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CAV - Centro di Accoglienza alla Vita Vogherese ODV

Via Mentana n. 43
27058 Voghera (PV)
Tel: 349 4026282
email: cavvoghera@virgilio.it

https://www.regione.lombardia.it/wps/portal/istituzionale/HP/sanitaterritoriale/case-di-comunita#:~:text=Le%20Case%20di%20Comunit%C3%A0%20sono,pazienti%20affetti%20da%20patologie%20croniche.
@Riproduzione Riservata

Regione Lombardia

Le Case di Comunità sono le nuove strutture socio-sanitarie che entreranno a fare parte del Servizio Sanitario Regionale e sono previste dalla legge di potenziamento per la presa in carico di pazienti affetti da patologie croniche.  

Casa di Comunità

Le Case di Comunità, distribuite in modo capillare sul territorio lombardo, costituiscono un punto di riferimento continuativo per i cittadini, che possono accedere gratuitamente alle prestazioni sanitarie erogate.  

Si tratta di strutture polivalenti che garantiscono:   

  • funzioni d’assistenza sanitaria primaria,  
  • attività di prevenzione.  

All’interno di queste strutture sono presenti equipe di medici di medicina generale, pediatri, medici specialisti, infermieri e altri professionisti della salute (tecnici di laboratorio, ostetriche, psicologi, ecc.) che operano in raccordo anche con la rete delle farmacie territoriali. 

Le Case della Comunità costituiscono il punto di riferimento continuativo per la popolazione: qui è possibile trovare un Punto unico di accesso, accoglienza, informazione e orientamento del cittadino, che opera in stretto contatto con le Centrali operative territoriali (COT).  

In queste strutture è prevista la presenza di: 

  • area prelievi e vaccinazioni, 
  • cure primarie e continuità assistenziale, 
  • area ambulatori specialistici, 
  • area dei programmi di prevenzione e di promozione della salute, 
  • attività consultoriali, 
  • area servizi sociali del Comune. 

di Redazione

da www.gravidanzaonline.it
@Riproduzione Riservata del 14 gennaio 2022

Il sonno dei bambini non è sempre uguale. Cambia, a seconda del soggetto, ovvio. Ma cambia anche mese dopo mese e anno dopo anno. Vediamo come.-

Come il sonno e le ore di nanna dei bambini cambiano da 0 mesi a 10 anni

Mese dopo mese, anno dopo anno, il sonno dei bambini cambia: in termini di durata, esigenze e fasi. È un argomento di cui spesso si sa poco, il che è strano: visto che dormire – e soprattutto dormire bene – è un bisogno primario che impatta in modo significativo sulla qualità della vita di ogni singolo essere umano. A maggior ragione se questi è in una fase delicata come quella della crescita.

Del resto, se è vero che non esiste un solo sonno e che ci sono alcuni fattori interni biologici che mutano con il tempo; è altrettanto evidente che anche i fattori esterni giochino un ruolo importante, nel bene o nel male, sulla qualità del sonno dei bambini.

La temperatura e l’illuminazione della stanza della nanna, per esempio, sono determinanti nel permettere un buon riposo: entrambe non devono essere eccessive. Molti genitori sono convinti di aiutare i piccoli a non avere paura del buio lasciando loro la luce accesa, ma questo è un fattore a lungo andare deleterio per la qualità del sonno. Da qui la necessità semmai di optare per una sola piccola e soffusa luce notturna. Importantissimi sono, ovviamente, anche cuscini e materassi su cui i nostri bambini riposano che, no, non sono tutti uguali e vanno scelti con cura sulla base di criteri di qualità, materiali controllati e certificati, e dell’età e peso dei piccoli.

Ma andiamo con ordine. E proviamo prima a fare chiarezza sull’evoluzione del sonno dei bambini.

Come cambia il sonno dei bambini con l’età

Età diverse presuppongono esigenze diverse, anche per quanto riguarda il sonno. Imparare a conoscere le varie fasi del sonno del neonato e del bambino, è quindi utile affinché i genitori capiscano e sappiano riconoscere i bisogni e le necessità dei figli in un dato momento, con serenità e senza per questo diventare prede di inutili ansie.

Schematizzando in maniera molto semplice i primi anni di vita del bambino, potremmo così riassumere le varie fasi del sonno:

Le fasi del sonno del neonato e del lattante

  • 0-3 mesi
    I neonati possono dormire dalle 14 alle 17 ore al giorno, con intervalli più brevi viste le necessità di nutrirsi. È quindi raro che i neonati dormano tutta la notte senza svegliarsi, e i genitori devono essere consapevoli del fatto che potrebbero esserci variazioni nel sonno del neonato, che non per forza indicano un problema del sonno.
    Questo è il motivo per cui associazioni come l’American Association of Sleep Medicine o l’American Academy of Pediatrics hanno scelto di non indicare una quantità di sonno consigliata in maniera assoluta per i neonati sotto i quattro mesi.
  • 3 mesi
    In questo periodo i cicli di sonno del bambino sono costituiti da varie fasi: sonno leggero, in cui il bambino si sveglia facilmente;
    sonno profondo, quando dorme profondamente ed è immobile; fase del sogno, in cui i bambini sognano.
    Il sonno si allunga, tanto che il bambino potrebbe dormire fino a 4-5 ore per notte. La maggior parte dei neonati dorme comunque ancora tra le 14 e le 17 ore giornaliere.
  • 3-6 mesi
    Le ore di sonno scendono a 12-15 al giorno, mentre si allunga il sonno notturno, fino a sei ore per notte all’età di circa sei mesi.
    È comunque probabile che il bambino si svegli almeno una volta per notte.

Come favorire il sonno del neonato

Per garantire un sonno più sereno al piccolo può essere utile lasciarlo dormire in un sacco nanna, meglio se in cotone biologico come quelli proposti da Kadolis, che rispettano la pelle del neonato e lo aiutano a regolare la temperatura corporea autonomamente.

Le fasi del sonno del bambino dai 6 mesi ai 2 anni

  • 6-12 mesi
    Man mano che crescono i bambini tendono a dormire meno, tanto da arrivare, al compimento del primo anno, alle 11-14 ore al giorno. Aumentano però le ore notturne dormite, e la maggior parte dei bambini è pronta ad andare a nanna tra le 18:00 e le 22:00.
    Il ciclo del sonno è più simile a quello degli adulti, e i risvegli notturni sono quindi decisamente meno. Questo, ovviamente, non significa che non possa accadere.
  • 1-2 anni
    I bambini in questa età dormono generalmente tra le 11 e le 14 ore, ma diminuiscono le ore del pisolino, che passano a una o due giornaliere.

Come favorire il sonno del bambino

In questa fase può essere molto utile fare affidamento su un materasso evolutivo, della misura giusta affinché non ci sia spazio tra questo e le sbarre del letto, meglio se rigido o semiduro per garantire un sonno sicuro, e realizzato con materiali naturali come lattice, fibra di cocco o Tencel.
I materassi evolutivi proposti da Kadolis, ad esempio, grazie alla schiuma profilata garantiscono comfort e traspirabilità e hanno un lato “0-6 mesi”, più solido, per una posizione di riposo più sicura; e un lato “6 mesi e +”, in lattice, per offrire maggiore flessibilità.

Le fasi del sonno del bambino dai 3 anni

  • 3-5 anni
    I bambini in età prescolare dovrebbero dormire tra le 10 e le 13 ore totali al giorno, e i pisolini pomeridiani possono ridursi a uno soltanto.
  • 6-13 anni
    I pediatri consigliano di far dormire i bambini tra le 9 e le 11 ore al giorno. Trattandosi di bambini in età scolari molto diverse, la forbice delle variazioni è ampia. In genere i bambini che frequentano la scuola primaria hanno maggiore bisogno di dormire rispetto a quelli che frequentano la secondaria.

Da qui in poi, si entra nella fase adolescenziale, in cui il sonno ha altre caratteristiche ed esigenze.

6 abitudini o elementi esterni che possono influenzare il sonno

Come detto, svariate abitudini o agenti esterni possono contribuire a influenzare positivamente il sonno del bambino. Se, come abbiamo visto, per un neonato di pochissimi mesi è praticamente fisiologico dormire per brevi archi temporali, per i bambini più grandi le abitudini del sonno potrebbero dipendere o essere influenzati, in negativo ma anche in positivo, da svariati fattori esterni.
Vediamo i principali.

1. La sicurezza degli orari

L’importanza di dare degli orari e impostare pappa, gioco, pisolino e nanna secondo uno schema preciso dipende dal fatto che i bambini, specie si di pochi mesi, sono abitudinari e abbisognano di regolarità
. Per questo motivo, può essere utile creare anche una sorta di routine del sonno, ripetendo le stesse azioni tutte le sere così da abituare il bambino a quei comportamenti e fargli capire che significano nanna.

2. Respirazione. Tutto ok?

Problemi di respirazione, come le adenoidi (molto frequenti, tanto da interessare un bambino su 100 nella fascia di età tra i 3 e i 7 anni) possono comportare disturbi del sonno. In questo caso, la soluzione è un intervento chirurgico. Ci sono però altre problematiche, come asma, coliche, o dolori ai denti che possono rendere difficoltoso il sonno.

3. Il luogo della nanna

La cameretta e l’organizzazione degli spazi diventa di fondamentale importanza affinché essa rappresenti un luogo sicuro e confortevole per il bambino, in cui lui ami stare. Nella stanza ci deve essere la giusta temperatura, che consenta al bambino di restare vestito con indumenti leggeri e comodi.
Come già detto, meglio evitare di lasciare la luce accesa durante la notte: una luce notturna per non lasciarlo completamente al buio è più che sufficiente.

4. Materiali: sai su cosa dorme?

L’importanza della scelta di materiali di prima qualità è una priorità. Materassi, sacchi nanna, cuscini o lenzuola sono a diretto contatto con la pelle e le vie respiratorie del bambino e devono essere sicuri, confortevoli e non tossici.

Consigli per scegliere materiali sicuri e sani

  1. Scegli un materasso biologico
    materassi biologici Kadolis, ad esempio, sono completamente realizzati con materiali naturali e offrono un sonno più sano e un’aria più pulita nella stanza del bambino, mentre la noce di cocco o il Tencel aiutano a tenere lontani acari della polvere e batteri, rendendoli così antiallergici.
  2. Coperte e lenzuola senza elementi chimici
    Coperte e lenzuola devono essere un ambiente salutare per il bambino. Le coperte-giocattolo Kadolis in mussola di cotone biologico, senza alcun elemento chimico, garantiscono un sonno morbido e sicuro ai neonati; così come le lenzuola in cotone da agricoltura biologica, che permettono un’ottima regolazione della temperatura e l’assorbimento dell’umidità, indispensabile soprattutto per i bambini che sudano molto durante la notte.
  1. La scelta del pupazzetto
    Un dudù può essere il migliore amico del sonno del tuo bambino e agire su di lui con effetto calmante. Anche in questo caso, è il materiale e l’assenza di emissioni chimiche a determinarne la qualità.
  2. Letti e lettini: scegli green
    I lettini Kadolis sono completamente realizzati in legno certificato PEFC, più sano per i bambini ma anche per l’ambiente. Allo stesso modo, anche i letti per bambini più grandi, ispirati al metodo Montessori, con vernice a base d’acqua senza emissioni e legno certificato, offrono ai bambini un luogo sicuro dove poter riposare ma anche giocare.

5. No ai rumori

Spesso si tende a lasciare volutamente porte aperte perché i rumori della casa raggiungano il bambino durante la nanna con la funzione di ‘rassicurarlo’. In realtà, un sonno esposto al rumore è un sonno disturbato.

6. Niente tv, videogiochi o smartphone prima della nanna

Qualunque genere di dispositivo elettronico potrebbe disturbare il sonno o, se parliamo di bambini più grandi, indurli a restare svegli.
Anche il loro uso immediatamente prima della nanna espone i bambini alla luce blu e a stimolazioni che potrebbero rendere difficile l’addormentamento e meno profondo il sonno.

di Maria e Raimondo Scotto
da www.cittànuova.it
@Riproduzione Riservata del 05 dicembre 2021

Ha senso oggi, nell’era dei social-network, in un mondo tutto centrato sulla soddisfazione dei bisogni, sull’utilitarismo, parlare ancora di amicizia?.-

amico

A volte si parla di amici, ma in realtà si tratta di compagni di partito o di associazione, di colleghi o di persone con cui si trascorre il tempo libero per interessi comuni. Si tratta di rapporti che spesso svaniscono col variare delle situazioni della vita. Per non parlare di chi si considera amico attraverso Facebook, rapporti che spesso sono solo amicizie virtuali.

Oggi la parola “amicizia”, più che in altre epoche, si presta ad equivoci e viene utilizzata per indicare relazioni di vario tipo. In fondo al cuore, però, tutti intuiamo il valore di un amico “vero”… difficile da trovare, ma di cui abbiamo estremo bisogno perché, senza relazioni significative, il cuore si può ammalare. Ci ha sempre colpito una frase drammatica di una canzone di De Gregori: «Povero me, povero me! Non ho nessuno con cui bere un caffè…». Forse tutti abbiamo sperimentato qualche momento simile quando, per circostanze varie, le persone su cui potevamo veramente contare non erano disponibili.

Qualcuno potrebbe chiedersi: «Se io amo il mio prossimo, cerco di aiutarlo, di consolarlo, non è sufficiente? Che differenza c’è tra amore e amicizia?».

In realtà l’amicizia ha un suo carattere specifico. Mentre siamo chiamati ad amare tutti, non possiamo però sperimentare l’amicizia con tutti; anche se avessimo ideali comuni, non con tutti scatta quell’empatia speciale. L’amicizia tra due persone presuppone, oltre all’amore con tutte le sue caratteristiche, un’affinità elettiva, capace di generare un sentimento affettivo durevole. Due amici stanno bene in compagnia perché si stabilisce tra loro un rapporto di reciprocità in cui si sperimenta l’uguaglianza, la stima, la fedeltà, la serenità. L’amore può essere la strada maestra per costruire un’amicizia, ma non è sufficiente.

La reciprocità, però, non può mai essere pretesa in quanto, come tutti i legami veri, l’amicizia si nutre di libertà e di gratuità. Scrive Michel Pochet: «Spesso ci crediamo disinteressati ma quando l’altro non risponde alla nostra (presunta) gratuità siamo delusi e gli ritiriamo la nostra stima».

È però anche vero che, se ad un certo punto non scatta la reciprocità, non possiamo parlare di amicizia.

Un altro ingrediente che dà ossigeno ai rapporti amichevoli è la totale assenza di gelosia. Il vero amico non è mai possessivo, ma gode delle gioie altrui. Siamo veramente felici se i nostri amici frequentano altri amici, se non ci invitano sempre nei loro momenti di convivialità, di svago, ecc.?

L’amicizia vera desidera il bene dell’altro, ciò che lo rende più felice, che lo aiuta a realizzarsi, pronto a rispettare anche quelle sue scelte a volte per noi incomprensibili; Il rispetto della diversità è un elemento fondante.

Il detto noto “Chi trova un amico trova un tesoro” ci invita a custodire e a coltivare l’amicizia come un vero tesoro; senza assilli, ma anche senza abbandoni alla casualità. Dire “prima o poi ci ritroveremo” non funziona: bisogna cercare le occasioni per potersi ogni tanto incontrare. L’amicizia, infatti, si nutre del contatto umano, di una stretta di mano, di una condivisione di esperienze, di risate spensierate e di lacrime asciugate, di un ascolto senza fretta.

Ovviamente possono esserci dei periodi della vita molto difficili, situazioni drammatiche, momenti di lontananza, che rendono impossibile la frequentazione ma, quando l’amicizia è vera, appena ci si ritrova, anche se sono passati anni, si sperimenta subito la gioia, quel caratteristico senso di benessere psicofisico che non subisce mutamenti.

Concludiamo con una pagina indimenticabile di sant’Agostino sull’amicizia: «…massimo ristoro e sollievo mi veniva dal conforto degli amici con i quali avevo in comune l’amore per ciò che amavo: i colloqui, le risate, lo scambio di cortesie affettuose, le comuni letture di libri interessanti, i comuni passatempi… qualche incomprensione occasionale, i frequenti consensi… eravamo gli uni degli altri, ora maestri, ora discepoli».

di Raffaele Iaria
da www.famigliacristiana.it
@Riproduzione Riservata del 09 novembre 2021

Secondo l'ultimo rapporto della fondazione Migrantes gli unici italiani che aumentano di numero sono quelli fuori dal Paese.-

La presentazione del rapporto.

L’unica Italia che continua a crescere è quella che risiede strutturalmente all’estero. Lo evidenzia oggi la XVI edizione del Rapporto Italiani nel Mondo redatto dalla Fondazione Migrantes. I cittadini, con passaporto italiano, che vivono oggi all’estero, sono oltre 5milioni e mezzo (5.652.080) il 9,5% degli oltre 59,2 milioni di italiani residenti in Italia. Se nell’ultimo anno, infatti, l’aumento della popolazione dei cittadini italiani iscritti all’AIRE,  è stato del 3%, questo dato diventa il 6,9% dal 2019, il 13,6% negli ultimi cinque anni, ben l’82% dal 2006, anno della prima edizione dallo studio dell’organismo pastorale della Cei. La regione di provenienza della maggioranza degli italiani che risiedono all’estero è la Sicilia con oltre 798 mila iscrizioni seguita da Lombardia (+561 mila), Campania (quasi 531 mila), Lazio (quasi 489 mila), Veneto (+479 mila) e Calabria (+430 mila). La maggioranza è residente in Argentina (884.187, il 15,6% del totale), Germania (801.082, 14,2%) Svizzera (639.508, 11,3%). Seguono Brasile (poco più di 500 mila, 8,9%), Francia (circa 444 mila, 7,9%), Regno Unito (oltre 412 mila, 7,3%) e Stati Uniti (quasi 290 mila, 5,1%). L’accento posto dallo studio sul concetto di mobilità umana rispetto al termine “migrazioni”, a «prospettive analitiche più ampie e complesse che tengono conto dell’evoluzione socioeconomica del nostro Paese e anche delle sfide impreviste che nostri connazionali all’estero si sono trovati ad affrontare in tempi segnati dalla pandemia». Uno studio, quello della Fondazione Migrantes, «utile strumento di approfondimento su un tema centrale nell’ambito dei cambiamenti che si propagano su scala mondiale», ha scritto in messaggio il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «l’accento posto dallo studio sul concetto di mobilità umana rispetto al termine “migrazioni“, a prospettive analitiche più ampie e complesse che tengono conto dell’evoluzione socioeconomica del nostro paese e anche delle sfide impreviste che nostri connazionali all’estero ci sono trovato ad affrontare in tempi segnati dalla pandemia».

Con la pandemia – che ha coinvolto l’intero Pianeta – la mobilità degli italiani non si è arrestata: ha subito un ridimensionamento che non riguarda, però, le nuove nascite all’estero da cittadini italiani, ma piuttosto le vere e proprie partenze, il numero cioè dei connazionali che hanno materialmente lasciato l’Italia recandosi all’estero da gennaio a dicembre 2020. In valore assoluto, si tratta di 109.528 italiani, oltre 21 mila persone in meno rispetto all’anno precedente. Il 54,4% (59.536) sono maschi, il 66,5% (72.879) celibi o nubili, il 28,5% (31.268) coniugate/i, il 2,2% divorziate/i (2.431). Nel generale calo delle partenze (-16,3% rispetto all’anno precedente), le diminuzioni maggiori si riscontrano per gli anziani (-27,8% nella classe di età 65-74 anni e -24,7% in quella 75-84 anni) e per i minori al di sotto dei 10 anni (-20,3%). Crescono, invece, i giovani tra i 18 e i 34 anni (42,8%): nell’anno della pandemia, il protagonismo dei giovani italiani in mobilità aumenta. La Chiesa in Italia ha in questo momento «una priorità che è allo stesso tempo una preoccupazione pastorale: le nuove emigrazioni giovanili. Gli italiani emigrano oggi massicciamente e i giovani sono i protagonisti principali. Cosa siamo chiamati a fare per i tanti fedeli di lingua italiana che arrivano all’estero oggi spinti dalla necessità di trovare una realizzazione personale e lavorativa? Non basta la sola assistenza morale e spirituale. La Chiesa  - ha detto il segretario generale della Cei, mons. Stefano Russo - deve essere compagna di vita per ciascuno di loro, la parrocchia una casa».

Il “rischio” di uno spostamento, in questo anno,  è stato volutamente evitato dai profili più fragili, anziani e bambini, sottolineano i ricercatori del rapporto Italiani nel Mondo, 75 da ogni parte del mondo che hanno scritto 54 saggi. La meta preferita, tra quelli che nell’ultimo anno hanno spostato la loro residenza dall’Italia all’estero, il 78,7% lo ha fatto scegliendo l’Europa come continente. Nel loro complesso, le destinazioni scelte sono state 180 e, tra le prime dieci, ben sette sono nazioni europee. L’unica con saldo positivo, rispetto all’anno precedente, è il Regno Unito: +8.358 iscrizioni in più rispetto al 2020, +25,1% di variazione dal 2020 che diventa un aumento, in un anno, del 33,5%. Delle oltre 33 mila iscrizioni nel Regno Unito, il 45,8% riguarda italiani tra i 18 e i 34 anni, il 24,5% interessa i minori e il 22,0% sono giovani-adulti tra i 35 e i 44 anni. Si tratta, quindi, della presenza italiana tipica per il Regno Unito: giovani e giovani adulti, nuclei familiari con minori che la Brexit ha obbligato a far emergere – da qui la spiegazione dell’incremento registrato anche nell’ultimo anno nonostante la pandemia – attraverso la procedura di richiesta del settled status, un permesso di soggiorno a tempo indeterminato per chi può comprovare una residenza continuativa su territorio inglese da cinque o più anni, arco temporale che non deve essere stato interrotto per più di sei mesi su dodici all’interno del quinquennio di riferimento. Il Covid non ha, quindi,  arrestato la mobilità italiana, l'ha “contenuta numericamente ma siamo comunque al di sopra dei 109mila connazionali che nel 2020 hanno lasciato il territorio per espatrio, dice la curatrice del rapporto Delfina Licata evidenziando che gli italiani, quindi, durante questo anno “condizionato” dal Covid19 si sono trovati costretti a dover decidere se partire o no: «una parte ha preferito procrastinare il progetto migratorio – e da questo deriva la riduzione del numero complessivo delle partenze – e un’altra parte ha deciso comunque di non rinviare la decisione e, quando possibile, rispettando le disposizioni limitanti gli spostamenti, ha scelto di “restare vicino” – e quindi in Europa – più che andare oltreoceano».

Un tema portante, quello della pandemia che lo studio della Fondazione Migrantes approfondisce in tutte le sezioni con un focus su 34 città del mondo e di come gli italiani residenti in queste città, ufficialmente o meno, hanno affrontato l’epidemia mondiale vivendo l’isolamento, il paradosso di dover essere immobili nella mobilità e l’avvento delle nuove forme di digitalizzazione e virtualità diffusa, oltre ad un capitolo sulla pastorale per gli italiani nelle missioni cattoliche in Europa. Un vero e proprio viaggio intorno al mondo con al centro «l’Italia fuori dall’Italia». Oggi – ha scritto il presidente del Parlamento Europeo, David Sassoli - «viviamo un tempo caratterizzato da sfide inedite, ma anche da straordinarie opportunità̀, un momento molto complesso che richiede discernimento, confronta reciproco e collaborazione da parte di tutti». In questo «momento storico, segnato da una pandemia che ha sconvolto il mondo, sia fondamentale riscoprire il senso della nostra interdipendenza e delle nostre relazioni». Anche il fenomeno migratorio «non può essere slegato da altre questioni perché rappresenta un tema sociale ed umano di fronte al quale l'Unione europea ha il dovere di adottare un approccio coordinato, più coraggioso e basato sui principi della solidarietà̀ e della responsabilità̀». Le pagine di questo studio ricordano – come si legge nell’introduzione - quanto la storia dell’Italia sia «storia di mobilità» e quanto la pandemia «abbia reso visibile lo stato di salute del nostro Paese rispetto agli elementi più vari: dalla demografia all’economia, dall’unità sociale alla cultura, dalla politica al sentimento di fede». Nel pomeriggio di oggi, intanto, si è aperto un convegno, a Roma, promosso dalla Fondazione Migrantes sul tema "Gli italiani in Europa e la missione cristiana. Radici che non si spezzano ma che si allungano ad abbracciare ciò che incontrano” che vedrà la partecipazione, tra gli altri, dei Cardinali Gualtiero Bassetti e Anders Arborelius, di Mons. Gian Carlo Perego e Mons. Jean Kockerols oltre a testimonianze da diversi Paesi d'Europa.

Pamela Franzisi
di Pamela Franzisi

da www.bimbisaniebelli.it
@Riproduzione Riservata del 21 ottobre 2021

La dieta degli adolescenti è cambiata durante questo periodo di pandemia e non in bene. Per molti ormai ci sono colazioni fugaci o assenti e momenti di noia allontanati con snack spazzatura.-

La dieta degli adolescenti è peggiorata con la pandemia

La dieta degli adolescenti è peggiorata durante questo lungo periodo di pandemia. È quanto emerge dai risultati  dell’indagine «Adolescenti un anno dopo» realizzata dall’Associazione laboratorio adolescenza e l’Istituto di ricerca Iard.

Interpellati più di 10mila ragazzi

Una delle conseguenze dei mesi di isolamento in casa e didattica a distanza la possiamo ritrovare  nel rapporto tra gli adolescenti e il cibo «L’indagine — spiega Carlo Buzzi, sociologo dell’università di Trento e direttore scientifico del progetto — ha coinvolto un campione nazionale rappresentativo di oltre 10.500 studenti di età compresa tra i 13 e i 19 anni e ci ha consentito, grazie al patrimonio storico di dati raccolti da Laboratorio adolescenza, di mettere in evidenza se e dove gli effetti della pandemia abbiano prodotto modifiche evidenti nelle abitudini di vita degli adolescenti»

Colazione per lo più assente

La prima colazione, già prima dello scoppio della pandemia, era saltata da molti adolescenti per “mancanza di tempo” la mattina prima della scuola. Nel 2015 il 66,2% dei ragazzi di terza media faceva la prima colazione tutti i giorni (o quasi) rispetto all’attuale 52%.

Poco cambia tra gli studenti delle superiori: nel 2018 il 61,5% faceva colazione tutti i giorni, mentre oggi la fa solo il 50,5%.

Alimentazione “on demand”

Stare a casa con le famiglie per molti mesi non ha migliorato la dieta degli adolescenti nei pasti principali. Il 56% delle femmine e il 50% dei maschi ha dichiarato di aver mangiato in modo più sregolato del solito. «Una sorta di dannosissima nutrizione “on demand” (quando ho fame, mangio qualcosa), dove ad aggravare la situazione — commenta Margherita Caroli, componente del consiglio direttivo dell’European Childhood Obesity Group e coordinatrice del gruppo di studio sulla nutrizione di Laboratorio adolescenza — è che questa “fame” è molto spesso “noia” che si tenta di allontanare con la gratificazione prodotta dai dannosi quanto accattivanti snack spazzatura».

Più snack e meno attività fisica

Gli snack, consumati abitualmente dal 78,4% degli adolescenti fino al 2018, ora vengono abusati  dall’82%.

È cresciuta la sedentarietà, anche per la sospensione delle attività sportive: il 32% ha dichiarato di aver fatto molto meno movimento rispetto al solito, il 38,4% non ne ha fatto proprio e il 15% degli adolescenti non praticava sport neanche prima della pandemia.

Riflessione

La sedentarietà durante i vari lockdown è stata subìta e non voluta. Vero è che non c’è comunque un buon rapporto tra adolescenti e attività sportiva. Manca la cultura dello sport come piacere e stile di vita. Lo sport viene vissuto in ottica competitiva, per cui se non ci sono risultati importanti lo si abbandona.

CAV Voghera

L'Associazione Vogherese di volontariato, che aiuta gratuitamente la donna in difficoltà ad accogliere la vita, superando le difficoltà.

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