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NAUFRAGI NEL MEDITERRANEO, QUELL'IMMAGINE CHE HA COMMOSSO IL MONDO

di Alberto Laggia
da www.famigliacristiana.it
@Riproduzione Riservata del 19 maggio 2021

Un neonato strappato alla morte per annegamento da un uomo della guardia costiera spagnola al largo di Gibilterra. Fino a quando potremo continuare ad accettare drammi come questo nell'impotenza colpevole dell'Europa?.-

La foto del giorno stavolta mostra un neonato salvato dalle acque, sopravvissuto non si sa come all’ennesima “strage degli innocenti” che si sta consumando nel Mare Nostrum davanti agli occhi di tutti. Stavolta è accaduto a Ceuta, l’enclave spagnola in Marocco dove migliaia di migranti stanno da giorni cercando di attraversare il confine, anche a nuoto, e tra questi, come sempre, tante famiglie, con bambini grandi o di pochi mesi al seguito.

Stavolta l’epilogo raccontato dall’immagine non è stato tragico, ma per puro caso: un militare della Guardia Civile solleva dall’acqua un neonato e lo salva. La cuffietta e la tutina sono proprio come quelle che indossano i bambini nelle culle dei nostri reparti di ostetricia, appena nati. Guardandola viene da  chiedersi che cosa c’entri quel bimbo, che potrebbe essere figlio nostro, con il salvagente, il mare, la fuga, i migranti. Eppure non  è un fotomontaggio. Magari lo fosse. E’ invece l’ennesima immagine straziante, che commuove e tocca i cuori di chi è padre e madre, uomo o donna. Perché tutto ciò scuote, fa venire un groppo alla gola, provoca il pianto, magari muove alla rabbia. Ed è bene che sia così.

Il corpo di Alan Kurdi tra le braccia di un soccorritore

Il corpo di Akan Kurdi tra le braccia di un soccorritore

Ma l’emozione non basta più. Non basta più il momentaneo richiamo dell’istinto materno o paterno di protezione nei confronti del cucciolo in pericolo. Non serve più a salvare tante vite. Quante altre immagini simili, diffuse da tv e social hanno inumidito i nostri occhi? Abbiamo già dimenticato il piccolo Alan Kurdi, esanime, in braccio al militare turco, che una sorte meno fortunata aveva scaricato su una spiaggia tanto distante da casa sua? Abbiamo già dimenticato il piccolo Yoseph affogato nell’ennesimo naufragio in Mediterraneo, nel novembre scorso, prima che arrivassero i soccorritori? Abbiamo già dimenticato le grida disperate della mamma a bordo della scialuppa? Quelle strazianti parole "I loose my baby, I loose my baby"? Abbiamo già scordato la serie ormai infinita di video, foto,  frame di bambini salvati in tempo o sospinti già morti dalla risacca? Necrologi della nostra vergogna? Ci siamo assuefatti a vedere? Forse ancora no.

La pietas delle nostre coscienze è più dura a morire di quei naufraghi in fuga dal male. Ma la sola pietà, la sola onda dell’emozione non basta più. Perché è effimera, passeggera, come lo sono le foto nelle homepage e le "breaking news" dei tg, scalzate pochi minuti dopo dalle successive. Diremmo quasi che non potremo più permetterci quella pietas e che da sola è quasi indecente, perché come il sentimento emerge e prorompe con urgenza, siamo portati a pensare che tutto ciò sia pura “emergenza”, mera contingenza, da poter affrontare solo ogni qual volta riaffiori l’emozione. Non basta la pietas senza la dignitas, direbbero i padri latini. “Ed è un Europa senza dignità quella che fa morire in mare le persone”, aveva giustamente detto il sindaco di Lampedusa dopo l’ennesima vita perduta. Serve davvero qualcos’altro oltre alle lacrime. Qualcosa che abbia minimamente a che fare con la coscienza lucida che la soluzione al “fenomeno del secolo” richiede intelligenza, organizzazione, rispetto dei diritti umani, solidarietà tra popoli. In una parola: azione politica e passione per l’uomo. Prima che la prossima foto ci consumi l’ennesimo kleenex.         

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