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Natale. Dentro questa nostra storia. Il primo vagito e pianto, sino al Padre

Le nostre voci, di Marina Corradi

«La nostra prima preghiera, in un certo senso, è stato il vagito che ha accompagnato il primo respiro. In quel pianto di neonato si annunciava il destino di tutta la nostra vita: la nostra continua fame, la nostra continua sete, la nostra ricerca di felicità». Lo ha detto papa Francesco nell’ultima Udienza, pochi giorni fa. È una parola che fa riflettere sulla vita, e sul Natale, ormai così vicino. Il primo vagito come la prima preghiera di un uomo. In quell’istante in cui, strappato all’ombra calda del grembo materno, la luce lo acceca, e per la prima volta avverte sulla pelle il freddo; e l’aria, che irrompe con forza nei polmoni, brucia. Scacciato dalla pace del grembo, gettato nel fiume della vita, il bambino lancia il primo vagito che è insieme respiro, paura, istinto vitale: e preghiera, dice il Papa. Quella preghiera, spiega, che «si annida dovunque c’è un uomo, un qualsiasi uomo che ha fame, che piange, che lotta, che soffre e si domanda “perché”».

E ora che mancano pochi giorni al Natale viene da immaginare, nella notte di Betlemme, in una stalla, all’addiaccio, quella giovane donna che custodisce il suo indicibile mistero. E adesso è giunta l’ora. Se l’Annunciazione è silenzio, rotto solo dal fiato di un “fiat”, il venire al mondo di Cristo è il suo nascere nella carne, come un uomo. E dunque anche lui lanciò sotto a un cielo di stelle quel primo vagito, uguale a quello di ogni bambino. Freddo, fame, e il fiotto d’aria che colma i polmoni, e ne ritorna in un grido. Quella fu dunque la prima preghiera di Gesù. Preghiera per il creato, per ogni creatura, per ogni dolore bisognoso di essere sanato.

Ai pastori, nei pascoli attorno, sembrò semplicemente il pianto di un neonato. Ma era il farsi carne del Verbo: e lacerò la notte di Betlemme, e tagliò per sempre il tempo e la storia. Avanti Cristo, dopo Cristo, duemila anni dopo i giorni si contano ancora da quell’attimo in cui venne come deposto un divino germe di rivoluzione: la morte, in quel bambino, non più invincibile nulla e disperazione. La Croce, la Resurrezione erano ancora lontani. Ma già quel grido di Gesù che veniva al mondo era domanda al Padre, per ognuno e per tutti.

Pensiamoci, in questo tempo che stiamo vivendo, e che è ancora così colmo di dolore e segnato dall’ingiustizia, scandito da pianti adulti e da pianti bambini. Pensiamoci, nella frenesia degli ultimi preparativi per il Natale, a quell’attimo, a quel pianto che inizia a creare una nuova umanità. È l’attimo dello sgorgare di una sorgente, è pura vita che generosamente si diffonde, acqua limpida da bere.

E pensiamo anche al nostro lontano primo vagito, alla domanda inconsapevole che conteneva: fame, paura, bisogno di aiuto. Eravamo, in quel momento, totalmente sinceri, scevri da ogni presunzione, semplicemente mendicanti di tutto. Forse dovremmo tornare a pregare così. Forse rinascere quando si è vecchi, come chiedeva Nicodemo, è questo? Domandare, affidarsi al Padre con la fiducia inerme di un neonato.

Certo, non siamo più bambini. Abbiamo fatto, saputo, sorriso, sofferto, ferito. Abbiamo grandi pesi sulle spalle, ed esperienza. Come tornare alla semplicità dell’affidamento infantile? Il Papa: «Gesù, nella preghiera, non vuole spegnere l’umano, non lo vuole anestetizzare. Non vuole che smorziamo le domande e le richieste imparando a sopportare tutto. Vuole invece che ogni sofferenza, ogni inquietudine, si slanci verso il cielo e diventi dialogo».

Fare allora di ogni giorno, di ogni ora, una domanda. Buttarla a Dio: come una supplica, un interrogarsi, o una provocazione. Vivere e agire dentro questo dialogo. Avere fede, ha detto ancora Francesco, «è un’abitudine al grido». Ce lo dice la voce di ogni figlio che nasce. Ce lo dice la memoria di quel vagito simile a quello di tutti gli altri bambini, eppure straordinario: la prima preghiera di un Dio che si fa carne, ed entra nella storia.

da www.avvenire.it

@Riproduzione Riservata del 15 dicembre 2018

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