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Africa. Mozambico, quella prima linea che salva i bambini

di Paolo M. Alfieri, inviato a Beira (Mozambico) 
da www.avvenire.it
@Riproduzione Riservata del 29 dicembre 2021

Dopo il ciclone Idai, l'Ospedale di Beira è stato recuperato e rilanciato grazie all'impegno di Medici con l'Africa Cuamm. Seimila le nascite l'anno.-

Eccoli, dunque, i bambini senza nome, quelli che per il primo mese verranno registrati solo come «senza nome di…», e in aggiunta il nome della madre. Perché è tradizione, perché qui si fa così. Al di là del vetro una dozzina di corpicini in lotta ogni istante per la vita, al di qua un via vai di medici, infermieri, assistenti. Ci sono macchinari non scontati a queste latitudini e un confronto continuo tra personale locale e cooperanti a vari livelli. Soprattutto, la voglia (la necessità, diremmo) di andare avanti, portare a compimento un percorso fatto sì di ricostruzione, ma anche di presenza tenace, ostinata.

Le termoculle in terapia intensiva
Le termoculle in terapia intensiva 

Terapia intensiva neonatale dell’Ospedale centrale di Beira, seconda città del Mozambico, cinquecentomila abitanti in bilico sull’oceano. Quando arrivò la grande onda, quella che nella notte tra il 14 e il 15 marzo 2019, provocata dal ciclone Idai, allagò tutta la zona costiera penetrando per chilometri verso l’interno, l’ospedale ne uscì deturpato. Un dramma per l’intera provincia di Sofala, di cui l’ospedale di Beira è la struttura sanitaria di riferimento, anche e soprattutto per la sua Neonatologia. A due anni di distanza, però, grazie all’impegno per la ricostruzione di quel reparto di Medici con l’Africa Cuamm, nulla più traspare di quella devastazione. Nei seicento metri quadrati – 400 profondamente ristrutturati e 200 di ampliamento – inaugurati lo scorso maggio e allestiti grazie ai tanti donatori vicini al Cuamm, rinasce oggi una speranza nuova, una speranza che va di pari passo ai circa 6mila parti che l’ospedale assiste ogni anno.

Sono tre gli ambulatori dedicati alla neonatologia, c’è la sala allattamento, la farmacia, nuovi bagni e una ventina di letti. È stata inoltre allargata la zona “madre canguro”, un’area in cui il neonato di basso peso sta a continuo contatto con la pelle della madre. Nella sala di terapia intensiva, una dozzina di termoculle di ultima generazione e un nuovo impianto di erogazione dell’ossigeno. È qui, dove sono assistiti i bimbi nati prematuri o con problemi congeniti, che la lotta per la vita dei 'senza nome' si fa più dura. «Purtroppo in intensiva la percentuale di neonati che non ce la fa a sopravvivere è ancora molto alta, siamo intorno al 25% di mortalità per cui bisogna migliorare, ma pensiamo a come andrebbe senza questa struttura», sottolinea il dottor Giuseppe Bufardeci, chirurgo e specialista in igiene e sanità pubblica.

Visite in reparto
Visite in reparto

Mentre osserviamo quei corpi minuscoli dentro le culle, i loro visi inconsapevoli e indifesi, un’infermiera segnala un problema, che in pochi minuti viene però risolto grazie all’intervento dei sanitari. «Un bimbo ha avuto una desaturazione importante, ma ora la situazione è tornata sotto controllo », spiega Valentina Fatuzzo, neonatologa dell’Ospedale Umberto I di Siracusa, alla seconda esperienza sul campo in Africa. I medici del Cuamm affiancano il personale locale, in un’ottica di accompagnamento e sostegno al sistema sanitario del Mozambico che si concretizza anche con borse di studio per molti studenti di medicina. Nel piccolo edificio di fronte visitiamo anche il reparto di Pediatria generale, accompagnati dalla dottoressa Ada Merolla, medico di sanità pubblica. Qui sono ricoverati, accompagnati dai genitori, bambini con patologie cardiache, renali, alcuni anche con forme tumorali. «Molti arrivano da altre strutture sanitarie della provincia – spiega la dottoressa Anna Agazzi, specializzanda in pediatria dell’Università di Padova, qui per un tirocinio di sei mesi –. Spesso non è facile ricostruire l’anamnesi dei nostri piccoli pazienti, e c’è chi prima viene curato solo con erbe tradizionali ». Elsivia ha 11 anni, una cardiopatia, due occhi dolcissimi, un mucchio di treccine. La madre: «Cosa vorrei? Che tornasse a giocare con gli altri bambini. Che avesse un futuro normale. E uscendo da qui, sono sicura, ce lo avrà».

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