Urgenza politica, morale, educativa. Perché serve un nuovo alfabeto istituzionale

di Carlo Cardia

da www.avvenire.it

@Riproduzione Riservata del 10 agosto 2019

Da tempo, con un crescendo continuo, la stampa e gli altri media lamentano l’umiliazione e la perdita di credibilità delle istituzioni, quelle stesse che ora sono chiamate a gestire una crisi di governo annunciata eppure maturata in maniera improvvisa e aspra. Un’umiliazione che, a opera di alcuni responsabili politici, è alimentata, persino rivendicata a proprio merito. Colpisce il fatto tutto questo si traduca in un modo d’essere e d’agire di cui neanche si avverte la gravità, con pratiche che provocano scandalo, che poi però è accettato come inevitabile.

Certo, una reazione si registra, si scrive molto e di continuo su un aspetto all’apparenza minore, sul fatto che uomini di governo, al vertice di partiti nazionali, superino ogni limite nell’uso smodato del linguaggio tra di loro e nei confronti di esponenti della società civile, nell’aggressività verso gli interlocutori, interni e internazionali, fino a esibire la mancanza di stile come un pregio anziché un affronto per sé stessi e per la carica che si ricopre. Si denuncia anche quell’interloquire, tipico di alcuni “padroncini” che vogliono obbedienza, con toni sprezzanti verso amici o avversari (politici e no), perché e questo modo di fare che disonora le istituzioni, e pone un grave problema di stile. Indubbiamente, si può dire con Manzoni che lo stile, come il coraggio, “se uno non ce l’ha non se lo può dare”, ma ciò non toglie che a farne le spese sono poi i cittadini e i giovani, che vedono negato nei fatti tutto ciò che gli si insegna nelle scuole e nelle università.

Però, proprio nel momento in cui in Parlamento e al cospetto dell’opinione pubblica si sta consumando in modo inedito e gravido di rischi e una crisi di governo, e probabilmente anche di legislatura, è giunto il momento di riflettere più a fondo su una crisi delle istituzioni che può assumere carattere sistemico, come già accaduto, ad esempio, nella modernità che più volte ha dovuto difendere e rifondare lo Stato di diritto e la democrazia.

Un po’ tutti avvertiamo, perciò, il bisogno di un nuovo alfabeto e di una nuova dignità per le istituzioni, per evitare che la politica assuma i toni della rissa e del malcostume e per scongiurare pericoli più gravi. Sappiamo che si tratta di un bisogno antico, ne parlavano già Aristotele e Montesquieu, san Tommaso e Machiavelli, e tanti altri che legavano le istituzioni allo spirito dei popoli e al bene collettivo. E un concetto ritorna sempre e sovrasta gli altri: l’educazione.

Per Aristotele l’educazione rappresenta il fulcro dello Stato come l’osservanza delle leggi e dei costumi, ed è un efficace mezzo di formazione morale, premessa necessaria al rafforzamento della coesione nella polis. Montesquieu aggiunge che «nel governo repubblicano è necessaria tutta la potenza dell’educazione», che «richiede una continua preferenza dell’interesse pubblico al proprio, conferisce tutte le virtù particolari: le quali, anzi, non sono altro che questa preferenza». Colpisce il nesso tra imparzialità, educazione, pubblica virtù, con il quale ogni sistema democratico deve far sentire che le istituzioni non appartengono a nessuno, curano interessi generali, invece del tornaconto personale o di fazione. Dal fattore educativo deriva che non è scontata l’imparzialità del governo, non è ovvio che si realizzi l’interesse pubblico, occorre accettare i confini di ciascuna istituzione, i controlli degli altri, coltivare le virtù che scacciano l’arroganza.

Ogni strappo nelle istituzioni, come dovunque nel mondo del diritto, costituisce un “precedente” che anticipa e legittima altri strappi; con l’aggravante che una ferita istituzionale genera altre ferite, abbassa il livello civile, avvilisce i giovani, li illude e delude, colpisce la collettività.

E infatti, la prima virtù che si richiede è che le istituzioni non vengano mai usate per dividere, spezzare, la comunità con spregio o cattiveria, come fanno i demagoghi, che sono per Aristotele gli «adulatori del popolo». Sin dalle prime forme di democrazia, si avvertiva che i demagoghi usano frasi retoriche, formulano promesse inconsistenti, fanno leva su sentimenti irrazionali, alimentano la paura o l’odio nei confronti del nemico prescelto o dell’avversario politico. Si sperimentò subito che la demagogia spingeva il popolo a fare qualcosa contro il suo stesso interesse, nascondeva le necessità reali. Un giudizio che sembra riferito ai nostri giorni, ma è già formulato dai classici del pensiero politico occidentale.

L’aspetto, però, che più amareggia, è che oggi ci si vanta di fare ciò ch’è contrario al buon governo. La nostra Costituzione democratica riassume in nobile sintesi i princìpi di base della nostra civiltà, chiede ai governanti «cui sono affidate funzioni pubbliche, di adempierle con disciplina ed onore». E in questo modo, in momenti difficili e drammatici della nostra storia, s’è riusciti a riprendere la crescita morale e civile del Paese. Ma gli esempi odierni di degrado e di umiliazione della vita pubblica vanno in direzione opposta. Il rispetto delle regole esige il rispetto delle competenze, mentre assistiamo a una lotta con la quale l’istituzione di cui si è a capo pro tempore è spesso usata come strumento di lucro politico di gruppo o di corrente. Quando esponenti di un Governo si appropriano con forza delle funzioni che sono di altri soggetti dello stesso Governo, si colpisce l’equilibrio democratico del potere, e quando si forzano le istituzioni, prima o poi si limitano garanzie e di diritti di libertà, come è purtroppo accaduto, di nuovo, in questi giorni in tema di sicurezza.

L’attuale crisi ha, però, altre profondità, affonda le radici nella perdita di senso di una politica che sappia coniugare etica e razionalità, senza le quali lo sfilacciamento si estende, finisce per coinvolgere livelli internazionali. Alcuni grandi Paesi, anche Paesi europei preziosi per la propria storia e identità, rischiano di perdere la visione strategica necessaria per i problemi più grandi della nostra epoca, e sembrano agire come in uno scacchiere svilito, nel quale ogni popolo è lasciato al proprio destino.

Se Immanuel Kant invitava a guardare alla geografia non solo in senso cartografico, ma nella sua complessità umana e nei radicamenti di popolazione, John Agnew da tempo segnala i rischi della «trappola territoriale» nella quale lo Stato sta scivolando. In questa trappola immiseriamo la nostra capacità di analisi, cancelliamo sogni e speranze che vogliamo coltivare, non affrontiamo i nuovi temi dell’evoluzione storica, dall’immigrazione agli equilibri ambientali, dalla lotta alla povertà, alla violenza nei rapporti tra gli uomini. Se ci rinserra in un territorio, sfuma l’orizzonte universale, anche le istituzioni create per unificare i popoli si appannano, divengono quasi invisibili; ma se dimentichiamo le istituzioni universali, si aprono vuoti pericolosi, riempiti solo da egoismi più forti.
Non a caso, da ogni parte del mondo, si guarda a papa Francesco e pochissime altre grandi personalità, soprattutto religiose, come a voci che sanno indicare il futuro a cui guardare e da preparare, parlano di ideali e valori, che soli possono evitare nuovi fallimenti. Questo magistero richiama la centralità dell’etica, e della ragione, come gli strumenti da sempre a base dell’evoluzione dell’umanità.

Un esempio molto attuale può aiutarci a capire il rischio che corriamo, perché proprio di recente s’è riammesso in Italia lo studio dell’Educazione civica, che per definizione riflette il costume della polis, invita tutti a seguire le regole della concordia e del bene collettivo. Ma c’è da chiedersi, che senso ha insegnare l’Educazione civica se i primi diseducatori sono i governanti? Che senso ha invitare i giovani a questa formazione se poi l’educazione è espunta, quasi dileggiata, da chi dovrebbe esserne promotore. Questa riflessione si fa più amara se riferita alle nuove generazioni, le prime vittime dall’attuale crisi morale. Però, anziché farci pessimisti, essa indica l’impegno forte che dobbiamo sentire per recuperare il senso della civitas, e ci dice che il diritto ad avere istituzioni serie, oneste, vicine ai cittadini, è un diritto cui non possiamo rinunciare.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *