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MASCHI CACCIATORI, FEMMINE CASALINGHE. LE LEZIONI DEL CORRIERE

di Telmo Pievani
da www.corriere.it
@Riproduzione Riservata del 27 maggio 2026

Sulle differenze tra uomini e donne se ne sentono di tutti i colori e spesso viene tirata in ballo l’evoluzione. I maschi umani sono inzuppati di testosterone, un po’ più robusti delle femmine, fanno la voce grossa, vengono educati sin da piccoli a fare gli uomini veri che non devono chiedere mai, sono cacciatori nati, e via con le banalità. Dovremmo dedurne che il millenario patriarcato, che in molte culture purtroppo è ancora dominante e nelle altre resiste sotto mentite spoglie, ha qualcosa di «naturale»?

Il patriarcato è naturale? Entelli o tamarini?

Visto che questo argomento chiama in causa la natura, chiediamolo ai nostri parenti primati. Negli entelli, cercopitecidi dell’India settentrionale, le cure parentali sono interamente appannaggio delle femmine, i maschi passano la loro esistenza impegnati in lotte tra bande, competono con grande stress per scalare la gerarchia sociale e quando diventano i capi ammazzano tutti i cuccioli del maschio sconfitto. Gomorra non ha inventato niente. Ora però pensate ai tamarini sudamericani: le femmine si accoppiano in modo libero e multiplo, allattano ma poi lasciano il resto delle cure parentali ai maschi, che si danno un gran da fare in famiglia e sono molto premurosi, senza peraltro nemmeno la sicurezza di essere i padri. 
Chi volete essere, entelli o tamarini? Non chiedetelo all’evoluzione, perché la domanda non ha senso.
In un libro molto interessante, Il tempo dei padri, l’antropologa Sarah Blaffer Hrdy ha messo in fila le evidenze che smontano gli stereotipi di genere anche all’interno della storia naturale di Homo sapiens, a cominciare dalla dicotomia fra maschio cacciatore e donna raccoglitrice e levatrice. I ruoli in realtà sono sempre stati molto più fluidi, con una partecipazione femminile sostanziale alle attività di caccia (una partecipazione che dava loro grande prestigio sociale, anche perché tra proteine animali e cibi vegetali procuravano al gruppo gran parte della dieta) e le cure parentali condivise all’interno del gruppo (nonni inclusi) e non secondo quella che oggi chiamiamo «famiglia naturale». Non è un caso che molte delle mani dipinte accanto alle meravigliose pitture rupestri paleolitiche siano femminili.

I ruoli in realtà sono sempre stati molto più fluidi

Congedi di paternità e cambiamenti fisiologici

Ma la riprova più sorprendente è arrivata negli ultimi anni, ovvero quando in alcuni paesi finalmente gli uomini hanno iniziato a prendere i congedi di paternità lunghi. Dai primi studi risulta che questi maschi apparentemente «controcorrente» non solo se la cavano egregiamente (incluse le coppie omogenitoriali), ma manifestano alcuni cambiamenti addirittura fisiologici in seguito all’assunzione delle cure parentali: i livelli ormonali nel sangue diventano simili a quelli delle madri; gli schemi comportamentali e affettivi si trasformano. Nessuno può controllare intenzionalmente i propri livelli ormonali: è una modificazione biologica. Questo significa che il cambiamento di attitudine dei padri accudenti non è affatto contro-natura, ma al contrario ha riattivato competenze biologiche profonde che erano state silenziate da millenni di patriarcato.
Questa ricerca ha due conseguenze di rilievo. La prima è di confermare come la genitorialità sia un ruolo più culturale e sociale che biologico. La seconda è che evidentemente il patriarcato è un’invenzione recente, resa possibile certo dalla nostra storia evolutiva, ma sostanzialmente culturale politica: l’espediente di maschi barbuti e violenti che vogliono detenere il potere. La buona notizia è che, essendo un’invenzione culturale, possiamo benissimo farne a meno e la nostra biologia nemmeno se ne accorgerà. Del resto, ancora nell’Ottocento c’era chi sosteneva la naturalità della schiavitù. Oggi nemmeno i neonazisti si spingono a tanto, almeno in pubblico. Quella infame istituzione umana adesso è considerata un tabù. Potremmo fare lo stesso con la guerra e con il patriarcato. Se li bandissimo una volta per tutte dalla storia umana, la nostra «natura» non ne risentirebbe affatto.

La genitorialità è un ruolo più culturale e sociale che biologico e il patriarcato è un’invenzione recente

Cosa intendiamo per «naturale»?

Uno studio recente ha stabilito che la monogamia è una scelta riproduttiva rara nei mammiferi: riguarda solo il 9% delle specie e spesso è imperfetta, cioè tollera livelli di promiscuità, che sono utili a rimescolare i geni. La monogamia ha però assunto un certo rilievo nell’evoluzione del genere Homo, per garantire alla femmina che il padre non se ne vada con la scusa di comprare le sigarette ma si assuma l’onere condiviso di cure parentali prolungate. Esistono tuttavia molte differenze, come sappiamo, tra le culture umane. Anche in questo caso, quindi, meglio astenersi dal definire un comportamento «contro natura».
Il problema di fondo è che cosa intendiamo per «naturale». Fateci caso: tutte le ideologie amano stranamente la natura. Vi impongono un ordine delle cose dicendovi che è un ordine naturale. E allora mettiamo per assurdo che i maschi siano davvero violenti «per natura». Dobbiamo per questo pensare che sia necessario e inevitabile il comportamento da macho e che il suo contrario, un maschio gentile e affettuoso, sia contro-natura? No di certo, perché la natura non è un’autorità morale. Ciò che deriva dall’evoluzione, dalla biologia, non necessariamente è «buono», «giusto», e nemmeno «normale». La natura non giustifica gli stereotipi culturali, semmai può contribuire a spiegarne le origini, ricordandoci sempre che il Paleolitico è terminato da un pezzo. In materia di comportamenti sociali, la natura non stabilisce ciò che è necessario, determinato, inevitabile, ma ciò che è possibile. Poi sta a noi scegliere. Anche perché l’essere umani non è un risultato, ma un processo. Stiamo «diventando umani» e a quanto pare la strada è ancora lunga.

La natura non è un’autorità morale. Ciò che deriva dall’evoluzione, dalla biologia, non necessariamente è «buono», «giusto», e nemmeno «normale»

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