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Betlemme. «Così abbattiamo il muro del silenzio nei ragazzi sordi»

di Giacomo Gambassi, inviato a Betlemme

La storia della religiosa italiana suor Lucia Maule che da mezzo secolo è impegnata nell'istituto Effetà che su volere di Paolo VI restituisce la voce agli studenti muti di Palestina.-

Ricorda la data perfettamente. «Era il 6 settembre 1971. Come dimenticarla...». Perché suor Lucia Maule c’era sulla soglia dell’istituto Effetà a Betlemme quando entrarono i primi alunni. «Erano in ventidue. Avevano dai 3 ai 7 anni. Oggi come allora erano poverissimi». E tutti sordi. «In quasi mezzo secolo abbiamo aiutato centinaia di ragazzi a nascere una seconda volta. E lo abbiamo fatto sui passi di Cristo. Lui che è la Parola per eccellenza ci ha fatto strumenti per ridare la parola ai bambini della Palestina che non l’avevano». Quella di suor Lucia è una vita “in missione” accanto ai più fragili. Originaria di Monticello di Fara, in provincia di Vicenza, ha 75 anni. E appartiene alla congregazione delle Maestre di Santa Dorotea. «È parte del nostro carisma l’attenzione ai non-udenti», racconta.

Arrivata in Palestina nel 1969 con una specializzazione per l’insegnamento ai ragazzi sordi, ha visto sorgere l’istituto voluto da Paolo VI che lo concepì come un segno di carità concreta dopo il suo viaggio in Terra Santa del 1964 dove rimase colpito dall’alta incidenza della sordità fra i piccoli della Palestina. «La congregazione stava realizzando una sua casa a Betlemme e intendeva affiancarla a un’opera: pensavamo a una scuola o a una casa di preghiera per i giovani». Poi ecco il progetto del Papa di Concesio. Le suore donarono la struttura appena costruita a Montini che a sua volta la riconsegnò alle religiose incaricandole di realizzare il suo sogno. «Abbiamo riadattato lo stabile e la scuola è cominciata». Niente lingua dei segni, però. «Al centro c’era e c’è la lettura labiale – dice suor Lucia –. È un percorso più faticoso ma favorisce l’integrazione dei ragazzi nella società, perché hanno la possibilità di comprendere chi hanno accanto».

Quei ventidue bambini degli esordi sono oggi centosessantasette che frequentano dal nido al liceo. «Ancora ho in mente i primi esercizi. Erano giochi per la respirazione, per ampliare i polmoni di chi non aveva mai emesso un suono». E prosegue: «Che gioia quando i ragazzi mi avvicinavano la mano al collo per sentire le vibrazioni di una lettera e poi provavano a ripeterla». Una volta suor Lucia portò in aula un canarino. «Mi serviva per raccontare le azioni quotidiane e per insegnare ai bimbi a dire “mangiare“ o “bere”». Qualche genitore malignava: come possono quelle suore italiane far parlare i nostri figli in arabo? «Avevano ragione a essere scettici. È stato un miracolo che ancora si ripete», sostiene la religiosa. Dopo una parentesi in Siria e Giordania, suor Lucia non si è più allontanata da Effetà. «Volevo fare la missionaria in Brasile per evangelizzare i ragazzi. Il Signore ha stabilito altro e ne sono più che felice ». Per molti ex studenti è un riferimento. «Pensi che una piccola, giunta muta all’istituto, è adesso una funzionaria del ministero dell’Interno palestinese e un’altra è ispettrice nelle scuole statali». Lo scorso 14 ottobre era in piazza San Pietro per la canonizzazione di Paolo VI. «È stata una gioia immensa. E qui a Betlemme la festa continua: Montini è il Papa che ci ha voluto a fianco di questi ragazzi. Ed è per i nostri studenti un secondo padre: il padre che ha dato loro la voce e la possibilità di inserirsi nel mondo».

da www.avvenire.it

@Riproduzione Riservata del 11 dicembre 2018

 

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