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21 SETTEMBRE GIORNATA MONDIALE-L’Alzheimer non si cura, bisogna prevenire. Ecco come agire (e i sintomi più comuni)

di Cristina Marrone
da www.corriere.it
@Riproduzione Riservata del 21 settembre 2019
Oggi le terapie per la cura dell’Alzheimer possono solo in parte mitigare i disturbi, ma non hanno alcun impatto sulla progressiva evoluzione della demenza. Quindi l’unico vero strumento per contrastare la malattia rimane la prevenzione, che parte anche dal riconoscere i primi sintomi.-
Unica arma è prevenire
In occasione della Giornata Mondiale della Malattia di Alzheimer che si celebra il 21 settembre, la Società Italiana di Neurologia (SIN) diffonde consigli concreti su come cercare di prevenire la più comune forma di demenza.
Oggi le terapie per la cura dell’Alzheimer possono solo in parte mitigare i sintomi, ma non hanno alcun impatto sulla progressiva evoluzione della demenza, una volta che questa si è manifestata. Quindi oggi l’unico vero strumento per contrastare la malattia di Alzheimer rimane la prevenzione. Ecco come farla.

Ogni 3 secondi al mondo una forma di demenza

Nel mondo la malattia di Alzheimer colpisce circa 40 milioni di persone e solo in Italia ci sono circa 1 milione di casi, per la maggior parte over 60. Oltre gli 80 anni, la patologia colpisce 1 anziano su 4. Si stima un raddoppio dei casi ogni 20 anni.
- 2 persone su 3 pensano che la demenza sia conseguenza del normale invecchiamento.
- Il 62% del personale sanitario pensa ancora che la demenza sia conseguenza del normale invecchiamento.
-1 persona su 4 pensa che non si possa fare nulla per prevenire la demenza.
- 1 persona su 5 attribuisce la demenza a sfortuna; circa il 10% alla volontà di Dio; il 2% a stregoneria.
- Circa il 50% delle persone con demenza si sente ignorato dal personale sanitario (medici e infermieri).
- Ogni 3 secondi una persona nel mondo sviluppa una forma di demenza.
Dati della Federazione Alzheimer Italia, rappresentante per il nostro Paese di ADI - Alzheimer’s Disease International, nuovo Rapporto Mondiale Alzheimer 2019 intitolato “L’atteggiamento verso la demenza”.

Non si tratta di genetica

Innanzitutto non si tratta di destino, perché, anche se non tutti nascono con lo stesso patrimonio genetico, si è visto che nella maggior parte dei casi (98%) in questa malattia l’ereditarietà gioca un ruolo minimo. C’è infatti qualcos’altro che ci fa prendere la strada giusta e può essere gestito ben prima dei primi sintomi clinici. Ciò che conta è che la strada giusta venga presa al momento giusto, perché poi non si torna più indietro.

Bastano 10 minuti

Uno studio con risonanza magnetica pubblicato su PNAS (Proceedings of the National Academy of Science) dai ricercatori giapponesi dell’Università di Tsukuba diretti da Kazuya Suwabe sembra indicare come scegliere la giusta via: bastano 10 minuti di esercizio aerobico lieve per incrementare le connessioni neuronali a livello del giro dentato dell’ippocampo cerebrale, proprio quelle deputate alle funzioni cognitive e mnemoniche che si perdono nell’Alzheimer. L’attività fisica ha un effetto immediato sulla plasticità neuronale. Che il fitness possa costituire un efficace strumento anti-Alzheimer è stato poi confermato da centinaia di lavori pubblicati negli ultimi anni.

Tenere sotto controllo la glicemia

In uno studio su modello animale sovrapponibile alla mezza età dell’uomo, i ricercatori del CESI-Met di Chieti (Centro di Eccellenza per lo Studio dell’Invecchiamento e la Medicina Traslazionale) diretti da Stefano Sensi, hanno dimostrato che il ricorso a un ipoglicemizzante (exenatide) incrementa i livelli di BDNF (Brain derived neurotrophic factor) e fa aumentare la memoria visuospaziale.
Di questo studio, che ora ha ricevuto anche il beneplacito del Ministero della Salute, Corriere.it si era occupato quando era ancora agli inizi. Un intervento di questo tipo potrebbe a tenere a bada non solo il diabete, con tutte le sue conseguenze, ma anche malattie neurodegenerative, come Alzheimer e Parkinson e pure la Mci, (Mild cognitive impairment), la fase preclinica in cui inizia a vacillare la memoria e che talora evolve in demenza.

Diabete nel cervello

Questo gioco di inter-relazioni non deve sorprendere se si pensa che Suzanne Marie de la Monte, una neurologa della Brown University (USA) ha definito l’Alzheimer «Diabete di tipo 3», ad intendere che è come una forma di diabete che colpisce selettivamente il cervello, con caratteristiche simili ai più noti diabete di tipo 1 e diabete di tipo 2, cioè insulino e non insulino dipendente. Che il diabete fosse legato alla demenza era noto dal 2012 quando sono stati pubblicati su Neurology i risultati del “Rotterdam Study” che ha sancito la comorbidità fra diabete e demenza almeno per i primi tre anni di malattia. I diabetici spesso vanno incontro a progressiva compromissione cognitiva, soprattutto riguardo apprendimento e memoria di tipo episodico.

Il fitness mentale

Anche il fitness mentale aumenta la produzione delle proteine cerebrali: non è questione di essere gran professoroni, basta solo mantenere allenata la mente come ad esempio fanno i taxisti ricordando tutte le vie di una grande città (anche se adesso con i navigatori stanno perdendo questa chance di quotidiano allenamento mentale), oppure facendo le parole crociate.

I pilastri contro l’Alzheimer

Tutte queste riflessioni emergono dal decalogo a 4 punti dello studio scandinavo FINGER, il primo e più ampio sugli stili di vita anti-Alzheimer realizzato dai ricercatori del Karolinska University Hospital di Stoccolma che indica su cosa puntare per prevenire la malattia:
Attività fisica: esercizi sia di forza che di resistenza, meglio se fatti in compagnia per socializzare: camminate, ginnastica aerobica in acqua, palestra.
Check personale: occhio a pressione arteriosa, peso, glicemia e colesterolo.
Esercizi mnemonici: tenere allenata memoria e attenzione ad esempio facendo le parole crociate, leggendo libri, imparando una nuova lingua o uno strumento musicale: basta variare le attività e affrontare nuove sfide.

Perdita di memoria

Ecco i sintomi più comuni della malattia spiegati con la consulenza del professor Marco Trabucchi, presidente dell’Associazione Italiana di Psicogeriatria e direttore scientifico del Gruppo di ricerca Geriatria di Brescia.
L’esordio dell’Alzheimer è caratterizzato da disturbi di memoria, come dimenticare nomi e numeri di telefono. In particolare si tende a dimenticare informazioni apprese di recente. Altri segnali sono il non ricordare date o eventi importanti, chiedere le stesse informazioni più volte e affidarsi sempre più spesso a promemoria o agende per non dimenticare gli appuntamenti. Naturalmente chiunque con il passare degli anni può avere qualche problema di memoria senza essere malato di Alzheimer. Un tipico cambiamento legato all’età è dimenticare, a volte, nomi o appuntamenti, ma ricordarli in un secondo momento.

Difficoltà nelle attività quotidiane

Può succedere a tutti, se si è molto impegnati, di dimenticare i fornelli accesi o scordarsi di servire in tavola un contorno che era stato lasciato nel forno a microonde. Un malato di Alzheimer potrebbe però preparare un pasto e non solo dimenticare di servirlo, ma anche scordare di averlo cucinato. I pazienti possono dimenticare le regole del gioco preferito o la ricetta più cucinata. Possono manifestarsi difficoltà di concentrazione e i malati impiegano molto più tempo di prima per fare le cose.

Disorientamento nel tempo e nello spazio

Può succedere a tutti di dimenticarsi quello che si voleva comperare o scordarsi che giorno della settimana sia, per poi ricordarsene poco dopo. Un malato di Alzheimer può perdere la strada di casa in vie familiari, fino a non sapere dove si trova e perché sia in un certo posto. Può perdere il senso delle date, delle stagioni e del passare del tempo.

Problemi nel linguaggio

Chi soffre del morbo di Alzheimer può avere difficoltà a seguire o partecipare a una conversazione, magari ripetendo cose appena dette o bloccarsi all’improvviso, senza sapere più che cosa dire. A tutti sarà capitato di avere una parola “sulla punta della lingua”, ma il malato di Alzheimer può dimenticare parole semplici, o sostituirle con altre improprie rendendo quello che dice difficile da capire (es. chiamare orologio a mano un orologio da polso)

Non trovare le cose

Le persone malate di Alzheimer possono lasciare gli oggetti in luoghi insoliti. A chiunque può capitare di lasciare le chiavi in un cassetto diverso da quello che si usa tutti i giorni, ma un malato di Alzheimer può arrivare a mettere un ferro da stiro nel frigorifero, un anello nel barattolo della farina e non ricordarsi assolutamente come siano finiti là. A volte, non trovando più gli oggetti, possono accusare altri di averli rubati.

Ridotta capacità di giudizio

Scegliere di non portare una maglia in una serata fresca è un errore di valutazione comune. Ma i malati di Alzheimer possono vestirsi in modo davvero inappropriato, magari indossando un accappatoio per andare a fare la spesa o infilarsi due giacche in un assolato pomeriggio estivo. Possono dare prova di scarsa capacità di giudizio anche nel maneggiare il denaro, magari lasciando una somma molto elevata come mancia a un cameriere. Può succedere che prestino meno attenzione alla cura della propria persona, non si tengano puliti o si vestano in modo trasandato.

Difficoltà nel pensiero astratto

Tutti possono avere qualche problema con i numeri, ma per il malato di Alzheimer riconoscerei numeri o fare semplici calcoli può essere davvero impossibile.

Cambiamenti di umore e personalità

L’umore e la personalità delle persone che soffrono del morbo di Alzheimer possono cambiare nel corso della malattia. Possono diventare confusi, depressi, sospettosi e diventare facilmente suscettibili.

Mancanza di iniziativa

Chi soffre di Alzheimer può iniziare a rinunciare ad attività sociali, sportive e agli hobby preferiti. È normale stancarsi per le attività domestiche o per il lavoro, ma di norma la gente mantiene interesse per le proprie attività preferite. Il malato di Alzheimer invece perde progressivamente interesse.

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