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La nostra vita. Immagini come da lontano e una strana nostalgia

di Marina Corradi
Navigando sul web, sul sito di un quotidiano imbattersi – dopo il dramma degli esuli della 'Sea Watch' e della 'Sea Eye', tra crisi della Carige e «prima gli italiani!» – in un video diverso. Aprirlo, guardarlo, guardarlo ancora. Quasi in una misteriosa nostalgia. Una videocamera nascosta in un bosco dell’Appennino parmense mostra il passaggio degli animali selvatici nell’anno appena finito, da una stagione all’altra. Non sono immagini insolite per gli amanti della natura, forse lo sono tra le cronache quotidiane. L’occhio tecnologico sembra essere stato posto lungo un sentiero battuto dalla fauna.
Apre la sfilata una volpe affamata, che si lascia dietro sul manto candido della neve le piccole orme. Poi – adesso sul sentiero è primavera – un branco di caprioli, prima gli adulti, ultimo un cucciolo, che nel seguire la madre si attarda guardandosi attorno, curioso come lo sarebbe un bambino. Ora nel video è notte. Oscillano, lucenti e fitti, gli aghi delle chiome di due istrici in perlustrazione. Di nuovo primavera: passa, nella grazia della sua corsa agile, una giovane lepre. Nell’erba chiara, appena spuntata, immagine della felicità. Un cervo si disseta all’acqua della neve che si scioglie, al disgelo.
Un tasso è curioso di quell’occhio metallico tra i cespugli, e si avvicina a annusarlo. Uno scoiattolo salta fra i rami come non avesse alcun peso, come se la gravità non esistesse. Ed ecco procedere i lupi, in branco, fieri come fossero i padroni del bosco. Quando fa buio brillano, nel nero della notte, gli occhi gialli, attorno alla radura dove aspettano una preda.
Riguardi il video daccapo, solo per capire perché ti affascina tanto. Forse perché quell’obiettivo ha ripreso immagini che ben difficilmente un uomo di oggi può cogliere? Perché vede ciò che silenziosamente vive e si muove tra i boschi, per aspri sentieri. Una finestra aperta su un mondo vicino, ma segreto. Oppure sei caduta dentro quelle immagini, perché evocano in te una memoria comune, remota e inaccessibile? Degli evi in cui anche noi, a branchi, andavamo a caccia nei boschi.
E le fiamme dei fuochi oscillavano di notte nei bivacchi, a scacciare i predatori; e gli occhi gialli dei lupi danzavano attorno, famelici. È l’humus delle leggende e delle fiabe, il bosco, e perfino dei comuni modi di dire: 'veloce come una lepre', 'furbo come una volpe', diciamo, e 'un freddo da lupi', perché con la neve alta i lupi scendono a valle – ma non ce ne ricordiamo. Oppure il video incontrato tra le abituali storie di miserie, mali endemici, insulti, ti ha incantato per quegli istanti di bellezza gratuita.
Per un’eco inaspettata, fra muro del Messico, indici di Borsa e flirt di vip, di Creazione. «Sai tu quando figliano le camozze e assisti al parto delle cerve? Conti tu i mesi della loro gravidanza e sai tu quando devono figliare?», domanda adirato, di mezzo al turbine, Dio a Giobbe, e inizia a elencargli la meraviglia del creato. (Quella meraviglia che vediamo corrompersi lentamente sotto ai nostri occhi, logorata e contaminata da noi). Sì, deve essere per una bellezza che a quelle immagini, fra le tante, ti sei fermata. Per un’indicibile nostalgia di bellezza, di cui quasi, di fronte all’urgenza di miseria e guerre, ti senti in colpa.
Che non diventi un vizio, dici a te stessa, guardare i video con i cuccioli dei lupi che lottano per gioco nella neve – senza farsi male. Che non diventi un vizio, questa strana nostalgia. Solo nostalgia, o anche domanda, e attesa di qualcosa che ci è promesso? Quando infine, come si legge in Isaia, «il lupo dimorerà insieme con l’agnello, la pantera si sdraierà accanto al capretto; e il vitello e il leoncello pascoleranno insieme».
da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del 10 gennaio 2019
 

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