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Intervista. Contro la violenza, il coraggio delle donne

di Lucia Capuzzi
da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del 17 settembre 2019
Valentina Alazraki racconta con don Luigi Ginami storie da tutto il mondo dove le vittime hanno avuto il coraggio di resistere al male: «Non un libro sulla violenza ma sulla capacità di andare avanti».-
Juana e Valentina condividono la medesima appartenenza latinoamericana. Per il resto, le loro vite non potrebbero essere più diverse. Juana non si è mai mossa da Juli, minuscolo villaggio sulle rive peruviane del lago Titicaca. Là si è sposata due volte e per due volte è stata lasciata, ha sopportato le botte e le sevizie di uomini violenti, ha partorito i suoi sei figli e ne ha visto morire una, poco dopo la nascita. Il suo corpo riposa nello sterrato cosparso di erbacce di fronte alla baracca, fra i rifiuti dove circolano due grossi maiali neri. Valentina, messicana di nascita, è una vaticanista affermata. Vive e lavora a Roma come corrispondente di Televisa e ha girato il mondo, accompagnando centocinquanta volte Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e ora Francesco nei loro pellegrinaggi internazionali. Non è mai stata, però, a Juli. L’incontro con Juana è avvenuto grazie a un uomo, Luigi Ginami, sacerdote bergamasco, che percorre in lungo e in largo il Sud del pianeta accendendo piccole luci di speranza con la Fondazione Santina. «Don Gigi mi ha contattato, qualche anno fa, per chiedermi di scrivere il prologo a un libretto su Juana. La sua storia è stata un pugno nello stomaco. L’immagine di lei che seppellisce la sua bimba nel luogo in cui si trovano i maiali, ancora oggi mi fa male», racconta Valentina Alazraki. Quel “pugno” ha aperto un cammino nuovo nella vita della giornalista. «Mi sono ricordata di una conversazione fatta moltissimi anni fa con mia madre, una donna italiana straordinaria, innamorata del Messico e delle messicane. Quella volta, ero agli inizi della mia carriera, mi chiese di non dimenticarmi delle donne del mio Paese. Gli impegni professionali, nel tempo, avevano fatto passare in secondo piano la promessa. Juana l’ha fatta riaffiorare. Ho sentito che avevo un debito con mia madre, grazie alla quale sono diventata ciò che sono. E con le donne che non hanno avuto la mia fortuna». Con Grecia e le altre. Donne di speranza contro la violenza, scritto insieme a Luigi Ginami e appena pubblicato da San Paolo (pagine 204, euro 18,00), Valentina Alazraki ha iniziato a saldarlo. Il libro raccoglie tredici storie di donne, di varie parti del planisfero – dal Messico al Vietnam – che hanno avuto il coraggio di resistere al male, alla morte, alla disperazione. Salvando la propria umanità.
Le vostre tredici protagoniste sono state marchiate a fuoco dalla violenza. Eppure quest’ultima resta in secondo piano.
Non volevamo scrivere un libro sulla violenza ma sulla capacità, molto femminile, di andare avanti anche di fronte alle situazioni più difficili. Non mi piace lo stile scandalistico, infarcito di dettagli dell’orrore. Come giornalista cerco sempre di raccontare il lato umano delle persone e delle situazioni. Anche dei Papi cerco di descrivere l’umanità. Ancor di più l’ho fatto in questo libro. Mi sono rapportata con le intervistate da donna a donna. Non so nemmeno se sia corretto chiamarle interviste: abbiamo parlato a lungo, senza filtri. Mi hanno regalato la loro testimonianza, la loro fiducia, le loro lacrime. Ho cercato di non tradirle raccontandole a tutto tondo, non solo in quanto vittime ma in quanto lottatrici. Mi hanno insegnato molto.
Che cosa in particolare?
Mi ha colpito la loro forza. Grecia e le altre non si sono rassegnate al dolore. Né alla disperazione. Nemmeno all’odio. Tutte loro mi hanno detto di non desiderare vendetta né il male per chi le aveva ferite nel modo più orribile. Mi ha fatto bene conoscerle: mi hanno dimostrato che la vita è sempre più forte della morte.
Se dovesse raccontare solo una delle molte storie del libro, quale sceglierebbe?
Quella di Gaby, a cui è stata ammazzata la figlia, una ragazza giovane stroncata da una violenza brutale e priva di senso. Ci sono dei sostantivi per chi ha perso un genitore o un coniuge: si è orfani o vedovi. Ma non esiste una parola per una madre o un padre che ha perso un figlio. Forse perché non c’è nulla di così innaturale, forse perché nessun genitore dovrebbe sopravvivere a suo figlio. Eppure Gaby è riuscita a trasformare il suo grande dolore in bene, creando un’associazione per prevenire la criminalità… Anche Grecia è una mamma…
Sì, è una mamma all’ottavo mese di gravidanza a cui viene ucciso il marito sotto gli occhi. E lei deve soccorrerlo, portarlo in ospedale sola e senza aiuto. Ad Acapulco, uno degli epicentri della narcoguerra messicana, la gente è troppo terrorizzata per prestare aiuto alle vittime. Grecia, però, riesce a restare lucida proprio per proteggere il piccolo che deve nascere. Mi ha colpito molto il suo dialogo con il 'pancione' in auto, mentre corre verso la clinica. Gli racconta la sua disperazione, la sua rabbia verso il mondo e anche verso Dio. Nel colloquio, però, si rasserena. E trova pace grazie a un’altra mamma, la Vergine di Guadalupe, di cui ha un’immagine nella vettura, incinta proprio come lei.
Lei ha portato la voce e i volti di queste donne anche a papa Francesco. Non una ma due volte…
Durante i voli internazionali, papa Francesco ci viene a trovare nella sezione dedicata ai giornalisti. È uno momenti più speciali del viaggio: non ci sono domande professionali, solo un contatto umano. Nel viaggio verso il Cile, ne ho approfittato per regalargli il libro su Juana di don Ginami. E so che lo ha letto perché l’ho sentito parlarne con un vescovo di Juli. Gli ha detto: «Mi ha impressionato la povertà del tuo popolo, il dolore del tuo popolo». In quel momento mi sono sentite felice per Juana, riscattata dall’invisibilità. A maggio, poi, ho avuto l’onore di intervistare il Pontefice. In quell’occasione, gli ho dato la camicetta di Rocío, uccisa di fronte al figlio, perché potesse ricordare tutte le donne vittime di violenza, in Messico e nel mondo. Il Papa l’ha presa in mano e ha iniziato a parlare senza mai lasciarla. Al termine dell’intervista, ha voluto concludere con un pensiero per Rocío. «Più che una camicetta è una bandiera – ha detto –, una bandiera della sofferenza di tante donne che danno vita e danno la vita, e che passano senza un nome».

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