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Dialogo. «I tre doni più belli che Dio mi ha dato»: la malattia aiuta a vedere meglio

Le nostre voci di Marina Corradi

Caro direttore,

nell’ultima udienza generale che papa Francesco ha tenuto prima della sosta estiva ha chiesto ai presenti e agli ascoltatori: pensate a un cosa bella che Dio vi ha dato. Io, se la natura mi ha tolto la facoltà di lavorare a causa di una paralisi agli arti destri e altro ancora nella prima giovinezza, dopo i 20 anni ho avuto dei doni molto più grandi. Umanamente parlando il più bello fu la passione per lo studio della storia. Cominciai a comperare libri della vera storia del Risorgimento, molto più bella e sincera di quella che studiavo a scuola. Poi feci le medie serali e una giovane che mi fece da professoressa, resasi conto che mi piaceva studiare, cominciò a donarmi libri suoi e a procurami espressamente testi che desideravo leggere. Questa giovane insegnante la chiamo ancora 'la mia Fata'. Il secondo dono fattomi dal buon Dio è stato quello di amare e di essere amato.

Nel luglio 1988, ero appena arrivato a Re per fare gli Esercizi spirituali. Ed ecco che vedo una ragazzina bassa di statura e tutta presa dall’impegno per aiutare i più deboli. Preso dalla curiosità, chiesi tutto di lei. Si chiamava Fabiola, aveva 15 anni, era vicentina e mi raccontò il tanto che volevo sapere. Le feci una dedica in versi per ringraziarla. Credo che l’abbia gradita molto, in quanto cominciò a scrivermi e nelle sue parole c’era la tenerezza di una nipote. La nostra corrispondenza durò 12 anni. Poi, un giorno mi scrisse che sarebbe venuta a trovarmi, dalla sua Vicenza. Quando arrivò mi pareva di sognare. E alla mia felicità faceva eco la sua gioia. L’ultimo dono, cristianamente parlando, è il più bello. Era la Pasqua 1993, mi trovavo a Lourdes. Vicino a me c’era una ragazza, Barbara, che accudiva un infermo, Elio. Lui, immobile sulla carrozzella, cantava sempre lodi a Dio e all’Immacolata. Barbara lo guardava stupita che un infermo fosse così gioioso. Intanto io avevo fatto amicizia con la giovane e un giorno lei mi disse: «Domenico, lo sai che finché ero a casa ero 'sull’altra sponda'? Ora sono venuta qui, e vedo la serenità sul vostro volto, specialmente su quelli che sono infermi e oggi credo in quel Dio che dà forza a chi la forza non ha». E concluse: «Io sono ricca, ma non sono contenta, Elio non ha niente, è malato ed è felice». Sant’Agostino, caro direttore, chiama un miracolo più grande della risurrezione di un morto la conversione di un peccatore. Ebbene, il giorno di Pasqua, dopo la confessione, quella ragazza ricevette il Corpo di Cristo, felice di aver trovato la misericordia di Dio, grazie a un giovane infermo che pochi anni dopo sarebbe volato in Cielo a ricevere il premio che spetta a tutti quelli che fanno il Bene. Questi sono tre doni di Dio nella mia vita, e mi hanno fatto (quasi) felice.

Domenico

 

Un ragazzo di non ancora 20 anni rimane paralizzato dal lato destro del corpo. Non può più camminare né lavorare, né correre, né stare con i suoi compagni come prima. E come può ragionevolmente sperare che una donna lo ami, così ridotto, giovanissimo, su una carrozzella? Un tale destino getterebbe molti di noi nella disperazione. Un tale destino, se emergesse da una diagnosi prenatale, sarebbe per molti padri e madri la ragione di un rifiuto di quella gravidanza, di un figlio già, giudicherebbero, condannato all’infelicità. Ma, il signor Domenico ci dice invece – e il Direttore mi chiede di dialogare con lui – che «dopo i vent’anni ho avuto invece doni molto più grandi». Più grandi della salute, e della libertà data da un corpo giovane e agile? Eppure Domenico alla sollecitazione del Papa, «pensate a una cosa bella che Dio vi ha dato», non ha esitazioni. Non torna col pensiero al calvario della sua malattia, ma alla prima cosa, forse, che, pur nella malattia, lo appassionò: lo studio della storia.

La storia del Risorgimento, di cui Domenico aveva avuto delle semplici nozioni dai libri delle elementari. Furono le cospirazioni carbonare o Garibaldi a eccitare la sua fantasia di ragazzo? Leggere, comunque, gli venne voglia di leggere l’autentica storia di quei decenni; e che un ragazzo che non ha neanche la terza media sia conquistato dalla storia, è qualcosa di raro, e anzi di eccezionale. Poi, alle medie serali, una giovane professoressa lo prende a cuore, gli procura i libri. Bello, dirà qualcuno, ma non paragonabile al dono che è un corpo sano.

Domenico però sembra ragionare diversamente dalla maggioranza di noi. Non recrimina, non contesta, non si dispera su ciò che gli è stato tolto, e invece è attento a quanto la realtà gli porge ogni mattina. Non si ferma dentro la sua sofferenza, ma è vivo, curioso, legge, ascolta, studia, come un uomo che non giudichi affatto i suoi anni 'finiti'. Quasi che la malattia gli avesse non mozzato ma accresciuto la speranza, una viscerale certezza che la vita è comunque per un bene. Anche il secondo incontro, con una giovanissima volontaria, nasce dalla curiosità di quest’uomo, dal suo sporgersi oltre e fuori dal suo dolore, sorpreso dalla capacità di dedizione e altruismo di quella che, al momento, è poco più che una bambina. Per ben dodici anni si scrivono i due, dodici lunghissimi anni in cui la quindicenne diventa donna, e infine va a trovare l’ex ragazzo conosciuto tanti prima. «Quando arrivò, mi pareva di sognare», scrive Domenico, e subito interrompe il suo racconto. Non senza dirci, però, che ha avuto «il dono di amare e essere amato». Anche il terzo dono passa attraverso il volto di una donna. Una giovane infermiera accompagna a Lourdes un malato che non smette di cantare le Lodi e pregare. Nelle ore davanti alla grotta possiamo immaginarci la ragazza che osserva quel malato, prima accigliata, senza riuscire a capire, poi incredula, poi meravigliata, come tentando di decifrare un segreto scritto con parole nascoste, parole che non si pronunciano e non si ascoltano nel nostro discorrere normale. E infine conclude: «Io sono ricca, ma non sono contenta, Elio non ha niente, è malato ed è felice». La giovane infermiera si converte – e questo, almeno per me, significa l’avere improvvisamente chiaro, in un istante, che cos’è la vita vera, la gioia autentica, la ricchezza che non decade mai. 'Vedere', semplicemente osservando un malato, e la sua audace, inconcepibile letizia. Mentre, accanto, un altro malato osserva tutti e due, e si commuove, e si rafforza in una fede che già ha molto grande.

Si potrebbe dire che il signor Domenico in tutta la sua vita, così segnata dalla malattia, non ha mai smesso di tenere aperti gli occhi, in un’ansia ferma e fiduciosa di un destino buono che, ne è certo, ci attende. Il problema di molti di noi forse è che non alziamo gli occhi, curvi come siamo sui nostri dolori e problemi. E intanto ci vengono incontro quasi in un vento volti, parole, immagini che portano in sé, come un seme, la possibilità di un dono. Ma noi, come bambini imbronciati, non leviamo lo sguardo, e non vediamo. Grazie, Domenico.

da www.avvenire.it

@Riproduzione Riservata del 28 luglio 2018

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