, al fine di interrompere la 'rischiosa' convivenza, lasciando genitori e nonni alla propria solitudine. Tutto questo, si dice, per tutelare gli 'anziani'.
Ma si intravede dietro lo scopo sbandierato la volontà di alleggerire la sanità pubblica e di tornare alla normalità lavorativa ed economica nel modo più semplice: togliendo di mezzo, come un ostacolo ingombrante e fastidioso, le persone fragili e statisticamente più a rischio. Un po’ la ricetta iniziale di Boris Johson: salutare i 'cari vecchietti', e tirare diritto. Sappiamo com’è finita. E lo stesso premier britannico, già scosso dal contagio subito personalmente e duramente, ha proclamato un mese di parziale lockdown nel Regno Unito. Sono, quelli che viviamo, tempi di insicurezza e di spaesamento. Il Covid-19 non solo fa paura, ma fa saltare certezze accumulate in decenni di benessere e tranquillità.
Dal dopoguerra a oggi il mondo occidentale non ha più attraversato eventi angosciosi come conflitti bellici, carestie e pandemie; ha costruito un welfare rassicurante, e vissuto uno sviluppo economico e tecnologico impetuoso. Le nuove generazioni sono cresciute nella cultura dei diritti individuali, che sembravano destinati ad allargarsi ogni giorno di più. Abbiamo coltivato l’illusione che, sia pure nel disagio prodotto da una lunga crisi economica, il nostro stile di vita, orientato a consumare esperienze ed emozioni oltre che beni concreti, sarebbe durato indefinitamente. Trovarsi improvvisamente chiusi in casa, privati di cinema, ristoranti, teatri, concerti, spettacoli ed eventi di ogni genere, è stata una dura sorpresa, ed è apparso a molti, soprattutto ai giovani, come un insostenibile sacrificio. Il sociologo Luca Ricolfi lo ha spiegato con chiarezza: «La nostra è una società moderna, che della società moderna possiede il tratto fondamentale: la divinizzazione dell’individuo e dei suoi diritti» a scapito del bene comune; «il rispetto dell’autorità e la capacità di affrontare rinunce sono tratti normali, se non costitutivi, delle società tradizionali, ma sono merce rarissima nelle società moderne».
Se il primo lockdown è stato subìto ma anche accettato, stretti come eravamo nella morsa della paura e con le immagini di morte che ci assediavano, il secondo lo è molto meno. L’estate, e i messaggi sbagliati, ci hanno fatto credere che il virus fosse in via di esaurimento, e che comunque si era trattato di una parentesi che potevamo archiviare. Ora invece si comincia a capire che non è così, che il vaccino non è la soluzione mitica che ci immaginavamo, che dovremo convivere con il contagio ancora a lungo. Le reazioni di rabbia e rifiuto, e non solo di chi è economicamente danneggiato, cominciano a vedersi nelle strade e nelle piazze. A questo si aggiunge un coro di opinionisti che ripete che sono i giovani i più colpiti dalle misure di contenimento sociale, è a loro che si chiedono sacrifici e rinunce. Come se i giovani dovessero essere esentati da qualunque sacrificio e rinuncia, come se dovessero essere protetti dalla consapevolezza che la vita non è sempre facile né priva di problemi e sofferenze.
È anche su questa falsa coscienza che è cresciuta l’emergenza educativa, sull’idea che la vita sia qualcosa da consumare e non da costruire. Tocca a noi insegnare ai nostri figli e nipoti che la vita è anche altro, che i modelli di felicità possibili sono molti, che si può ricavare gioia anche dalla rinuncia, dal bene degli altri, dalla solidarietà, dall’amore oblativo. All’apericena, la birretta con gli amici, il weekend sulla neve, si può rinunciare senza problemi se questo serve al bene di tutti.
Chiudere le persone fragili (o presunte tali) in casa, abbandonarle alla solitudine per vivere e produrre fingendo di «essere sani in un mondo malato», vuol dire illudersi che il mercato possa funzionare comunque e far declinare quelle persone più o meno anziane e giudicate a rischio, togliere loro deliberatamente anche poche e prudenti occasioni di compagnia e condivisione, così preziose per chi non è più giovane. Quando si afferma che muoiono 'solo' gli ultrasettantenni o che, comunque, i vulnerabili sono soprattutto gli ultracinquantenni, magari con più patologie, come se queste constatazioni riducessero il danno, la logica brutale dell’eutanasia ha già vinto. La cura della fragilità, la difesa della vita sono parole vuote se non si traducono in scelte concrete, di vera solidarietà.
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