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Coronavirus. Ciao, come stai?

di Alberto Caprotti

da www.avvenire.it

@Riproduzione Riservata del 16 marzo 2020

Parole in libertà, in giorni senza libertà: chiusi per virus, non possiamo fare. Ma possiamo continuare a pensare…-

Giorno 5

Ciao, voi come state? Ce lo chiedono tutti, lo scriviamo a tanti, anche a chi non vediamo o sentiamo da tempo. E’ la domanda del momento, la lavatrice dell’angoscia. Ci butti dentro tutto in quella frase, centrifughi i tuoi dubbi, strizzi la tua paura, provi ad asciugare la risposta che speri di ricevere per poi appenderla come un lenzuolo condiviso.

Come stai? E’ incredibile pensare a come uno dei modi più usati e banali per aprire una conversazione sia diventato adesso il modo migliore per entrare in empatia con gli altri. Rispondere “bene, grazie” a un “come stai”, prima della tempesta era un rigurgito meccanico. Per me in realtà era uno strumento di legittima difesa: ho sempre pensato che rispondere diversamente da “benissimo” attirasse negatività, e che spiegare che in realtà non è che andasse tutto così bene non serva a nulla. Non serve a me per farmi sentire meglio, e non serve al mio interlocutore, al quale la risposta interessa poco più di nulla. Almeno prima della peste.

Adesso è diverso. Chiedere “come va lì da voi?” è diventato un sondaggio d’opinione, una mappatura dell’umore. Non è a chi racconti cosa hai fatto, ma è a chi racconti come stai: lì c’è la differenza. Non perché tu stai male, ma perché la cosa più importante è che anche gli altri stiano bene: è una condizione che abbassa lo spread dell’ansia, calmiera il mercato della paura.

Ho pensato in questi giorni a quante volte in vita mia ho camuffato un “ti amo” in tutti quei “ciao, come stai?”. Quante volte l’ho detto per misurare la mia capacità di far stare meglio la persona a cui lo chiedevo, perché è questa la differenza tra le persone e le persone importanti. Adesso è ancora così, ma molto di più. La mia però non è più solo domanda, è già una risposta. E’ un “fidati”, perché insieme stiamo meglio. Non so se bastano due parole seguite da un punto interrogativo per salvarci, ma immagino a come mi sentirei se nessuno me le dedicasse mai. E mi sembra di stare subito meglio.

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