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Giornata mondiale. Alzheimer senza cure. «Ma rallentarlo si può»

di Viviana Daloiso

La scienza punta su diagnosi sempre più precoci per creare percorsi di assistenza efficaci. Monsignor Paglia: «Le persone siano sempre al centro».-

Una cura, ancora, non c’è. Si può solo tentare di rallentarla, la crudele emorragia della memoria e degli affetti che porta con sé l’Alzheimer. E a questo punta la ricerca, affannosamente, cercando strade sempre nuove per anticipare la diagnosi della malattia e rallentarne gli effetti.

È una corsa contro il tempo. Perché se di Alzheimer oggi soffrono 600mila italiani (e 50 milioni di persone nel mondo, con una nuova diagnosi ogni 4 secondi), l’aumento dell’aspettativa media di vita contribuisce a una drammatica impennata delle stime per il futuro: l’Istat prevede un raddoppio dei casi entro il 2030 e addirittura una triplicazione entro il 2050. Dati inversamente proporzionali ai successi scientifici: dei 244 composti farmaceutici sperimentati dal 2002 al 2012 solo 14 sono diventate terapie, che si limitano appunto ad affievolire i sintomi e rallentare il decorso. E l’altra faccia della malattia è l’assistenza – compito durissimo, e totalizzante – che in 8 casi su 10 è completamente a carico delle famiglie. Per un impegno di cura quantificato in 11 ore al giorno.

Ed è proprio per le famiglie, oltre che per i malati, che la diagnosi precoce è fondamentale: «Grazie ad essa riusciamo ad accogliere entrambi nel solco di programmi di cura ed assistenza che consentano loro di sentirsi meno soli di fronte alla malattia» spiega Orazione Zanetti, il primario del reparto Alzheimer del Centro San Giovanni Di Dio dell’Irccs Fatebenefratelli di Brescia, tra le strutture di riferimento nazionale e internazionale in questo campo: «Quanto più precoce è la diagnosi, tanto più anche il paziente potrà essere attore delle scelte terapeutiche e assistenziali che lo riguardano». Oggi si può contare su procedure basate su un accurato esame del paziente: tomografia, risonanza magnetica, esami del sangue. Ma tecniche sempre migliori sono oggetto, per esempio, dei 25 progetti di ricerca della rete di giovani ricercatori sostenuti dall’Associazione italiana ricerca Alzheimer Airalzh Onlus e che utilizzano biomarcatori specifici, basati ad esempio sulla saliva, e test che analizzano il linguaggio.

Mentre si celebra, oggi, la Giornata mondiale dedicata alla malattia, gli studiosi continuano ancora a indagare sulle sue cause. L’ultimo studio, condotto dai ricercatori della Fondazione Santa Lucia Irccs in collaborazione con l’Università Campus Bio-Medico di Roma, ha confermato come la riduzione della produzione di dopamina sia legata all’insorgenza della malattia. Altri dati internazionali hanno recentemente puntato il dito persino contro lo smog: vivere nelle aree cittadine più inquinate aumenterebbe del 40% il rischio di demenza.

Di fronte a questa malattia occorre un approccio che aiuti «medici e familiari a riconsiderare quell’unicità e quella peculiarità di ogni singolo essere umano che, in chi ha l’Alzheimer, pare smarrita o definitivamente perduta» è l’appello del presidente della Pontificia Accademia per la Vita Vincenzo Paglia. Quello della Federazione Alzheimer Italia è di «cambiare la modalità di assistenza » osservando e ascoltando il malato, «conoscendone i bisogni, i valori, gli interessi». Come recita lo slogan della Giornata, non dimenticare chi dimentica.

da www.avvenire.it

@Riproduzione Riservata del 21 settembre 2018

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