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Fattorini in bici. I rider di nuovo alla carica: «Una legge per tutelarci»

di Cinzia Arena
da www.avvenire.,it
@Riproduzione Riservata del 27 settembre 2019
Da Milano a Bologna, cresce nelle città e in Rete il movimento autogestito dei fattorini in bicicletta. «Chiediamo il riconoscimento del lavoro subordinato per tutta la categoria».-
Due anni di trattative finite in una bolla di sapone, le condizioni di lavoro che peggiorano, il fenomeno del caporalato che aumenta in modo esponenziale. I riders di tutta Italia – che fanno rete con forme sindacali autogestite che prevedono l’uso massiccio dei social network – chiedono al nuovo governo di fare una «legge seria che estenda i diritti del lavoro subordinato» anche a agli “ultraprecari” come si definiscono. L’indagine a tutto campo della procura di Milano, che ha acceso i riflettori sulla mancanza di trasparenza di un sistema ai limiti dello sfruttamento e della legalità, ha riaperto il dibattito su quelle tutele negate che interrogano la nostra coscienza di consumatori. Perché dietro le app dei giganti del food delivery c’è un sottobosco di lavoratori che vengono pagati a cottimo, mettono a rischio la propria incolumità per scalare la classifica stilata dagli algoritmi che gestiscono turni e punteggi secondo criteri sconosciuti. La produzione – cioè le consegne – diventa l’unico elemento che conta.
Dalle pagine di Avvenire è partita la proposta di uno sciopero delle chiamate. Un gesto di protesta ma anche un’occasione per riflettere e far riflettere. Questa economia digitale non è poi così innovativa: aumenta le diseguaglianze, fa arricchire le multinazionali e impoverire i lavoratori, trasformandoli in numeri.
Da Bologna, dov’è nato il primo sindacato dei riders, arriva l’invito ad unire le forze. «Il boicottaggio è una proposta intelligente – spiega Lorenzo Righi di Riders Union Bologna –. Andrebbe fatto in contemporanea agli scioperi delle consegne. Sarebbe un modo per scalfire lo strapotere delle aziende del food delivery. Se si ribellassero i consumatori, sarebbe molto diverso». A settembre i riders di Bologna hanno scritto al neoministro Nunzia Catalfo chiedendo di riaprire la trattativa. Il decreto «Salva imprese», che ha introdotto tutele pensionistiche a carico dello Stato e assicurazione obbligatoria, è un punto di partenza ma resta ancora molto da fare. La richiesta è quella di prendere a modello la legge del Piemonte, approvata dalla stessa maggioranza Pd-M5s del governo Conte, che vieta il pagamento a cottimo legato alla consegna, e riconosce il diritto al lavoro subordinato. «Le nostre richieste in questi anni non sono cambiate ma le condizioni di lavoro sì. Le aree coperte dal servizio all’interno delle città si allargano in continuazione – spiega Righi –. Deliveroo di fatto ha introdotto la consegna chilometrata, pagando sempre meno gli spostamenti brevi». Al governo i riders chiedono un monte orario settimanale, una paga minima oraria, l’eliminazione del sistema di ranking che attribuisce i punteggi in base alla disponibilità e alla velocità, l’eliminazione della geolocalizzazione al di fuori dell’orario di lavoro.
A Milano, dove ogni giorno si riversano in strada tra i 3 e i 5mila riders, ci sono diversi gruppi che fanno capo ai sindacati autonomi. Uno di questi, Usb riders, ha lanciato la proposta della costituzione di una «Camera del non lavoro» da contrapporre a quella dei confederali. Tra le richieste presentate al Comune di Milano c’è quella di un registro dei riders che preveda almeno le tutele minime sul fronte della salute. Riccardo Germani spiega che questo è «l’unico lavoro che si può fare senza che nessuno ti abbia mai visto in faccia, senza una visita medica, senza controlli di sorta». E allora è ovvio che si creino le storture del caporalato, del “subappalto” di smartphone e cubo ai lavoratori irregolari che cedono più della metà dei loro ipotetici (e già esigui) guadagni a degli sfruttatori. «Noi chiediamo l’applicazione del contratto della logistica per tutti i lavoratori che consegnano il cibo a domicilio, che dovrebbero essere inquadrati al quinto livello. Il rischio di impresa, legato al numero di consegne, non può essere riversato sulle spalle di questi nuovi operai digitali» continua Germani. Da Deliverance Milano, che ad aprile aveva pubblicato la lista nera dei vip accusati di non lasciare mance, arriva la richiesta di una revisione delle norme per il permesso di soggiorno in modo da rendere possibile anche agli immigrati che consegnano i pasti di vivere in Italia da regolari, senza finire nel pozzo del lavoro nero.

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