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Figli contesi. «Io, padre separato, stritolato dai servizi sociali»

di Luciano Moia
da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del 16 ottobre 2019
L'odissea di un uomo che da 9 anni non riesce più a vedere i propri ragazzi nonostante una serie di sentenze favorevoli. Anche gli operatori si arrendono. Lo spettro dell'alienazione parentale?.-
Da quasi nove anni un padre separato non può vedere i figli per l’opposizione dell’ex moglie e per l’incapacità dei servizi sociali di far applicare sentenze che comunque gli sono favorevoli. E ora gli operatori incaricati di organizzare gli incontri protetti, dopo anni di tentativi, si dichiarano incompetenti e fanno un passo indietro, mentre si prospettano inquietanti i contorni di un problema, quelli dell’alienazione parentale, che nessuno ha più il coraggio di chiamare con quel nome. Nell'attesa l’uomo continua a versare un assegno di mantenimento oltre i limiti delle sue possibilità.
Una vicenda paradossale che attesta ancora una volta la necessità di una riforma urgente del nostro sistema legislativo su separazioni e affidi. Da cinque mesi Pasquale S. attende una sentenza della Corte d’appello di Milano, V sezione, che per lui sarà determinante. I giudici dovranno infatti decidere sulla sua richiesta di alleggerire l’assegno che mensilmente corrisponde ai due figli, 15 e 16 anni. Da febbraio, dopo la prima udienza in Corte d’Appello, la cifra è lievitata da 500 a 600 euro mensili, più o meno il 40% del suo stipendio che si aggira sui 1.500 euro. La seconda e ultima udienza del processo di appello si è tenuta lo scorso 22 maggio e a tutt'oggi l’uomo non sa ancora se dovrà o meno continuare a versare una quota per lui obiettivamente pesantissima, tanto da essere costretto a ricorrere a un prestito per farvi fronte. “Considerando anche l’affitto di 500 euro, bollette e tutto il resto, non mi resta quasi più niente per vivere”.
Eppure Pasquale sarebbe disposto a versare l’intero stipendio ai figli, ma vorrebbe avere la possibilità di esercitare il suo diritto-dovere di genitore nei loro confronti, assicurando loro il valore educativo di una presenza di cui i due ragazzi sono ingiustamente privati ormai da troppi anni. Ma con loro, come detto, l’uomo non ha più rapporti dal 2011, nonostante decine di richieste avanzate a tutti i livelli per poterli incontrare. “Erano molto affezionati a me, ai nonni paterni e agli altri parenti. Averli privati di tutte queste relazioni importanti è una scelta che rischia di ripercuotersi sulla loro crescita. Ma come devo fare, visto che tutti i provvedimenti del Tribunale si sono rivelati inefficaci? Vado avanti, sperando che il giorno della svolta sia domani”. Ma quel “domani” non arriva mai. Eppure non ci sono controindicazioni sul piano giuridico. Anzi Pasquale, ha un lunga sequenza di sentenze a suo favore.
Negli anni immediatamente successivi alla separazione, anche a causa del senso di impotenza derivante dalla lentezza e dalle contraddizione del sistema giuridico, era caduto in depressione, come spesso capita a tanti genitori separati a cui vengono sottratti i figli. Così il tribunale gli aveva prescritto un percorso di sostegno psicologico nell'ambito del procedimento riguardante l’affido dei figli, anche se lo specialista incarico di assolvere le disposizioni del tribunale, di fronte all'equilibrio mostrato dall'uomo, aveva subito fatto notare l’inutilità di quella decisione. Nel giugno scorso, dopo infinite richieste, lo stesso specialista ha accertato che “nonostante le numerose difficoltà burocratiche e i ritardi che non gli hanno ancora permesso di vedere i figli anche in ambiente protetto, nel periodo di mia osservazione è sempre stato adeguato nel comportamento e nel pensiero.
Tuttavia – prosegue la relazione – nonostante l’impegno di tutte le agenzie coinvolte e il lungo periodo trascorso, non è riuscito a realizzare le disposizioni del decreto del Tribunale dei minori del marzo 2014 e e quelle del dispositivo del Tribunale dell’ottobre 2017”. Va chiarito che “il periodo di osservazione” è molto ampio, cioè dal 2014 al 2019. Cinque anni fa infatti era stato stabilito con i servizi sociali, la psicologa curante e la neuropsichiatra infantile dei figli, un percorso di avvicinamento all'incontro con i ragazzi, inizialmente in ambiente protetto. Ma quegli incontri non sono mai avvenuti sia per gli impedimenti messi in atto dall'ex moglie sia per l’inadeguatezza mostrata dagli operatori dei servizi. Una lunga serie di rimandi, “difficoltà tecniche”, dichiarazioni di mancate segnalazioni, presunti errori nella comprensione di date e orari stabiliti, che di fatto hanno vanificato tutti gli accordi. Se si aggiungono i “fisiologici” ritardi burocratici e i mesi di attesa per far giungere una segnalazione da un ufficio all'altro, il gioco è fatto. E le sentenze dei tribunali, quando si tratta di organizzare la vita dei genitori separati, valgono più o meno come le grida manzoniane. Non importa se due ragazzi adolescenti finiscono per essere condannati ad essere “orfani di padre vivo”. E non importa se quest’uomo da tanti anni vive una sofferenza atroce.
Una situazione, che conferma lo specialista che ha in carico il caso, “crea notevole disagio e senso di impotenza sia in Pasquale S, che nelle figure professionali coinvolte, mettendo in discussione l’utilità e il senso di proseguire gli incontri in Cps”. Che vorrebbe dire: visto che gli incontri tra padre e figli non si possono concretizzare e che l’uomo “non necessita di ulteriore osservazione clinica né di altre terapie”, noi operatori che siamo anche pubblici ufficiali alziamo bandiera bianca e ci dichiariamo impotenti a risolvere la situazione. E, senza la possibilità di organizzare quegli incontri protetti, le speranza per l’uomo di vedere i propri figli sono pressoché azzerate. Una resa tanto drammatica quanto assurda. Lo Stato alza bandiera bianca davanti alle proprie inefficienze.
Qualche anno fa, in occasione di una delle tante udienze lungo il complesso percorso giudiziale, il giudice milanese Giuseppe Buffone aveva incoraggiato Pasquale a non arrendersi: “Non smettere di lottare. Devi trovare la forza di andare avanti”. Ma il maggio scorso, l’osservazione di un altro giudice ha finito per gettarlo ancora di più nello sconforto: “Di fronte a una mamma che si oppone in questo modo e a dei ragazzi che hanno dichiarato di non volerti vedere, abbiamo le armi spuntate”. Anche se, come il giudice ha lasciato intendere, dietro la scelta dei figli si coglie la pressione di una madre alienante, capace di esercitare per anni un’azione costante di demolizione della figura paterna. Possibilità di intervento? Quasi nessuna. Della serie, “la legge è uguale per tutti”, ma per un genitore separato un po’ meno. Non si tratta di fare classifiche di ingiustizia tra madri e padri. Quello che vive sulla propria pelle Pasquale, è purtroppo esperienza comune di tanti altri genitori – centinaia di migliaia - alle prese con la disgregazione della propria famiglia, tutti ugualmente vittime di una legge che appare ormai largamente e vergognosamente inadeguata.

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