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Chiesa: due facce della stessa medaglia. Misericordia e chiarezza

Misericordia e chiarezza

di Giuseppe Lorizio
da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del 29 giugno 2021

La Chiesa parla chiaro, e parla misericordioso. Chi se ne scandalizza, e magari "vede" il Vescovo di Roma in contrasto con la Curia, non comprende appieno il senso di quanto sta accadendo dentro e fuori la comunità credente. Non si tratta dell’abusata storia del poliziotto buono (il Papa) e di quello cattivo (la Curia), ma siamo di fronte a un unico modo di lasciarsi interpellare dalla realtà e di leggere i segni dei tempi.

Papa Francesco nell’Angelus del 27 giugno ha ribadito la necessità di essere misericordiosi e accoglienti, piuttosto che esibire giudizi di condanna, anche perché la coscienza delle persone è inviolabile: «È lo sguardo di Gesù: c’è tanta gente, ma Lui va in cerca di un volto e di un cuore pieno di fede. Gesù non guarda all’insieme, come noi, ma guarda alla persona. Non si arresta di fronte alle ferite e agli errori del passato, ma va oltre i peccati e i pregiudizi. Tutti noi abbiamo una storia, e ognuno di noi, nel suo segreto, conosce bene le cose brutte della propria storia. Ma Gesù le guarda per guarirle. Invece a noi piace guardare le cose brutte degli altri. Quante volte, quando noi parliamo, cadiamo nel chiacchiericcio, che è sparlare degli altri, "spellare" gli altri. Ma guarda: che orizzonte di vita è questo? Non come Gesù, che sempre guarda il modo di salvarci, guarda l’oggi, la buona volontà e non la storia brutta che noi abbiamo. Gesù va oltre i peccati. Gesù va oltre i pregiudizi, non si ferma alle apparenze, arriva al cuore, Gesù. E guarisce proprio lei, che era scartata da tutti, un’impura. Con tenerezza la chiama "figlia" (v. 34) – lo stile di Gesù era la vicinanza, la compassione e la tenerezza: "Figlia…" – e loda la sua fede, restituendole fiducia in sé stessa». E, poiché si tratta di guardare alla fede che salva, ha confermato la "carezza" dell’accoglienza, nella lettera a padre James Martin, da tempo impegnato nella pastorale verso le persone che la cultura dominante etichetta come lgbt: «Lo "stile" di Dio – scrive il Papa – ha tre tratti: vicinanza, compassione e tenerezza. Questo è il modo in cui si avvicina a ciascuno di noi. Pensando al tuo lavoro pastorale, vedo che cerchi continuamente di imitare questo stile di Dio. Tu sei un sacerdote per tutti e tutte, come Dio è Padre di tutti e tutte. Prego per te affinché tu possa continuare in questo modo, essendo vicino, compassionevole e con molta tenerezza». E lo "stile di Dio" è quello a cui dovrà ispirarsi lo "stile cristiano". Accanto e non contro la tenerezza e la compassione si colloca il richiamo alla libertà di pensiero, la quale si nutre proprio del rispetto della laicità e dell’alterità, assumendo le forme concrete del dialogo con le istituzioni e con la politica.E non si tratta di "rigidità" dottrinale, bensì del tentativo di intervenire profeticamente, laddove si scorgano possibili lesioni in ordine alla necessità che a tutti, quindi anche ai credenti, venga riconosciuta la legittimità dell’esercizio di esporre liberamente il proprio pensiero. È in gioco la visione dell’uomo come persona. La sua individualità è irriducibile ed unica e come tale deve essere non solo rispettata, ma riconosciuta e accolta. La sua apertura all’alterità passa attraverso la relazione con l’altro, sia nel senso di "altra persona", sia nel senso di essere umano che si configura "diverso" dal sé, anche sessualmente. In questa prospettiva va inquadrato il necessario dibattito culturale, che non può non riguardare il quadro antropologico, nel quale si inserisce la legislazione del Paese, la cui stella polare resta la costituzione e la centralità della 'persona' che in essa si esprime.
Non è neppure una contrapposizione fra il reale, ovvero il peccato, che esige misericordia, e l’ideale, ovvero una visione dell’uomo e della famiglia che ci proponga un astrattismo teorico, di cui certamente non abbiamo bisogno. Viene in soccorso, a tal proposito, un passaggio (n. 19) dell’Humanaevitae di Paolo VI, al quale papa Francesco sempre si ispira: "La nostra parola non sarebbe espressione adeguata del pensiero e delle sollecitudini della Chiesa, madre e maestra di tutte le genti, se, dopo aver richiamato gli uomini alla osservanza e al rispetto della legge divina riguardante il matrimonio, non li confortasse nella vita di una onesta regolazione della natalità, pur in mezzo alle difficili condizioni che oggi travagliano le famiglie e i popoli. La Chiesa, infatti, non può avere altra condotta verso gli uomini da quella del Redentore: conosce la loro debolezza, ha compassione della folla, accoglie i peccatori; ma non può rinunciare a insegnare la legge che in realtà è quella propria di una vita umana restituita nella sua verità originaria e condotta dallo Spirito di Dio".
Questa duplice, paradossale, istanza guida l’Amorislaetitia e deve guidare la Chiesa nelle sue diverse espressioni, mentre è chiamata a sollecitare lo Stato, richiamando la salvaguardia dei diritti della persona-individuo, soprattutto se violentati e violati in maniera così eclatante e repellente, come le cronache raccontano, come le violenze sulle persone che manifestano altre tendenze, senza impedire alla società, prima ancora che alla Chiesa, di dire che famiglia e matrimonio hanno un senso e un significato ben precisi, fondato, prima ancora che sulla Parola di Dio, sul realismo dell’alterità dei sessi e sulla necessaria apertura alla fecondità della generazione.

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