Lasciamo che i figli imparino dai propri errori: l’approccio Fafo alla genitorialità
di Mara Accettura
da www.d.repubblica.it
@Riproduzione Riservata del 24 ottobre 2025
Fafo è l’acronimo di Fuck Around and Find Out (tradotto liberamente, “combina guai e impara a tue spese”). Uno stile di genitorialità che imperversa sui social: lasciamo che i figli imparino dai propri errori. Il contrario dell’helicopter parenting che prevede l’ipercontrollo. Qual è il più efficace?.-

Fafo
LIANNE TERRY È psicoterapeuta e speaker (opera a Liverpool)specializzata in Cbt, Cognitive Behavioural Therapy. Si occupa di esplorare le relazioni, le dinamiche familiari e di guarire le ferite dell’infanzia. Ha scritto Breaking The Cycle. Navigating Unintentional Damage and Cultivating Healing (Authors & Co).
«Penso sia un metodo positivo, intuitivo», dice Lianne Terry, counsellor inglese che lo considera un ottimo approccio. «Un modo naturale di imparare dalle conseguenze, purché gestito con attenzione. Ho due gemelli di 7 anni: se non vogliono mettersi il cappotto quando fa freddo, glielo lascio fare. Impareranno che, senza, avranno freddo. E la prossima volta ricorderanno di indossarlo. L’altro giorno mia figlia che è molto schizzinosa a tavola, non ha voluto mangiare. Non l’ho forzata, le ho semplicemente detto che non c’era altro. La sera tardi aveva fame ed era turbata. In questo modo ha imparato da sola che ha sbagliato a rifiutare il cibo e che a volte non ci sono opzioni da cui scegliere, come accade nella vita. Il Fafo è uno stile intuitivo: aiutando i bambini a capire le conseguenze delle azioni li si rende più responsabili e in controllo. Lasciare che un bambino si dimentichi dei compiti e faccia male un test gli insegnerà a essere più responsabile. Al tempo stesso riduce anche lo stress dei genitori, evita discussioni che sfiniscono, diminuisce la conflittualità. Penso che il Fafo sia nato spontaneamente sui social, su TikTok ci sono molti video di genitori che lo applicano, così ha guadagnato popolarità. È una sorta di reazione all’helicopter parenting, che protegge troppo. Il controllo eccessivo non insegna indipendenza, responsabilità, resilienza e problem solving, competenze cruciali per la vita. Lavoro con molti clienti adulti che hanno problemi e difficoltà reali nel prendere decisioni perché non gli è mai stato insegnato a farlo o a essere responsabili delle loro azioni. Non userei il Fafo con bambini molto piccoli, perché non hanno il senso delle conseguenze. E poi dipende sempre dalle situazioni. Non mettersi il cappotto significa che il bambino tutt’al più si prenderà un raffreddore. Discorso diverso per situazioni potenzialmente pericolose, dove ci sono rischi di danni fisici, emotivi. Lasciare che il bambino giochi sul ciglio della strada è irresponsabile. Una cosa importante è che i genitori riflettano insieme ai figli sulle conseguenze, per aiutarli a capire cosa può succedere o cosa è successo. Perché il bambino che sbaglia può sentirsi abbandonato, e smettere di avere fiducia nel genitore. Come al solito si tratta di applicare uno stile a diverse situazioni e a diversi bambini. Il segreto è trovare il giusto equilibrio tra aiutare, sostenere e lasciare che i bambini commettano i loro errori».
VS
Non fafo
DANIELE NOVARA Pedagogista, è fondatore del Cpp (Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti). Ha scritto, tra gli altri, Nessuno si educa da solo. Una vita da pedagogista (Sonda), Mollami! Educare i figli adolescenti e trovare la giusta distanza per farli crescere (Bur Rizzoli).
«Ogni tanto in ambito educativo emergono idee strane», dice il pedagogista Daniele Novara. «Ricordo Eduard Estivill, neuropsichiatra spagnolo, che sosteneva di addormentare i bambini chiudendoli in camera e ignorando il loro pianto. Poi la cosa è rientrata: le idee eccentriche non funzionano». Si dice che il metodo Fafo stimoli l’autonomia come il Montessori. «Ma questo crea ambienti per l’apprendimento in libertà, non abbandona i bambini alla scelta o all’errore. È l’opposto di un approccio antimetodologico come il Fafo, secondo me basato sul nulla.
I bambini, per limiti neurocerebrali, hanno scarsa consapevolezza delle conseguenze. Se piove, un bambino mette i piedi nudi nella pozzanghera: il piacere prevale. Quando i figli sono piccoli i genitori devono costruire abitudini: indossare stivaletti quando piove, togliere le scarpe quando si entra in casa, lavarsi i denti prima di andare a dormire. Non è una questione morale, ma cognitiva. Il cervello dei bambini è immaturo, la corteccia prefrontale non è sviluppata. Come pretendere da loro ciò che la natura non gli mette ancora a disposizione? Un bambino di 5 anni che non sa leggere l’orologio non va a letto se non glielo ricordi, e perde ore di sonno. A 2 anni, se lo metti sulla strada, attraversa: devi tenergli la mano, altrimenti sei incosciente. Nessuno si educa da solo. Bisogna discutere su come costruire autonomie, non su come abbandonare i bambini alle conseguenze. Noto una tendenza narcisistica ad adultizzare i bambini e poi trattarli da piccoli in adolescenza. Qualche giorno fa ho seguito una mamma che faceva lo zaino al figlio di 15 anni. Bisogna rispettare le età della crescita, altrimenti si creano pasticci e l’unica cosa che si ottiene è continuare a incrementare il sistema delle neurodiagnosi e delle neurocertificazioni perché quando mandi un bambino fuori uso poi non ti resta che chiamare un neuropsichiatra. Nel caso dei bambini fino ai 10 anni il problema non è la libertà, è gestire l’immaturità. Hanno bisogno di regole chiare, l’orario per mangiare, quello per dormire. Nel caso degli adolescenti, si considera la libertà senza assolutizzarla. Nel mio libro segnalo una tecnica che è quella del paletto. Per esempio: “Devi rientrare prima di mezzanotte o negoziamo l’orario”. La libertà va gestita e negoziata. Ma ogni cosa ha il suo tempo».
