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Chiara e la sua famiglia accogliente

di Tamara Pastorelli

La fantastica avventura dell'affido familiare. Accade a Firenze.-

«Fin da quando ero bambina, i miei genitori mi hanno sempre coinvolto nelle varie forme di volontariato a cui si dedicavano» mi racconta Chiara, 22 anni, veneta ma trapiantata a Firenze, dove studia storia e critica dello spettacolo «ma sei anni fa, mi hanno sorpreso con una proposta che non mi aspettavo: mi hanno chiesto se ero disposta a fare con loro l’esperienza dell’affido familiare!».

È timida Chiara, molto riservata ma quando comincia a raccontarti della sua famiglia, si illumina. La decisione non è facile. Da una parte, ci sono i suoi genitori, entusiasti e felici all’idea di spendersi per i più bisognosi, dall’altra, c’è lei, con i suoi sentimenti contrastanti: «Mi ero abituata ad essere l’unica figlia in casa, perché mio fratello maggiore viveva già da solo. Ero convinta che i miei spazi, le mie cose e, soprattutto, l’affetto dei miei genitori non potessero essere divisi con un estraneo».

Dopo lunghe discussioni in casa, alla fine, prevale il “sì”, e i suoi genitori cominciano a frequentare un corso di alcuni mesi per prepararsi all’accoglienza di bambini in affido.

La prima chiamata arriva nel luglio del 2013, poco prima di partire per le vacanze. Racconta Chiara: «Ci propongono di accogliere per alcuni mesi Andrea, un bimbo piccolissimo, di soli sei mesi. Decidiamo di accettare nonostante i dubbi. In poco tempo, sorprendentemente, ci arrivano di provvidenza: carrozzina, lettino, vestitini e tutto l’occorrente. È stata la prima volta in cui ho sperimentato il ruolo di sorella maggiore. E Andrea è diventato la mascotte del gruppo della vacanza, riusciva a dormire beatamente anche con il frastuono intorno!».

Solo il mese successivo, un’altra telefonata. «Questa volta, ci veniva chiesto di accogliere subito, e per un periodo di tempo presumibilmente molto lungo, una ragazzina nigeriana di nove anni». Chiara e i suoi genitori ne parlano, non sembra il momento giusto, perché in casa c’è già un altro bimbo piccolo, bisognoso di mille attenzioni: «Ma i servizi sociali insistono, perché si trattava di una situazione di emergenza: la bambina stava soffrendo molto e non poteva restare dov’era. Alla fine, decidiamo di rimetterci in gioco».

Così, arriva Prisca e l’impatto, per Chiara, è forte: «Ho condiviso con lei la mia camera, cambiando la disposizione di alcuni mobili e regalandole i giocattoli che avevo tenuto fin dall’infanzia. Abbiamo ritmi e abitudini molto diverse: lei adora cantare, ballare, saltare, recitare, urlare a squarciagola, io invece sono molto riservata e preferisco fare giochi silenziosi».

I primi mesi sono di assestamento, di conoscenza, non mancano le difficoltà e le incomprensioni. «Mi rendo conto, però, che con il passare del tempo lei si tranquillizza, avendo finalmente trovato la stabilità di una famiglia, e noi ci scopriamo più aperti e comprensivi». E anche Chiara comincia a cambiare: «Ricordo che per un compito in classe sull’integrazione, sono intervenuta davanti ai compagni e all’insegnante per raccontare quello che stavo vivendo in casa, cosa che, per timidezza, non avevo mai fatto prima».

Ad ottobre, il tribunale decide di rendere Andrea definitivamente adottabile e trova per lui una famiglia. «Il mese successivo, conosciamo i suoi nuovi genitori che sono felicissimi e, gradualmente, lo lasciamo andare, con la certezza che sarebbe cresciuto circondato da amore e attenzioni».

Un anno dopo, a casa di Chiara, arriva Robert, un bambino di due anni e mezzo con numerose difficoltà fisiche ed emotive, causate dai gravi maltrattamenti subiti: non riesce a parlare, a giocare, e soffre di incubi ricorrenti.

«Durante i cinque mesi in cui è stato con noi, si è trasformato» racconta Chiara «ha imparato a mangiare da solo, a sorridere, a giocare. E scopriamo la sua grande passione: i trattori. Ci eravamo molto affezionati a quel bambino e pensare di vederlo andare via con degli estranei ci faceva soffrire. Ma quando abbiamo conosciuto la sua famiglia adottiva, ce ne siamo innamorati. Erano giovani e desiderosi di accogliere con tutto il cuore un bambino nella loro vita, vivevano in campagna e… il nonno possedeva un trattore».

Dopo la maturità, Chiara si trasferisce a Firenze per cominciare l’università, mentre a Venezia, arriva un’altra chiamata: per Natale arriverà Giovanni, un bambino di cinque anni, con una situazione familiare dolorosa. «All’inizio, ne sono rimasta un po’ dispiaciuta,» mi confida Chiara «perché le vacanze di Natale erano uno dei momenti in cui ritornavo a casa, e desideravo godermi un po’ di tranquillità in famiglia… Ma come al solito,  tutte le mie paure si sono rivelate infondate. Giovanni era un gran giocherellone, un tornado, a dire la verità, ma era bello vedere come i suoi occhi si illuminassero di gioia anche per le cose più semplici, come quando ha visto per la prima volta il sacco dei regali di Babbo Natale. Ne ha parlato per settimane».

Oggi, Chiara, anche se a distanza, continua a partecipare agli affidi della sua famiglia: «Attraverso lunghe telefonate, in particolare con la mamma, mi rendo conto che per loro il mio parere è importante, e ci confrontiamo su molte cose».

Dopo cinque anni e mezzo, Prisca abita ancora con la famiglia di Chiara ed è diventata a tutti gli effetti sua sorella. Guardandosi indietro, Chiara mi confida: «Posso affermare con sicurezza che l’esperienza dell’affido mi ha fatta maturare, crescere e aprire agli altri. Le difficoltà e gli ostacoli non sono mancati, ma ogni sorriso di quei fratellini acquisiti mi ha fatto capire che, in realtà, loro ci hanno donato molto di più di quanto abbiamo fatto noi».

da www.citttànuova.it

@Riproduzione Riservata del 24 dicembre 2018

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