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Bioetica. Maternità surrogata o in provetta, è il «divorzio» tra figli e genitori

di Assuntina Morresi
da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del 5 giugno 2021

La diffusione sempre più senza controlo né limiti di legge di tecniche e pratiche altera profondamente il modo in cui si diventa genitori e il rapporto con la prole. Nata per effetto di un contratto.-

Maternità surrogata o in provetta, è il «divorzio» tra figli e genitori

Figli che divorziano dai genitori: un fenomeno diffuso e sottostimato di cui l’Economist ha dato conto recentemente. Il settimanale britannico riferisce della prima rilevazione ad ampia scala, a cura della Cornell University, in cui il 27% di americani adulti ha tagliato i ponti con un membro stretto della famiglia. Ma il sociologo Karl Pillemer lo ritiene un dato inferiore alla realtà, perché chi è stato abbandonato dai propri figli si vergogna e non lo dice. E se è vero che i figli di divorziati tendono ad allontanarsi maggiormente dalla loro famiglia, è anche vero che negli ultimi anni i tassi di divorzio negli Usa sono calati. Secondo Joshua Coleman, psicologo e autore del libro Le regole dell’estraniamento, ci devono essere altre cause per spiegare il diffondersi di questo comportamento: «L’idea di estraniarsi da un parente come un percorso verso la propria felicità sembra essere nuova». Si tratta di distacchi meditati e voluti, e sono in crescita siti e libri a supporto di chi vuole troncare ogni rapporto con i propri genitori: si distinguono perché spesso hanno la parola "tossico" nel titolo, in riferimento al legame da cancellare.

Eppure di per sé è un fatto irrealizzabile: si divorzia fra coniugi, non fra parenti, perché è impossibile annullare un legame biologico come quello fra genitori e figli; lo si può rinnegare, ma non eliminare. Allora perché usare proprio la parola "divorzio", come se si potesse farlo? Un’ipotesi è che sia una inevitabile conseguenza della trasformazione antropologica che attraversa il nostro tempo, quella frattura nella storia dell’umanità che nasce dal controllo della riproduzione umana: una tecnica non particolarmente sofisticata, la fecondazione assistita, ma che traccia un confine netto fra il Mondo Vecchio e il Nuovo, di cui ancora abbiamo scarsa consapevolezza.

È con la nascita di Louise Brown, nel 1978 in Inghilterra, che potremmo segnare questo inizio: con la prima bambina concepita in provetta si creano le condizioni per un fatto mai avvenuto nella storia dell’umanità, e cioè che una donna partorisca un figlio non suo. L’embrione umano formato in vitro si può trasferire nell’utero di una donna diversa da quella che ha dato i gameti e ci possono essere due madri: una genetica, che ha messo a disposizione il proprio ovocita con il Dna, e una gestazionale, che porta avanti la gravidanza e partorisce. Non esiste un criterio biologico per stabilire chi è la "vera": quella legale può essere anche una terza, diversa dalle due. A deciderlo è un contratto che si mette nero su bianco prima del concepimento: si chiama consenso informato e dovrebbe riguardare solo gli atti medici, ma in questo caso diventa uno strumento giuridico perché stabilisce di chi sono i figli.

Nella fecondazione eterologa la madre genetica rinuncia al bambino e viene chiamata "donatrice" di gameti, mentre nell’utero in affitto è la donna che partorisce, la "surrogata", che cede il nato. La figura paterna, invece, non si sdoppia biologicamente. E quindi cambia il paradigma della genitorialità, così come l’umanità lo ha conosciuto da sempre: non si diventa genitori perché si genera un figlio ma se si ha intenzione di averlo, e lo si fissa per iscritto prima del concepimento, definendo i ruoli di tutti i contraenti. Una fattispecie diversa dall’adozione, dove non è la coppia ad avere diritto a un figlio ma è il bambino ad avere diritto ai genitori, e non si cancellano il padre e la madre naturali (infatti l’adottato ha diritto a conoscerli) ma si prende atto che non possono prendersi cura del figlio.

La contrattualizzazione della genitorialità ha conseguenze inevitabili: la prima è che se è l’intenzione a valere, allora il contratto è gender neutral. Due maschi, due femmine, un maschio e una femmina: l’intenzione prescinde dal genere. Il matrimonio fra due persone dello stesso sesso diventa paritario rispetto a quello fra un uomo e una donna quando consente il medesimo accesso alla filiazione, cancellando la differenza sessuale. E questo è già avvenuto, così come abbiamo già visto la seconda conseguenza del contratto genitoriale, necessariamente individuale perché individuale è il consenso: non è necessario essere in due, come da sempre avviene nel modello naturale, ma ci può essere anche un genitore solo, o anche tre, come è possibile dal 2013 in California, per esempio, dove in tribunale si può aggiungere un terzo genitore a un bambino, in nome del suo massimo interesse. Se è l’intenzione che vale, e si dichiara individualmente, quel che manca – gameti e/o utero – si procura nei centri di fecondazione assistita.

E da ultimo: se si è genitori intenzionali, con un atto della volontà scritto in un contratto, allora perché lo si deve essere per sempre? Per quale motivo quel contratto non si può rompere, se l’intenzione non resta? Un esito che risuona nel fenomeno descritto da l’Economist: la rottura volontaria di un legame con i propri genitori, in nome di una volontà personale. È il Mondo Nuovo.

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