logo sito cav

CAV - Centro di Accoglienza alla Vita Vogherese ODV

Via Mentana n. 43
27058 Voghera (PV)
Tel: 349 4026282
email: cavvoghera@virgilio.it
Visualizzazioni:
11

Destinazione Sinodo/24. Le nuove generazioni miniera d'oro del Sud

di Francesco Del Pizzo, docente di Sociologia e Dottrina sociale della Chiesa Pontificia Facoltà teologica Italia meridionale sezione San Tommaso d’Aquino, Napoli

Rispetto ai coetanei del Centro-Nord, i ragazzi meridionali sono più capaci di spendersi senza lasciarsi scappare le occasioni. Lo dice il Rapporto dell'Istituto Toniolo.-

Per sottrarsi a ogni facile retorica e strumentalizzazione, sia politica che culturale e religiosa, su di un tema così delicato e strategico quale quello dei 'giovani del Sud' un possibile efficace approccio può essere offerto dalle scienze sociali. Sul tema in particolare, il Rapporto giovani 2017 dell’Istituto Toniolo ha offerto un’analisi molto accurata, inserendola a buona ragione nel contesto di analisi del sistema-Paese Italia. Chi sono i giovani del Sud? Dal Rapporto emerge la fisionomia complessa di giovani la cui soddisfazione generale nei confronti della vita è inferiore a quella del Centro-Nord (36,8% di insoddisfatti rispetto al 26% del Centro-Nord), così come la soddisfazione nei confronti del lavoro (33,3% di risposte negative contro il 20% del resto della penisola). Ma sono giovani dinamici, versatili, pronti a spendersi e a non lasciarsi scappare nuove opportunità di lavoro anche se richiedono uno spostamento dal luogo di origine: solo il 61,8% dei giovani meridionali considera infatti importante la distanza da casa nell’accettare una proposta contro l’80,5% dei coetanei del Nord e il 74,8% di quelli del Centro. Sono giovani aperti alle nuove tecnologie e che rispetto ai giovani del Centro e del Nord ripongono una maggiore fiducia nei social media (39,1% di risposte positive contro il 34,4% del Nord e il 33,4% del Centro).

In prima battuta è di certo un’immagine positiva, se vista nei termini della tipica resilienza dei territori meridionali: si tratta della peculiare capacità di potersi ri-pensare e riadattare in termini qualitativi attraverso competenze e potenzialità non solo tecniche ma anche di tipo organizzativo, emotivo-relazionale (il Rapporto giovani 2018 offre utili indicazioni). Gli stessi dati mettono però in luce alcune significative criticità: se i giovani del Sud sono meno soddisfatti di quelli del Nord, la prima considerazione da fare è sulla qualità della vita nel Meridione in termini di offerta e di risorse da un punto di vista politico, culturale, formativo oltre che socio-ambientale e – perché no – di tipo ecologico. Se i giovani del Sud sono insoddisfatti del lavoro è perché al Sud i dati sulla disoccupazione restano allarmanti tanto da essere, appunto, disposti a spostarsi in qualsiasi parte d’Italia o all’estero pur di lavorare. Secondo i dati Istat pubblicati a luglio 2018, «a giugno 2018, dopo tre mesi di crescita, la stima degli occupati registra un calo», e secondo i dati anticipati da Svimez nel rapporto 2018 negli ultimi 16 anni hanno lasciato il Mezzogiorno 1 milione e 883mila residenti, la metà giovani tra i 15 e i 34 anni (un vero e proprio esodo).

Se i giovani del Sud ripongono maggiore fiducia nei social media è perché vivono, come detto, un grado generale di insoddisfazione, che un mondo virtuale può in un certo qual modo appagare in maniera, ovviamente, tra-sognata (spesso distorta e che si manifesta anche attraverso il gioco d’azzardo online). È poi evidente la dicotomia fra tradizione e modernità, che il Rapporto giovani evidenzia quando fotografa la più assidua frequenza dei giovani del Sud ai riti religiosi (oltre il 25% frequenta i riti almeno una volta al mese contro il 15,3% del Nord e il 17,0% dei giovani del Centro), l’attaccamento ai propri orientamenti religiosi (il 56,5% afferma di appartenere alla religione cattolica contro il 50% della media nazionale) e a valori come la famiglia (il 56,1% dei giovani meridionali ritiene il matrimonio ancora un’istituzione attuale, contro il 52% nel Centro-Nord).

L’ulteriore riflessione è quella che si sofferma sul Sud, sulla crisi sistemica, infrastrutturale e culturale di un territorio spesso governato dalla corruzione e da una criminalità che, a ogni livello, si sostituisce allo Stato, in cui anche le politiche virtuose e coraggiose di investimento e di contrasto a fenomeni malavitosi sembrano essere insufficienti. Un territorio dove l’emergenza lavoro è quella vitale: senza lavoro non c’è dignità, e potremmo dire non c’è e non si realizza l’umanità , soprattutto quando c’è una domanda che non cerca capacità e competenze ma sempre più spesso manodopera a buon mercato. Il fenomeno del lavoro nero è una vera piaga, che qualsivoglia politica sul lavoro non ha mai in realtà contrastato fino in fondo. Il fenomeno dei Neet, giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono né occupati e né inseriti in un percorso di formazione e istruzione, è particolarmente allarmante e nelle regioni del Meridione d’Italia raggiunge picchi davvero significativi. Al Sud il cortocircuito tra domanda e offerta di lavoro si manifesta già nella scuola, uno degli elementi essenziali, delicati e più determinanti nella crescita umana: abbandonare gli studi precocemente significa non aver fiducia nel valore della formazione culturale e non essere inseriti debitamente nel mercato del lavoro. La vera urgenza, in questo senso, è la riflessione e l’ideazione di misure concrete per arginare i fenomeni dell’abbandono e della dispersione scolastica (numeri consistenti di ragazzi non concludono il ciclo dell’obbligo). Fenomeni emergenti al Sud (si veda l’ottavo Atlante dell’infanzia a rischio Lettera alla scuola di Save the Children, pubblicato da Treccani) che ovviamente fanno riflettere su fenomeni di portata sociale più ampia quali quelli della povertà educativa ed economica, delle disuguaglianze sociali, di un divario sempre più evidente tra Nord e Sud.

Ed è indubbio che la dispersione scolastica è perfetta alleata della criminalità organizzata, per cui la scuola, prima ancora che ingresso al mondo del lavoro, al Sud è antidoto al reclutamento di adolescenti e giovanissimi da parte di clan o ultimamente unico possibile argine alla formazione di baby boss e baby gang. Allora parlare di universo giovanile è quanto mai complesso e non può prescindere dal riflettere su un sistema di reti e alleanze tra le agenzie educative, scuola e famiglia in primis e poi con tutte le altre agenzie quali parrocchie e associazioni di ogni genere. Nella consapevolezza che a mancare è proprio il confronto con la famiglia, sempre meno attrezzata da un punto di vista culturale. Se il contrasto alle povertà economiche ed educative è essenziale, la povertà culturale in senso più ampio sembra essere la vera sfida: la cultura chiama in causa una complessità di stili di vita e quella coscienza civica che si esprime in tante giovani intelligenze, che credono nella propria terra e non l’abbandonano, sperando di poter contrastare una logica assistenzialista e clientelare radicata nella mentalità meridionale. Oltre la sterile attesa di 'qualcuno' o 'qualcosa', per generare e creare opportunità di lavoro e di riscatto senza timore di camorra, mafia e criminalità di vario genere tanti giovani resilienti restano e resistono. Si pensi in tal senso al terzo settore, all’esperienza cooperativistica fondata, ad esempio, sulla valorizzazione delle risorse del territorio (arte, turismo) e anche all’azione educativa e di sostegno che la Chiesa nel Meridione offre. C’è una parte 'giovane' del nostro Sud dinamica e volitiva, che può renderlo più umano e 'competitivo'. La riflessione sui giovani del Sud deve essere di tipo strutturale a livello delle istituzioni e multidisciplinare, sociologico, antropologico, economico, teologico; non può essere sganciata dalla riflessione sullo stato delle famiglie in cui crescono e maturano e non può essere intesa in termini di prospettiva se non inserita in politiche di lungo periodo, che agiscano culturalmente e sul reale ascolto del mondo giovanile senza i filtri e i condizionamenti di un mondo di adulti, che rischiano di essere tali solo anagraficamente, favorendo, spesso, disaffezione e sfiducia nei confronti dell’istituzione di ogni grado e tipo.

da www.avvenire.it

@Riproduzione Riservata del 19 settembre 2018

Top