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Droga a Milano, una coppia di giovani tossicodipendenti: «Noi, l’eroina e le monetine per una dose»

Don Antonio Mazzi suggerisce un approccio costruttivo: “Spaventa l’approccio. Negli anni ‘80, quando sono arrivato al Parco Lambro, all’eroina si arrivava per disperazione cupa. Oggi è un malessere sottile. Quasi un gioco. Bisognerebbe fare di più nelle scuole, partendo non dalla droga, ma dalla vita. Che vale, e gioco non è”.
 
Riportiamo l’ampio servizio pubblicato sul Corriere della Sera di oggi 
09 gennaio 2019 - sulla diffusione dell’eroina, anche low cost, a Milano.
 
di Elisabetta Andreis e Gianni Santucci

Il fidanzato si «buca» ogni giorno. Lei fuma «stagnole» e si illude di essere al sicuro: «Non sono mai entrata da sola nel boschetto di Rogoredo, se mi trovo in stazione non vado oltre, aspetto qualcuno».-

«All’inizio appare tutto bellissimo, se provi l’eroina, ti piace. Sono dosi molto piccole, ti sembra quasi niente. Ma entrano in circolo e sono potenti. È inutile dire che non ti cambia il modo di pensare, ho sentito persone che la raccontano così, ma non è vero. Dopo aver sentito come ti calma, ti calma tutto, fisico e mente, non riesci più a farne a meno». Eccolo, the hook, termine del gergo di strada anglosassone. Più che «amo», quando si parla di eroina, la traduzione più corretta è «uncino»: l’inizio della tossicodipendenza. Primo passo verso la devastazione. È quel che sta avvenendo per una nuova generazione di giovani consumatori, che non hanno memoria storica dell’ecatombe dei morti di overdose degli anni Ottanta e Novanta.
The hook, l’inizio è così: come lo racconta questa ragazza di diciotto anni appena compiuti. Carina. Un gruppo di amici storici del quartiere, dintorni di Milano; voti sufficienti a scuola, senza alcun calo di profitto: all’istituto professionale per diventare segretaria è considerata un’alunna sveglia, curiosa. La droga non l’aveva mai sfiorata. Famiglia unita: sorella maggiore che vive ancora a casa e lavora, mamma impiegata, papà operaio. Fidanzato di due anni più grande, amico di amici. Studiava anche lui, adesso ha mollato. Non riesce più a fare finta di niente. Si buca ogni giorno, frequenta Rogoredo. Chiede l’elemosina. Carità per l’eroina: come i ragazzi di cui martedì il Corriere ha raccontato le storie, pendolari continui tra la questua intorno al Duomo di Milano e il viaggio in metrò (8 fermate) per andare in periferia a comprare e drogarsi.
Questa ragazza, invece, non usa siringhe. Da otto mesi fuma stagnole (una modalità, spesso iniziale, di consumo dell’eroina): «Solo due o tre volte a settimana. Non di più. Mi sono imposta dei limiti, delle barriere per proteggermi», racconta. Crede ancora, nonostante tutto, di essere al sicuro. «Ad esempio non sono mai entrata da sola nel boschetto di Rogoredo, se mi trovo in stazione non vado oltre, aspetto qualcuno. Non so la strada, non so bene i prezzi, no so come bisogna relazionarsi, parlare. Vado se c’è lui», il fidanzato.
La dipendenza affiora alla coscienza di questa ragazza in forme ancora confuse, spostate fuori da sé, omissive: «È importante che il posto, lì, Rogoredo, venga tolto. Perché ovunque tu sia, qualsiasi luogo della Lombardia, vieni attratto, anche se fa schifo, anche se c’è la morte, anche se ti porta alla morte, c’è sempre qualcosa che ti avvicina, e quindi ci arrivi a occhi chiusi, quando hai dei problemi non puoi passare lì vicino». The hook. «Ti fai con le monetine. Scollettiamo, basta chiedere in giro qualche euro. Lui lo conoscono tutti, ma ormai conoscono anche me, mi hanno visto, mi chiamano».
da www.corriere.it
@Riproduzione Riservata del 09 gennaio 2019

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