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DISOCCUPAZIONE E POVERTÀ, LA DIOCESI INVOCA UN PIANO MARSHALL

di Lorenzo Montanaro

Allarme giovani. «Come nel dopoguerra c’è bisogno di rialzarsi in piedi, di dare fiducia alle nuove generazioni», ha detto l’arcivescovo monsignor Cesare Nosiglia presentando un'approfondita ricerca sulla situazione economico-sociale della realtà piemontese segnata ancora dal declino: la timida ripresa in corso non sembra spazzar via la densa cappa che soffoca città e regione.-

Esplosione della disoccupazione giovanile, passata dal 18% del 2007 al 36% del 2017 (dopo aver superato il 40% tra il 2013 e il 2016), situazioni di povertà assoluta drasticamente aumentate, fino a coinvolgere oltre 100.000 famiglie. Più che una ricerca economica, quella che la Diocesi di Torino ha presentato nei giorni scorsi sembra la cronaca da un campo di battaglia. Tutti gli indicatori presi in esame descrivono una società profondamente impoverita. La grande crisi iniziata nel 2007-2008 ha lasciato ferite profonde. E anche se qualche timido segnale di ripresa inizia a vedersi, l'onda lunga del disagio continua a farsi sentire. I numeri sono allarmanti e devono far riflettere. «Vi confesso che tutto ciò mi dà tanta preoccupazione e un senso di impotenza» ha commentato monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, aggiungendo però subito che «non possiamo rimanere passivi. Tutti dobbiamo fare la nostra parte per tenere vivo il problema, anche esercitando la pressione necessaria a suscitare risposte positive e concrete».
Dal 2014 la Chiesa torinese porta avanti l'Agorà del Sociale, un progetto che punta alla promozione del bene comune attraverso il dialogo e la collaborazione fra diverse realtà, pubbliche e private. Nell'ambito di questo impegno, recentemente è stato chiesto all'economista Mauro Zangola di tracciare un quadro della fragilità nel capoluogo e nell'intera regione Piemonte, con un raffronto tra la situazione pre-crisi e quella attuale. Dallo studio emergono tendenze molto nette. Se è vero che la crisi ha toccato tutti (riducendo del 10% il Pil pro-capite in Piemonte) sono le nuove generazioni ad aver pagato il prezzo più alto. Nel 2017, in provincia di Torino, ben 84.645 giovani risultavano accomunati dalla difficoltà di realizzare un “normale progetto di vita”. Tra loro c'erano 34.900 persone in cerca di lavoro, ma anche 49.745 “invisibili” (cioè giovani che non studiano, non hanno un'occupazione e spesso neppure la cercano, per problemi personali o perché scoraggiati dalle difficoltà).
Un altro capitolo doloroso riguarda la povertà, che dal 2007 al 2017 ha avuto nelle regioni del Nord un'impennata del 166%, non diversamente da quanto è accaduto nel resto della Penisola. Basandosi su dati Istat riferiti all'intero settentrione, Zangola stima che attualmente, in Piemonte, circa 100.000 famiglie vivano in condizione di povertà assoluta (cioè tale da non consentire un tenore di vita minimamente accettabile). L'economista precisa che «si tratta con ogni probabilità di una stima per difetto, se si considera che molte regioni, a differenza del Piemonte, hanno recuperato livelli di reddito e di occupazione molto vicini se non superiori a quelli pre-crisi». E se negli anni antecedenti alla recessione la categoria più svantaggiata era quella degli anziani, «da circa un lustro si sta assistendo ad un completo ribaltamento della situazione». Quindi, ancora una volta, emerge che «sono i giovani e i giovanissimi a vivere la situazione più critica». In Piemonte, circa 67.000 persone tra i 18 e i 34 anni si trovano in condizioni di grave indigenza.
Anche il calcolo della cosiddetta povertà finanziaria desta preoccupazioni. Stando ai dati della Banca d'Italia, il 44% della popolazione nazionale non è in condizioni di fronteggiare brevi periodi di difficoltà economica ed evitare il rischio povertà per almeno tre mesi (pur liquidando tutte le ricchezze disponibili). Rispetto agli anni pre-crisi il dato è quasi raddoppiato e il Piemonte non sembra fare eccezione. Infine c'è chi sfugge a ogni calcolo. E' il caso degli ultimi tra gli ultimi, i senza fissa dimora. Nel 2014, in Piemonte erano 2.250 (la metà dei quali concentrati a Torino), «e c’è da ritenere che negli ultimi anni siano aumentati» osserva Zangola.
Per affrontare un quadro così fosco servirebbero risposte di sistema. La Chiesa fa la sua parte, anche attraverso l'Agorà del Sociale. «Insieme a tanti attori del terzo settore e delle istituzioni, stiamo lavorando a un nuovo modello di welfare, che non si riduca a semplice assistenzialismo» ha spiegato Pierluigi Dovis, direttore Caritas diocesana. «Lavoriamo lungo quattro direttrici fondamentali: ambito socio-sanitario, povertà, migranti, lavoro e formazione». Gli interventi sono coordinati da una “cabina di regia”, che si riunisce periodicamente per condividere proposte e conclusioni (i resoconti dei vari incontri sono disponibili sul sito www.diocesi.torino.it).
da www.famigliacristiana.it
@Riproduzione Riservata del 10 maggio 2018
 

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