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Il ruolo della scuola nella storia di una ragazza. Perché Menoona è una Malala italiana

di Asmae Dachan

Una lettera scritta in un momento di bisogno può davvero cambiare la vita. Ne è prova la vicenda della giovane pakistana Menoona Safdar, che affidando a una missiva la denuncia della sua tragedia, è riuscita a farsi aiutare e a tornare in Italia. Quella di Menoona è una storia che, purtroppo, somiglia a molte altre. Una famiglia che rifiuta un’integrazione vera nel Paese accogliente, una ragazza tolta dalla scuola, un ritorno nella terra d’origine con l’inganno e poi la trappola dei documenti sequestrati e l’ombra di un matrimonio combinato. La ventitrenne è però riuscita a trovare il coraggio di non arrendersi e di non lasciare che della sua vita decidessero gli altri, in questo caso la sua stessa famiglia, e ha chiesto aiuto.

Non con un post su Facebook, né con una confidenza all’amica del cuore, come fanno molti giovani, ma alla scuola che ha frequentato fino al 2015, da cui poi è stata tolta contro la sua volontà. Una scelta importante, che ha visto la scuola attivarsi e appellarsi ai Carabinieri e alla procura di Monza, riuscendo così a coinvolgere e a far intervenire la Farnesina. L’appello di Menoona è stato accolto dalle persone di cui la ragazza si fidava e la sua fiducia, stando ai fatti, è stata ben riposta.

Scrivendo a questa istituzione la ragazza pakistana ha dimostrato che la scuola può ancora e sempre essere un luogo amico, sicuro, dove trovare ascolto e sostegno e dove i diritti umani hanno valore concreto. Pur avendo una componente dolorosa, questa vicenda è un riconoscimento del valore sociale ed educativo della scuola italiana e può far ben sperare. La vera integrazione passa per le aule e l’attenzione degli insegnanti, che sono il primo soggetto all’infuori della famiglia con cui si confrontano i ragazzi, può essere decisiva nell’aiutare a individuare situazioni ambigue e a prevenire eventuali rischi.

È sui banchi su cui sin da piccoli siedono insieme bambini nativi e figli di migranti che si imparano valori come la legalità, il rispetto dell’altro e soprattutto la libertà ed è lì che si formano i nuovi cittadini consapevoli dei valori costituzionali di questo Paese. Accade spesso, però, che al ritorno a casa i bambini si immergano in una sorta di isola dove tutto è diverso, dalle regole alla lingua. Nessuno nega che sia importante che i genitori mantengano una propria identità e crescano i figli secondo valori propri, purché questi tengano conto dei desideri e diritti dei figli, ma devono anche accettare il fatto che i bambini crescono in un contesto diverso da quello in cui loro si sono formati.

È l’inesorabile passaggio generazionale, ma soprattutto un cambiamento di contesto che rende i figli molto diversi, per atteggiamento e mentalità, rispetto ai genitori. La storia di Menoona lo prova pienamente; mentre lei pensava da italiana, la famiglia voleva farne una “tradizionale” donna pakistana, con una vita scandita tra le mura domestiche, in un ambiente ancora fortemente patriarcale. Le cose sarebbero andate diversamente se anche i genitori della giovane si fossero aperti di più, avessero stretto legami fuori dalla comunità d’origine, e condiviso esperienze di lavoro, dialogo e amicizia con famiglie italiane.

Si sarebbe così evitata una frattura, Menoona si sarebbe sentita meno sola e la famiglia stessa avrebbe avuto più strumenti per comprendere la figlia e aiutarla a seguire le sue naturali inclinazioni. Allontanandola con la forza e ignorando la sua volontà, invece, l’hanno persa. Menoona è oggi una Malala italiana, una donna libera, e la sua storia può essere da esempio per molte ragazze e ragazzi.

da www.avvenire.it

@Riproduzione Riservata del 21 settembre 2018

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