La solitudine delle mamme inizia già in ospedale: la paura di non essere mai all'altezza
di Valentina Rorato
da www.corriere.it/salute
@Riproduzione Riservata Agosto 2024
Subito dopo il parto viene addossata alla neo mamma la responsabilità sul neonato. Non sempre il rooming in è la scelta giusta. Il nodo della perdita di identità.-

Le donne passano gran parte della gravidanza ad aspettare la nascita, a immaginarsi come sarà stringere tra le braccia il proprio piccolo e prendersi cura di lui. Sono quasi sempre preoccupate del dolore del parto, ma ignorano che esiste un dolore materno, chiamato solitudine, che può essere più forte e durare più a lungo. E quel primo abbraccio, invece di essere carico di gioia e di tutte le romantiche aspettative, è carico di un’amarezza e di una frustrazione, mai immaginata. Lo sa bene Alessandra Bellasio, ostetrica e divulgatrice sanitaria, nonché fondatrice di UniMamma.it, che analizza il tema della solitudine della mamma in un’ampia indagine sulla violenza ostetrica. «La solitudine delle neomamme inizia in ospedale, subito dopo il parto, perché per tutta la gravidanza le donne sono abituate a ricevere attenzione, cura, esami e controlli ma, dopo la nascita, tutta l’attenzione ricade sul bambino e di colpo la mamma viene un po’ messa da parte», racconta. «Le viene immediatamente addossata la responsabilità di cura del piccolo, senza tenere in considerazione l’aspetto psicologico ed emotivo».
Le difficoltà del rooming in
Dopo la nascita, infatti, in molti ospedali, il bambino viene lasciato nella culletta accanto al letto materno, perché la vicinanza mamma-neonato dovrebbe favorire la relazione e l’avvio dell’allattamento, è davvero così? «La questione della condivisione della stanza deriva da fatto che è stata dimostrata l’utilità da punto di vista scientifico, però alcune situazioni, con un’eccessiva stanchezza materna, una mamma che ha avuto un taglio cesareo o una madre che ha avuto un parto difficile e non ce la fa neanche a pensare a se stessa, richiederebbero almeno la presa in carico del neonato da parte del personale, che può supportare l’allattamento in un modo più costruttivo», spiega l’ostetrica. «E questo non lo dico per esperienza vissuta, ma perché ho raccolto la testimonianza di 12mila donne».
Dall’indagine, emerge un aspetto particolarmente grave: nella quasi totalità dei casi, la mamma che chiede aiuto alle infermiere, alle puericultrici o alle ostetriche per lasciare il bambino e poter riposare qualche ora, si sente dire di no, con frasi, molto stereotipate, tipo «adesso sei mamma, questi sono i tuoi doveri, arrangiati», conferma l’esperta. «Può capitare che l’infermiera o l’ostetrica tengano il bambino, ma lo fanno non perché c’è un ambiente strutturato per far fronte a questa necessità e, purtroppo, il rooming in è stato sfruttato per supplire anche alla mancanza di personale».
Le difficoltà delle mamme si sono accentuate negli ultimi anni, a causa della pandemia, quando sono state introdotte importanti limitazioni alle visite. «Ancora oggi, molti ospedali hanno mantenuto delle restrizioni, per cui al visitatore non è ammesso di stare, come spesso accadeva in passato in molte strutture, le 12 ore diurne. Gli accessi sono stati limitati a un paio di ore, a volte neanche quelle. E la donna che poteva beneficiare del partner o di un familiare ha perso anche quella possibilità», conferma Bellasio.
La solitudine dell'allattamento
Una donna lasciata da sola potrebbe essere una donna che non allatta, perché se è vero che ci sono donne che per scelta rinunciano al seno, esiste anche una parte importante di mamme che vuole allattare e che, purtroppo, non riesce a farlo. Come mai? «Perché si creano delle situazioni, che potrebbero essere facilmente risolvibili, se tempestivamente diagnosticate. Spesso, gli operatori che lavorano nei reparti di maternità – mi spiace doverlo dire - non sono adeguatamente formati per seguire gli allattamenti, quindi succede che vengano date delle informazioni contrastanti tra operatori o non molto aggiornate». La conseguenza sono mamme che rientrano a casa, da sole, che fanno di tutto per mettere in atto i consigli raccolti in ospedali, ma che non riescono a far partire l’allattamento. Non hanno nessuno a cui rivolgersi e si sentono responsabili.
Assistenza a domicilio
La solitudine, che inizia in ospedale, per certi versi «normalizza» la solitudine che la mamma continua a sperimentare dopo il rientro a casa, perché in numerose province italiane non esiste assistenza domiciliare. «Sono davvero pochissime le realtà che mettono a disposizione delle ostetriche territoriali. Nella mia zona, nella provincia di Como, per esempio, questo servizio è stato attivato da uno dei tre ospedali più vicini, quindi non è così presente», conferma. E, oltre a mancare i servizi, mancano anche le informazioni. «Anche in caso di necessità, come difficoltà con l’allattamento o il bambino che non cresce, le mamme non sanno bene a chi chiedere».
Il corso preparto, che dovrebbe essere il primo strumento di preparazione alla nascita e alla cura del bambino, non viene seguito da due donne su dieci al primo figlio. E i motivi sono diversi: spesso non lo ritengono utile, credono che non sia necessario perché devono fare il cesareo, «ma in realtà non cambia nulla, perché il corso preparto prepara anche a quello che succede dopo il parto, non solo durante». Talvolta, c’è una carenza del servizio sul territorio, perché ci sono ospedali che non lo propongono o che lo propongono in orari inaccessibili oppure ci sono solo corsi a pagamento.
La perdita dell'identità
La solitudine della mamma diventa una forma di mom shaming, perché promuove la sensazione di non essere abbastanza e di non essere una brava mamma. Non c’è diritto alla stanchezza e alla tristezza, che sono due emozioni naturali dopo la nascita del bambino. «Molte mamme, con vergogna, si chiedono ma chi me lo ha fatto fare di avere un figlio? Invece, è un pensiero assolutamente normale, soprattutto quando si torna a casa», rassicura l’ostetrica. Perché al rientro, la vita di tutti prosegue come prima e la mamma invece resta sola, con il suo piccolo, ad affrontare una routine che non è la sua e per cui non è stata preparata. «C’è un abbandono da parte della società, che ti molla, senza aiuto, senza supporto e senza assistenza e non hai più un ruolo se non quello di madre», racconta l’esperta. «E ti viene già spiegato benissimo in sala parto quando l’ostetrica, porgendoti il bimbo, ti dice: tienilo mamma! E tu lì perdi il tuo nome, diventi solo mamma, per chiunque, abbandonando la tua identità. Ed è sempre una questione formativa perché se gli operatori imparassero a comunicare in modo un po’ più delicato, professionale ed empatico certe situazioni non si formerebbero nemmeno».
L'informazione per combattere la solitudine
La solitudine non è facile da contrastare, ma un’adeguata informazione può essere molto utile. «Le mamme devono leggere e studiare durante la gravidanza, che è un momento propizio per farlo perché generalmente si ha un pochino più di tempo, e tutelarsi individuando delle figure di riferimento sul territorio, a cui chiedere aiuto dopo il parto», raccomanda l’ostetrica, che invita le donne anche a preparare il proprio partner. «Devono partecipare al corpo preparto, perché queste cose vanno raccontate anche a loro. Se è normale che la donna nei primi 15/20 giorni vada incontro a una deflessione del tono dell’umore e che possa sperimentare momenti di vulnerabilità, il partner lo deve sapere, ma deve anche sapere che non è normale se invece dopo qualche settimana o mese inizia a non avere più motivazione, fa fatica a dormire, è instabile. Questi segnali di depressione post partum devono essere spiegati alla coppia, così come tutto l’aspetto della solitudine che la donna può vivere». Bellasio consiglia di assicurarsi la presenza di una persona a casa nelle prime settimane, se non c’è il partner, perché passare tutta la giornata con il neonato può essere psicologicamente e fisicamente molto faticoso.
Il progetto UMAP: nasce una rete di mamme alla pari
Una rete di mamme alla pari e di professionisti sarà presto a disposizione delle neomamme, per combattere la solitudine ma anche per aiutare le donne nel post partum. A breve partirà un’associazione di promozione sociale, voluta proprio da Alessandra Bellasio, che si chiama UMAP, oggi impegnata a reclutare sul territorio nazionale volontarie per aiutare le neomamme. «Ho voluto realizzare questo progetto personalmente per sfruttare la mia visibilità e solo il primo giorno in cui ho aperto le candidature sono arrivate 200 adesioni». Umap è studiata per fornire supporto telefonico, qualora la persona sia troppo lontana, supporto in presenza («spero di avere così tante volontarie da coprire tutte le principali province di Italia»), ma anche incontri sul territorio e consulenze sull’allattamento, con personale qualificato. «Dovremmo partire in modo operativo da settembre. È un progetto complesso, ma c’è tanta partecipazione. Il mio sogno, però, è quello di far entrare le volontarie negli ospedali, che tra l’altro potrebbero dare una mano anche al personale. Purtroppo, dove non arriva il pubblico o arriva il privato o arriva chi vuole aiutare».
