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Mai complici dei bulli con l’aiuto di una app

di Giacomo Bertoni
Realizzata da un pool dell’Università di Pavia, nel progetto coinvolti 1.300 studenti.-
PAVIA. Assistere a un episodio di bullismo e non intervenire, non denunciare o non chiedere l’intervento di un adulto significa esserne complici. L’università di Pavia lancia una app per raccontare ai ragazzi che il bullismo è una sfida da vincere, ma soprattutto è una sfida che riguarda tutti: distogliere lo sguardo da un episodio di bullismo o di violenza non è più una scelta accettabile.
La nuova app. “Bullizzapp” è l’applicazione creata da oltre 1.300 ragazzi coinvolti nel progetto “Idolo”, guidato da Maria Assunta Zanetti, docente di psicologia dell’educazione e dell’orientamento, e realizzato con il contributo del Rotary Club Pavia Ticinum. Marionette e fumetti animati, realizzati dagli studenti, presentano dilemmi etici nei quali il giocatore è invitato a immedesimarsi: la tua compagna è presa di mira da un bullo, che la insulta davanti a tutti per il suo aspetto fisico. Tu che cosa fai: dai man forte al bullo, resti in silenzio o alzi la voce per difendere la vittima?
La zona grigia. «Oltre i ruoli di bullo e vittima, noi vogliamo illuminare quella zona grigia degli spettatori, di chi assiste a un episodio di bullismo - spiega Zanetti - l’obiettivo è quello di fare prevenzione, non solo contrasto, andando a stimolare quell’empatia che nei ragazzi sembra essere scomparsa». Dopo aver visionato l’episodio di bullismo, l’applicazione propone alcune soluzioni, che portano a delineare il profilo del giocatore: «C’è il sostenitore, che si mette dalla parte del bullo e lo aiuta a fare del male alla vittima - spiega Serena Dimitri, dottoranda - c’è il difensore, che si fa coraggio e interviene in difesa della vittima, ma c’è anche il gregario, che difficilmente prende l’iniziativa e preferisce seguire le indicazioni del leader. E troppo spesso il leader è proprio il bullo».

Promuovere l’empatia. Lavorare sulla zona grigia non è per niente facile: «Sviluppare l’empatia è molto complesso - aggiunge Sofia Pedroni, dottoranda - ma è il primo passaggio che consente di combattere il bullismo».

La strategia è vincente anche nei confronti del cyberbullismo, perché lo spettatore passivo, quello che non ha il coraggio di reagire, è spesso anche quello che filma l’atto di bullismo e poi lo condivide: «Siamo partite da un episodio molto noto e studiato in sociologia, ossia l’assassinio di Kitty Genovese. La donna fu accoltellata a morte vicino alla sua casa a New York. Ma ciò che colpisce è come avvenne l’assassinio: molti vicini uscirono sui balconi attirati dalle grida, eppure nessuno chiamò la polizia, perché tutti erano convinti che lo avrebbe fatto qualcun altro».

Oggi forse i vicini, oltre a non telefonare alla polizia, filmerebbero l’accoltellamento con gli smartphone: «Non si può rimanere passivi di fronte al bullismo, tutti siamo chiamati a fare la nostra parte. Il bullismo si vince solo se tutti diciamo no».
I social. Il cyberbullismo non si verifica solo con la condivisione di immagini compromettenti: essere esclusi da una chat di gruppo su Whatsapp può essere vissuto come un vero e proprio episodio di bullismo. Non solo: l’esclusione può provocare a sua volta vendette e ripicche digitali, con insulti e minacce che corrono veloci grazie alla fibra ottica.

Riconoscere i sintomi. «Occorre prestare particolare attenzione ad alcuni sintomi, che potrebbero indicare che il bambino o il ragazzo sta vivendo una situazione di bullismo. I dolori possono essere di natura psicosomatica, come dolori al ventre ed emicrania o facilità ad ammalarsi, possono essere di natura psichica, come sonno agitato, ansia e tristezza, o ancora può esserci un improvviso assenteismo da scuola, la mancanza di voglia di andare a scuola e uno scarso rendimento scolastico -spiega Zanetti -. Il bullismo, inoltre, spesso provoca vergogna nella vittima, che si sente in colpa, non riesce a difendersi. Ma nessuno è in grado di difendersi da solo, per questo è importante l’ascolto e l’alleanza fra ragazzi».
Come difendersi. «Il bullismo e il cyberbullismo non sono una fase normale o un rito di passaggio, così come non sono una ragazzata e nemmeno uno scherzo. Se ti capita di essere vittima di queste situazioni confidati e racconta a qualche amico o a un insegnante cosa ti sta succedendo. Fondamentale è chiedere aiuto: non è un segno di debolezza, ma il modo adeguato per reagire».

La fondazione amica. Partner della nuova applicazione è la fondazione Carolina, nata a ricordo di Carolina Picchio. È il 2013, Carolina, una giovane ragazza di 14 anni, sta partecipando a una festa con amici. A un certo punto si sente male, barcolla, va verso il bagno perché l’alcool le fa quasi perdere conoscenza. Sei ragazzi, fra i 13 e i 15 anni, la seguono, la violentano e filmano tutta la scena. Il video finisce presto sui social, catturando mi piace e condivisioni di chi si era definito amico. Carolina è distrutta e, dopo qualche giorno, decide di farla finita, gettandosi dalla finestra della sua casa a Novara. Il papà, Paolo Picchio, ha deciso di creare una fondazione affinché questi episodi non si ripetano più, ed è pronto a collaborare con Pavia nella speranza che sempre più ragazzi scelgano di non tacere di fronte al bullismo.
da www.laprovinciapavese.gelocal.it
@Riproduzione Riservata del 05 maggio 2018

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