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FRATE ANTONIO, DALLA DROGA AL SAIO. ORA LA SUA VITA DIVENTA UN FILM

di Annachiara Valle 
da www.famigliacristiana.it
@Riproduzione Riservata del 05 gennaio 2021

Era un giovane marinaio finito nel tunnel degli stupefacenti. Poi la rinascita e la scoperta della propria vocazione. «Risorgere», ci racconta, «non è solo nell’ultimo giorno ma può accadere anche nella vita reale, io ne sono la prova vivente».-

Ripubblichiamo il ritratto di frate Antonio Salinaro pubblicato qualche anno fa quando era parroco a Taranto. Ora presta servizio come aiutante parrocchiale a San Martino Siccomario, vicino a Pavia ma diocesi di Vigevano. Il regista Pino Lenti ha girato un film sulla sua vita, Dal nero al marrone, che sarà nei cinema quest’anno.

«Sono l’esempio vivente che risorgere non è nell’ultimo giorno, perché puoi risorgere anche nella vita reale. Accade quando vieni fuori da una situazione di morte e dici: “Ce l’ho fatta e non sono stato solo, Qualcuno mi ha aiutato, Dio esiste”». Frate Antonio, al secolo Antonio Salinaro, è un fiume in piena. Racconta, senza fare sconti, la sua vita di giovane marinaio, poi di tossicodipendente e oggi di parroco a San Pasquale Baylon, una delle parrocchie centrali di Taranto.
«Se mi dicessero che Dio è una finzione io non ci crederei mai, perché ne ho fatto esperienza vera, viva», dice agitando mani e ricci. Non sono più i tempi del ragazzino imberbe che sognava un futuro in Marina. Non sono più neanche gli anni ingenui delle prime ubriacature, degli spinelli, di quel controllo delle urine che lo ha fatto congedare anzitempo dalle Forze armate. «Oggi non sarebbe più possibile, ma allora le canne giravano a bordo. Ho cominciato così, un po’ per gioco, un po’ perché lo facevano gli altri. Quando ci hanno fatto i controlli non immaginavo neppure che potesse risultare qualcosa. E invece… ho perso un lavoro che mi piaceva, mi sentivo un fallito». Sbarcato dalla Marina resta per un po’ senza lavoro, senza meta e senza senso. Lavori precari, poi l’apertura di una piccola cartoleria. I soldi non gli mancano. Non gli mancano le uscite, le donne, le cattive compagnie. Dagli spinelli un consumo progressivo di sostanze fino all’eroina. Un passo breve. E drammatico. Comincia la discesa agli inferi. Fatta di bugie e incuria per sé stesso, di notti così fonde da non ricordarne il corso, di ricerca di denaro, di schiaffi… «Io non li ricordo, non voglio ricordarli», dice Maria Grazia, la mamma. Che oggi, mentre il caffè riempie le tazzine buone poggiate per gli ospiti sul tavolo del soggiorno, guarda con occhi brillanti di gioia quel figlio che temeva perso. «Io invece li ricordo bene», ribatte frate Antonio, «restano un monito costante. Quando arrivi ad alzare le mani contro una madre perché ti servono i soldi per la tua dose quotidiana, sei arrivato ai gradini più bassi».
E poi, un pomeriggio, due spacciatori che entrano in negozio, la saracinesca abbassata, una scarica di pugni e calci. «La paura di morire e di non sapere nemmeno bene per cosa. Per chi», racconta Salinaro. «Non sapevo il perché di quel pestaggio, non sapevo quali colpe mi attribuivano. Quell’episodio, però, mi ha aperto gli occhi, mi ha reso consapevole della vita pessima che stavo facendo, che l’eroina mi aveva annullato. Mi sono fermato e ho chiesto aiuto a mia madre».
«Non aspettavo altro. Lo andavo a cercare di notte, con le mie amiche, nei posti più sperduti per vedere che fine avesse fatto. Nei suoi confronti mi sentivo una responsabilità pesante». Non voleva perderlo quel figlio, che il padre non aveva riconosciuto, e che era il suo amore più grande. «Non auguro a nessuna madre di passare quello che ho vissuto io. Anche se oggi quel dolore è chiuso in un cassetto. Penso all’oggi e al futuro. Penso all’uomo che Antonio è oggi».
«Volevo uscirne a ogni costo e volevo farlo con le mie forze. Ho chiesto a mia madre di aiutarmi nei momenti più difficili, quando non dormi, quando vomiti, quando hai le allucinazioni. Andare in comunità l’ho lasciata come una seconda scelta. Sapevo di avere la forza di volontà per dire definitivamente no all’assunzione di droghe».
Antonio smette di bucarsi e di “tirare”. Riprende il suo lavoro di piccolo commerciante. Ma con un vuoto dentro. «Quando smetti di usare sostanze stupefacenti», confessa il frate, «vai in depressione. Anche perché hai necessità di allontanarti da tutti i contesti che avevano animato la tua vita fino a quel momento. La mia giornata era casa-lavoro-casa. Il mio leitmotiv la Messa da Requiem di Mozart. Ce l’avevo in testa, nelle cuffiette, tutto il giorno. Ascoltavo e leggevo, ma la mia vita era diventata piatta». Finché una sera, era il gennaio del 1992, Antonio sente forte la necessità di parlare. Uscendo dal lavoro entra in una chiesa, «forse un retaggio di quando da bambino andavo in parrocchia. Cerco qualcuno per parlare, per confessarmi. E incontro questo giovane prete di poco più grande di me che mi fa sentire subito accolto. Quella confessione è stata per me la svolta. Quella confessione è stato il riappropriarmi di me stesso, di quello che sono. Da lì è cominciato anche il mio percorso di riappropriazione della fede». Un cammino lungo che lo porta a interrogarsi sulla sua vita, sui suoi desideri, sul senso da dare all’esistenza. Comincia la frequentazione assidua della parrocchia, la Messa tutti i giorni, l’animazione del gruppo in cui giocano i giovanissimi. Comincia, di nuovo, la cura di sé stesso. La risalita dagli inferi. «Dopo quattro anni chiedo a quel confessore, che intanto era diventato il mio padre spirituale, di farmi fare un’esperienza dai frati benedettini. Comincio con loro un percorso di discernimento, ma sentivo che avevo bisogno di una vita di fraternità e non solo di silenzio e preghiera». Nel dicembre del 1997 entra nei Francescani «a dicembre e a giugno do finalmente gli esami per il diploma che non avevo mai preso».
Poi la professione perpetua, nel 2005 e l’ordinazione sacerdotale nel 2010. Intanto conclude la tesi presso l’Istituto di Teologia ecumenico-patristica San Nicola di Bari. Diventa viceparroco, si occupa dei frati in formazione, poi parroco da settembre del 2016. Nel quartiere è un punto di riferimento, i giovani lo cercano, le comunità lo chiamano per lectio e seminari, con fra’ Francesco è impegnato sui temi della giustizia, della pace e dell’integrità del creato. «Sento che è doveroso condividere questa esperienza con gli altri, soprattutto con i giovani. Perché tutti sentano che la vita apre sempre nuovi orizzonti. È in questi orizzonti che Dio si manifesta».

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